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Don Lorenzo Milani, chi era costui? La storia in 10 tappe.

25/06/2017  A cinquant'anni dalla morte, avvenuta il 26 giugno del 1967, raccontiamo in dieci punti la storia del priore di Barbiana.
                  


Elisa Chiari
                                                                                                                                                                                               
«Trasparente e duro come il diamante, doveva subito ferirsi e ferire». Delle definizioni di don Lorenzo Milani  è forse  questa la più sintetica ed efficace, non per caso appartiene a  don Raffaele Bensi, padre spirituale di Lorenzo Milani dalla  conversione alla morte, unico custode del segreto della sua fede. Ma a cinquant’anni dalla morte, ora che anche un Papa ha detto una parola definitiva su di lui, ancora dobbiamo chiederci – rubando il titolo al suo amico Giorgio Pecorini -: Don Milani, chi era costui? Proviamo a rispondere, poco più che in pillole, tenendo conto degli ultimi sviluppi.                                                       
                                                                                          
 1. UNA FAMIGLIA COLTA, AGNOSTICA E FACOLTOSA                                 
                                                                                          
                                    
Lorenzo Milani nasce, secondo di tre fratelli, a Firenze nel 1923 da  Albano Milani Compretti e Alice Weiss, triestina. La famiglia è colta,  facoltosa e agnostica, ma i figli Milani vengono battezzati quando si  profila il rischio delle leggi razziali, dato che la mamma è di origine  ebraica. Il bisnonno è il filologo Domenico Milani Comparetti. Tra i  compagni di giochi nell’infanzia di Lorenzo ci sono i rampolli delle  famiglie della borghesia fiorentina, tra loro Oreste Del Buono.
 
Da ragazzo Lorenzo è uno studente intelligente e incostante, che si  applica con passione alle cose che gli interessano e trascura le altre,  sapendo però di poter vivere della rendita della cultura respirata in  famiglia, e, se del caso, di poter contare sul soccorso degli  intellettuali pregiati, cui viene affidato nei momenti di difficoltà.  Per un periodo va a lezione da Giorgio Pasquali, uno dei padri della  filologia moderna.
 
Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano dove Lorenzo completa gli studi fino alla maturità classica. Dopo, rifiuta di iscriversi all’Università e manifesta il desiderio di frequentare l’Accademia delle belle arti, cosa che il padre qualifica, come una “bambinata”. Però  non lo ostacola forse nella convinzione che sia una passione  transitoria: Lorenzo studia a Brera e va a lezione dal maestro Staube:  il talento artistico è quello che è, modesto, ma il maestro coglie  nell’allievo una sorta di “veemenza” nell’apprendere, che s’applicherà  più tardi ad altre più concrete scelte di vita.
                                                     
                                             
                                                                                                                                                                                   
2. MISTERO DELLA FEDE E INDIGESTIONE DI CRISTO
 
È  il 1941, Lorenzo sta studiando pittura e progetta di affrescare una  cappella nella tenuta di famiglia a Monterspertoli. La sta esplorando  quando, a un certo punto, scrive una lettera all’amico  d’infanzia Oreste Del Buono: «Ho letto la Messa. Sai che è più  interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?».
 
Potrebbe essere il primo segno di quello che sta cambiando dentro di lui. Anche se della genesi della sua fede si sa pochissimo,  il poco che ha testimoniato don Raffaele Bensi, allora parroco di San  Michelino a Firenze. Le lettere pubbliche del loro carteggio sono poche,  alcune in Perché mi hai chiamato? (San Paolo). Per molto tempo  si è ritenuto che fossero state tutte distrutte, ma gli storici non  disperano ancora di poterle ritrovare.
 
