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Rivalutazione pensioni: i tassi 2018-data 01-12-2017
Pubblicato il decreto del ministero dell'Economia sulla rivalutazione pensioni 2018: gli assegni salgono fino all'1,1%, ecco i calcoli per ogni fascia e tipologia di pensione.
Rivalutazione pensioni 2018 all’1,1%: è in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia che rende ufficiale il tasso di rivalutazione e conferma come gli assegni previdenziali siano tornati a crescere dopo due anni in cui erano rimasti fermi a causa dell’inflazione piatta. Per ogni tipologie di pensione bisogna poi fare i calcoli a seconda delle specifiche regole.
Pensioni ordinarie
Per quanto riguarda le pensioni ordinarie, la rivalutazione è piena solo per gli assegni fino a tre volte il minimo. Per le altre fasce di importo bisogna fare il calcolo in base agli indici previsti dalla legge 147/2013:
  • Pensioni fino a tre volte il     minimo:
        rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%
  • Pensioni fra tre e quattro     volte il minimo:
        si rivalutano al 95%, quindi nel 2018 saliranno dell’1,045%
  • Pensioni fra quattro e     cinque volte il minimo:
        adeguamento al 75%, quindi aumento dello 0,825%
  • Pensioni fra cinque e sei     volte il minimo:
        indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%
  • Pensioni sopra sei volte il     minimo:
        indicizzazione al 45%, quindi aumento dello 0,495%
Altre pensioni 2018
  • Le     pensioni minime salgono a 507,41 euro al mese (da 501,89)
  • l’assegno     sociale si porta a 453 euro al mese (da 448,07)
  • la pensione     sociale arriva a 373 euro al mese.
Conguagli
Questi adeguamento saranno poi conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.
Ricordiamo che nel corso del 2018 bisognerà ad esempio recuperare uno 0,1% di indicizzazione in più riconosciuta nel 2014, per effetto della differenza fra l’indice di rivalutazione provvisorio e quello definitivo. In genere, questa differenza si recupera l’anno seguente, ma l’inflazione è rimasta poi piatta, e dunque il recupero è stata via via prorogato per evitare di far scendere le pensioni. Le modalità con cui verrà effettuato il recupero dovranno comunque essere stabilite dall’INPS.
Fonte: decreto in Gazzetta Ufficiale

Abusi. Lo psicologo: «Serve una continua formazione del clero»
Umberto Folena martedì 7 febbraio 2017

A partire dal caso don Contin cosa fare di fronte ai segni di disagio dei sacerdoti. Parla padre Crea


Il comboniano padre Giuseppe Crea, psicologo e psicoterapeuta


E se la soluzione fosse nel continuare a formarsi, ad autoformarsi, senza sosta? Proprio come procede senza sosta la macchina