Dell’innesco della fede del futuro don Milani non esistono racconti  di eclatanti folgorazioni: c’è solo la testimonianza di un colloquio con  don Bensi. Il padre spirituale ricorda il giovane Lorenzo, nel  giugno 1943, che, per non interrompere un dialogo avviato, lo accompagna  a celebrare il funerale di un giovane sacerdote e in quell’occasione  promette: «Io prenderò il suo posto». Comincia lì quella che  don Raffaele Bensi chiama «l’indigestione di Cristo», lo studio matto e  disperatissimo in cui Lorenzo si immerge per recuperare le  conoscenze mancanti.
                                                                                      
                                             
                                                                                          
  3. GLI ANNI DEL SEMINARIO                                 
                                                                                          
                                    
L’ingresso in seminario, nel 1943, segue di poco la conversione: pur ligissimo alle regole, anche lì Lorenzo si rivela uno studente impegnativo che non dà pace a docenti e superiori:  fa domande complicate e scomode, obbedisce sempre ma non rinuncia mai  ad esercitare il senso critico e non si accontenta di risposte che non  siano anche profonde.
 
Per la famiglia la scelta di Lorenzo è un mistero: non la  comprendono ma la rispettano perché capiscono che questa volta non è una  bambinata. È anzi, nella sua radicalità, una scelta adulta e  matura che nel modo esprimersi già manifesta, in nuce, la fedeltà scabra  all’essenza del Vangelo, che sarà la cifra del sacerdote don Milani:  d’una coerenza e di una franchezza destinate a rivelarsi scomode per  molti.
 
Nelle lettere alla madre Lorenzo racconta con ironia ed entusiasmo la  vita del seminario: una vita, negli anni di guerra, di freddo e cibo  scarso. Lorenzo minimizza le sofferenze, sapendo bene di dover contenere le preoccupazioni della madre  per la salute del figlio da sempre cagionevole e soggetto a bronchiti  continue, per non dire delle altre preoccupazioni legate alla sua non  compresa scelta di vita: è un’incomprensione che, però, si nutre di  affetto e di rispetto reciproci, tanto che Lorenzo invita i genitori  alle cerimonie che segnano le tappe della sua formazione religiosa. Ma  rispetta le volte in cui decidono di non partecipare. Il 13 luglio 1947 Lorenzo Milani diventa don Milani e celebra la prima Messa San Michelino.
                                                     
                                             
                                                                                                                                                                                   
4. SAN DONATO E LA SCUOLA POPOLARE
 
Dopo pochi mesi a Montespertoli, cappellano di don Bonanni, la prima “vera” destinazione del sacerdote don Milani è San Donato a Calenzano, un comune operaio in provincia di Firenze, a larghissima maggioranza comunista, dove viene mandato come cappellano dell’anziano don Pugi. È in quel contesto che nasce la scuola popolare: don Milani la fonda laica, perché nessuno se ne senta escluso a priori:  capisce al volo che dal punto di vista pastorale costringere i giovani a  scegliere tra il padre comunista e la scuola, sarebbe il modo di  perderli senza neanche provare ad avvicinarli.
 
Sono gli anni delle grandi lacerazioni politiche attorno alle  elezioni del 1948, della scomunica ai comunisti. Don Milani fa campagna  elettorale per la Democrazia cristiana, anche se invita a tener conto nelle preferenze dei più attenti alla causa dei poveri. Ma,  a contatto con la povertà e con lo sfruttamento, comincia a percepire  nell’anima lo scarto tra le opportunità in cui è cresciuto e la miseria  materiale e intellettuale in cui versa il popolo che gli è stato  affidato  e a maturare una profonda coscienza sociale. Fa  scuola perché capisce che chi non ha la cultura minima per leggere un  giornale o un contratto di lavoro non è in grado di difendersi dallo  sfruttamento né di elaborare un pensiero critico. Si rende conto che  senza la comprensione delle parole l’orizzonte della vita umana si  riduce alla conquista di un piatto di minestra la sera e che anche l’ascolto della Parola rischia di diventare mera prosecuzione di riti, di cui non si comprende il significato.  
 
Sono anche gli anni delle prime prese di posizioni pubbliche come la  lettera aperta “Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti”.  Pubblicata su Adesso il quindicinale fondato da don Primo  Mazzolari, con cui scambia alcune lettere: parole essenziali e molto  dirette che mettono a nudo – senza perifrasi - le contraddizioni di una  Chiesa non sempre schierata con i poveri nei gesti quanto vorrebbe  esserlo predicando.
 
Cominciano a maturare le convinzioni che sfoceranno in Esperienze pastorali.  Cominciano qui le incomprensioni con la gerarchia che vede nelle idee  di quel cappellano più un pericolo che un invito accorato al ritorno  all’essenza spoglia del Vangelo di Cristo, così efficacemente  sintetizzata pare nel 1950, ma la data è controversa, nella lettera al  giovane comunista Pipetta: «Quando tu non avrai più fame né sete,  ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente  potrò cantare l'unico grido di vittoria degno d'un sacerdote di Cristo:  “Beati i... fame e sete”».
                                                                                      
                                             
5. L'ESILIO SUL MONTE DEI GIOVI
                                                                                          
                                    
ll Concilio Vaticano  II è lontano, la Curia fiorentina “soffre” il pensiero sociale avanzato  da quello che gli storici della Chiesa chiameranno “il chiostro di folli  di Dio”, formatosi attorno al cardinale Elia Dalla Costa con La Pira, Balducci, Rosadoni, Barsotti, Fabbretti, Turoldo, Bensi.
 
La voce del giovane cappellano Milani tuona con una franchezza sconosciuta ai toni felpati della curia del tempo e il suo dialogo “con i lontani”, come si diceva allora, viene percepito come troppo aperto.
 
Pesano i simboli: la scuola laica che non esclude e il funerale di un  giovane operaio, durante il quale in chiesa sono apparse bandiere  rosse. Dalle lettere si capirà che don Milani non le condivideva e non  le avrebbe volute, ma che in quella circostanza non osò buttarle fuori  perché in quel contesto avrebbe significato perdere tutte in blocco le  pecorelle che stava faticosamente cercando di riportare all’ovile,  distruggere con un gesto tutto il lavoro fatto per sminare il clima di  reciproca diffidenza tra il suo popolo e la sua Chiesa.  Ma sapeva anche  che all’esterno avrebbero frainteso e ne soffriva.
 
Quando il 12 settembre del 1954 muore il parroco di San  Donato don Pugi non accade quello che le pecorelle di San Donato si  attendono e cioè che don Milani venga confermato parroco al suo posto. Gli assegnano, invece,  un’altra parrocchia, ma non è una delle tante. È Sant’Andrea di Barbiana, una pieve isolatissima sul monte dei Giovi in Mugello.
 
Barbiana non è un paesello: è una chiesetta, una povera canonica,  qualche cipresso e un piccolo cimitero, sul cocuzzolo di una montagna a  cinquecento metri d’altitudine. Quaranta anime sparse per le case  lontane. La parrocchia già destinata alla chiusura resta aperta per don  Milani.
                                                                                
                                                                                                                                                                                   
6. LA SCUOLA DI BARBIANA
 
Quando don Lorenzo Milani ci arriva, accompagnato dalla governante di San Donato Eda Pelagatti e dall’anziana madre di lei Giulia, il 6 dicembre del 1954, a Barbiana si sale a piedi, per una mulattiera. Quel giorno piove a dirotto: non c’è acqua corrente, né gas, né luce.  Quando don Lorenzo ci arriva, Barbiana è la fine del mondo, ma scrive  alla madre che non provino a distoglierlo da lì, a parlargli di un altro  sradicamento dopo quello appena subito.
 
Il giorno dopo va in Comune a Vicchio e si compra una tomba al cimitero di Barbiana: don Milani ha 31 anni.  Quello che trova è un popolo di pastori e contadini che pascola pecore e  faticosamente strappa, al bosco che tutto mangia, una terra avara di  frutti da dividere a metà col padrone in regime di mezzadria. Anche il  parroco ha due poderi e don Milani decide subito che non chiederà ai due  mezzadri che lo coltivano la metà del raccolto che gli spetterebbe.
 
E capisce subito che i figli di quel popolo sparso, se il  pomeriggio vanno nei campi o a badar pecore, son destinati a uscire  prematuramente dalla scuola di Stato senza saper né leggere né scrivere,  defraudati, se non nella forma nella sostanza, del loro diritto  all’istruzione e dei loro diritti successivi: scartati già da piccoli,  come direbbe oggi papa Francesco, costretti a delegare in tutto,  incapaci di aver voce in capitolo come persone, come cittadini, come  cristiani.
 
La scuola di Barbiana in casa del priore o sotto il pergolato  comincia con un doposcuola, che prestissimo diventa avviamento  professionale e, quando sarà il momento, nel 1963, corso di recupero per  la media unificata, per cui sarà preziosissimo negli ultimi anni l’aiuto di Adele Corradi, una professoressa che si farà trasferire in una scuola pubblica della zona, per dare una mano a don Milani con continuità.
 
La scuola di Barbiana è aderente alla vita e a tempo pienissimo:  tutto è occasione di apprendimento, la fanno da padrone le parole in  tante lingue, grimaldello per capire il mondo e il Vangelo. Don Milani  accoglie i diseredati, quelli senza un’alternativa, rifiutati dalle  scuole ufficiali, provenienti dalle case della zona o portati dagli  amici, tra loro due fratelli orfani Michele e Francuccio Gesualdi, che gli crescono in casa come figli. L’esperimento  educativo di Barbiana, che arriva a mandare i ragazzi da soli  all’estero a studiare le lingue, Francuccio addirittura in Algeria,  mantenendosi lavorando, attira l’interesse e la curiosità di molte  persone che vanno lassù a vedere e vengono messe da don Milani a  insegnare ciò che sanno ai suoi ragazzi invitati a far domande, a  togliersi la timidezza contadina.
                                                                                      
                                             
7. IL CASO "ESPERIENZE PASTORALI"                                 
                                                                                          
                                    
Sono gli anni in cui maturano gli scritti di don Milani, Esperienze pastorali  esce nel 1958, ha l’imprimatur, ma fa rumore: non è un trattato di  scienze pastorali, è la sintesi dell’esperienza vissuta da don Milani. Una  riflessione sociologica, razionale e senza eufemismi – statistiche alla  mano – sulle condizioni delle comunità a lui affidate, sul ruolo del  parroco in contesti di povertà materiale e intellettuale.
 
In quelle pagine don Milani prende le distanze dalle forme di  intrattenimento in uso negli oratori e nelle parrocchie, indicando lo  studio e non lo svago come strada maestra dell’apostolato. Lo fa con un  modo di esprimersi diretto, insolito tra i sacerdoti, che risulta  urticante a molti e in primis alla Curia fiorentina dell’epoca. Il  libro viene ritirato, pochi mesi dopo, dal Sant’Uffizio (per ragioni di  opportunità, ma non con un decreto che ne metta in questione  l’ortodossia).
 
Una recensione, firmata da padre Angelo Perego su La Civiltà cattolica, stronca  pensantissimamente il libro e, per l’autorevolezza della fonte, segna  in modo determinante la storia dell’incomprensione di don Lorenzo da  parte della Chiesa, incluso il patriarca Angelo Roncalli futuro  Giovanni XXIII. Un motivo di sofferenza senza tregua nella vita di don  Milani, che esprime le sue idee con parole che riflettono insieme la sua  toscanità e la radicalità del convertito, obbedendo però sempre a ogni  minimo ordine dei superiori.
                                                                                            
                                                                                                                                                                                   
8. L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'
 
Al di fuori della Chiesa, più che Esperienze pastorali, è – nel 1965 - la Lettera ai Cappellani militari a porre don Milani al centro del dibattito pubblico: è il testo noto come L’obbedienza non è più una virtù. Si  tratta di una risposta a una presa di posizione pubblica di alcuni  Cappellani militari che tacciano di “viltà” gli obiettori di coscienza.
 
Don Milani e i suoi ragazzi, che sulla porta della  loro scuola hanno il motto “I care”, “mi importa”, “mi faccio carico”, e  che stanno riflettendo insieme sul primato della coscienza, sulla  necessità dell’assunzione della responsabilità del singolo nella  società, rispondono con la lettera aperta che sortisce grande  clamore: pongono - con rigore logico - il problema morale del cristiano  davanti alle armi e alla guerra e, in particolare, all’ordine di sparare  sui civili inermi.
 
L’obiezione di coscienza e il pacifismo non sono ancora un fatto  acquisito per la Chiesa e nemmeno lo Stato ha ancora accettato come  legale l’obiezione di coscienza al servizio militare: chi si sottrae  alla leva obbligatoria finisce in carcere. A complicare a don  Milani le cose con la Chiesa c’è il fatto che la lettera, spedita a  tutti i giornali anche cattolici, viene pubblicata soltanto da Rinascita. Ma non tutti nel mondo cattolico hanno chiaro che non è stata una scelta del priore pubblicare su un giornale comunista. A complicargliele con lo Stato c’è la legge: Don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, subiscono insieme un processo per istigazione a delinquere. Mentre il dibattito sull’obiezione di coscienza esplode e divide.
 
Don Milani al processo non partecipa, non nomina un avvocato ma si  lascia difendere dall’avvocato d’ufficio Alfonso Gatti. E’ già molto  malato, un linfoma di Hodgkin gli ha già decretato vita breve, si  difende al processo con una memoria difensiva: nota come Lettera ai giudici. Il primo grado si conclude con l’assoluzione di entrambi.
                                                                                      
                                             
9. LETTERA A UNA PROFESSORESSA                                 
                                                                                          
                                    
Un altro episodio, la  bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame d’ammissione alle  scuole magistrali, innesca l’ultimo scritto: Lettera a una professoressa,  una spietata, provocatoria, disamina sulla scuola pubblica dell’obbligo  di quegli anni, incapace di colmare, secondo Costituzione, gli  svantaggi iniziali di chi nasce in una casa povera di cultura e di  denari.
 
Possibile, si chiede don Milani, che il Padreterno faccia nascere gli asini e gli svogliati solo nelle case dei poveri? La  lettera è scritta con l’innovativo metodo della scrittura collettiva  insieme ai ragazzi e va alle stampe, con una corsa contro il tempo,  nell’aprile del 1967: don Milani è alle ultime settimane di  vita, continua a soffrire anche per l’incomprensione della Chiesa, che  il suo vescovo non smette di manifestargli.
Il testo di Lettera a una professoressa avrà vita propria dopo la morte del Priore: molto  citato, poco letto, il più delle volte misconosciuto, diverrà ne mesi  successivi icona della contestazione studentesca. Accanto agli  entusiasmi non mancano strumentalizzazioni e fraintendimenti che,  insieme ad altri successivi, spiegano l’accusa postuma a don Milani,  ripetutamente tacciato, fino all’oggi, di essere stato – tramite la  Lettera avulsa dal suo contesto - l’ispiratore dei guasti (veri o  presunti) dell’istruzione contemporanea.                                                      
                                             
                                                                                                                                                                   
10. IL TESTAMENTO
 
Don  Lorenzo Milani muore a 44 anni il 26 giugno del 1967 in via Masaccio a  casa della madre dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita, senza  ricevere l’abbraccio del suo vescovo Ermenegildo Florit che non ha mai  compreso l’urgenza evangelica sottesa ai suoi comportamenti. Il processo  di appello condannerà Pavolini, mentre per don Milani la morte ha  estinto il reato. Ai suoi ragazzi lascia un testamento che si conclude  così: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non  ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho  voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento  a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio,  vostro Lorenzo». Nel 2014 Papa Francesco rimuove il provvedimento  emesso nel 1958 dal Sant’uffizio su Esperienze pastorali. Il 20 giugno  2017 Francesco è il primo papa della storia a pregare a Barbiana sulla  tomba di don Lorenzo Milani e nelle parole pronunciate quel giorno  accoglie, definitivamente, come «un bravo prete da cui prendere  esempio», il Priore di Barbiana nell’alveo della Chiesa. Ora possiamo  dire che don Milani aveva ragione, quando diceva: «Fra cinquant’anni mi  capiranno». E’ andata così, alla lettera.                                 
DON PRIMO MAZZOLARI definito da Papa Roncalli Tromba dello Spirito Santo  in terra mantovana, Primo Mazzolari (1890-1959) fu un vertice del  cattolicesimo italiano del novecento, sacerdote dal potente carisma e  dall’alta umanità cristiana. Attivo pacifista durante la prima guerra  mondiale, portò avanti il messaggio evangelico senza indugio. Si oppose  alla nascente ideologia fascista collaborando attivamente alla  resistenza partigiana.
Nel ‘24 fondò e diresse il periodico Adesso:  basato sul dialogo sociale e la non violenza. Nel 1957, voluto a Milano  dal Cardinal Montini, condivise le speranze e le sofferenze della  gente, predicò la chiesa dei poveri, promosse la libertà religiosa e  dialogò con i lontani anticipando note istanze del Concilio Vaticano II.  
Papa Francesco (20 giugno) visitando Bozzolo, il paese di don  Mazzolari, ha detto: «Mazzolari è uno splendido frutto delle vostre  comunità, sebbene non sia stato compreso e apprezzato».
Racchiudeva  il suo messaggio in tre immagini simbolo: il fiume (“primato della  potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo”),  la cascina (“famiglia di famiglie”) e la grande pianura (“senza  rassicuranti confini”). Significativa la premessa per l’evangelizzazione  che ¬ qui Francesco cita Benedetto XVI ¬ «non è proselitismo: la Chiesa  cresce per attrazione, per testimonianza. Come fece Mazzolari».

Cristina Santacroce - Foto Archivio Fondazione Mazzolari/Ansa
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          Profilo biografico di don Primo Mazzolari
       (1890-1959)         

         di Walter Montini        

Don Primo in piazza San Pietro
[© Fondazione Mazzolari]

Le origini contadine. Il seminario
        Primo Mazzolari nasce a Boschetto, una frazione di    Cremona, il 13 gennaio 1890, da una famiglia di agricoltori. Nel 1912, il    24 agosto, dopo aver frequentato il seminario di Cremona, viene ordinato    prete nella chiesa parrocchiale di Verolanuova, paese della Bassa    bresciana dove la famiglia si era trasferita agli inizi nel 1900.
         
        I primi incarichi pastorali e la prova della guerra  
        Don Primo viene inviato come vicario cooperatore prima    a Spinadesco (Cremona) e poi nella parrocchia natale del Boschetto.  
        Nell’autunno del 1913 è nominato    professore di Lettere nel ginnasio del seminario. Svolge tale funzione per    un biennio, durante il quale utilizza le vacanze estive per recarsi in    Svizzera, ad Arbon, come missionario dell’Opera Bonomelli che assiste    gli emigranti italiani che rimpatriano dalla Germania. Dopo l’impiego    negli ospedali militari di Genova e di Cremona, nel 1918 segue, per nove    mesi, come cappellano militare, le truppe italiane inviate sul fronte    francese. Rientrato in Italia, svolge altri incarichi con il Regio    Esercito, compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di    Tolmino. Nel 1920 trascorre un periodo di sei mesi in Alta Slesia, insieme    alle truppe italiane inviate per mantenere l’ordine in una zona    forzatamente ceduta dalla Germania alla neonata Polonia.  
         
        Il periodo di Cicognara. L’opposizione al    fascismo  
        Nel 1921 il vescovo di Cremona monsignor Giovanni    Cazzani lo nomina delegato vescovile nella parrocchia della Santissima    Trinità di Bozzolo. Da qui viene trasferito come parroco a    Cicognara, a due passi dal fiume Po, paese con una forte connotazione    socialista, dove rimane per un decennio, fino al luglio 1932.  
         
        La “promozione” a Bozzolo  
        Nel 1932 viene trasferito di nuovo a Bozzolo, questa    volta come parroco. Gli anni Trenta sono molto operosi e fecondi. Nel 1934    pubblica La più bella avventura. Nel 1938 appaiono altri suoi testi: Il samaritano, I lontani, Tra    l’argine e il bosco; nel 1939 viene    pubblicata La Via Crucis del povero. Le opere successive finiscono sotto la scure della censura.    Le autorità fasciste attaccano, tra le altre, nel 1941,Tempo di credere. Nel 1942 esce Anch’io voglio bene al papa.     
         
        Guerra e Resistenza. La clandestinità  
        Nel 1943, alla caduta del fascismo e all’annuncio    dell’armistizio (8 settembre), don Primo prende contatti con vari    ambienti e personalità cattoliche e stringe rapporti con la    resistenza. Nel luglio 1944 subisce un arresto da parte del Comando tedesco    di Mantova. Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferisce    passare alla clandestinità a Gambara, un paese in provincia di    Brescia. Lascia così per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi di    nascosto.  
         
        Il dopoguerra  
        Nel 1945 pubblica Il    compagno Cristo. Vangelo del reduce. Scrive in    quegli anni molti articoli sui giornali cattolici di Cremona, Bergamo,    Genova, collaborando, tra l’altro, ai giornali Democrazia e L’Italia. Continua a interessarsi dei “lontani”,    particolarmente dei comunisti. Nelle elezioni del 1948, Mazzolari appoggia    decisamente la Dc.
         

La prima pagina di un numero di Adesso, la rivista fondata nel 1949 da don Mazzolari
        La stagione di Adesso
        Il 15 gennaio 1949 esce il primo numero del    quindicinale Adesso.    Al giornale collaborano don Lorenzo Bedeschi, padre Aldo Bergamaschi, il    sindaco socialista di Milano Antonio Greppi, e tanti preti e laici    più o meno noti.
        Il carattere innovativo e coraggioso di Adesso provoca    l’intervento vaticano, così che nel febbraio del 1951 il    giornale deve cessare le pubblicazioni. In luglio arrivano altre misure    personali contro don Mazzolari: la proibizione di predicare fuori diocesi    senza il consenso dei vescovi interessati e il divieto di pubblicare    articoli senza preventiva revisione ecclesiastica.
        Nel novembre dello stesso 1951 Adesso riprende le pubblicazioni. Don    Primo collabora ancora, utilizzando spesso pseudonimi. Proprio alcuni suoi    interventi sul tema della pace e dichiarazioni di disponibilità al    dialogo provocano nuove indagini disciplinari: nel 1954 riceve da Roma    l’ordine di predicare solo nella propria parrocchia e il divieto di    scrivere articoli su “materie sociali”.
         
        Gli ultimi anni  
        Negli anni Cinquanta pubblica altre opere. Nel 1952    esce La pieve sull’argine, un ampio racconto, fortemente autobiografico, che    ripercorre le vicende e le vicissitudini di un prete di campagna negli anni    del fascismo. Nel 1955 appare, anonimo, Tu non    uccidere, in cui affronta la questione della    guerra. Nel novembre del 1957 l’allora arcivescovo di Milano    cardinale Montini lo chiama a predicare alla Missione di Milano; il 5    febbraio 1959 papa Giovanni XXIII lo riceve in udienza in Vaticano,    definendolo «la tromba dello Spirito Santo in terra padana».
        Ormai però la salute del parroco di Bozzolo    è minata e logorata. Colpito da emorragia cerebrale mentre predica    alla messa domenicale del 5 aprile, don Primo Mazzolari muore il 12 aprile 1959, a Cremona.
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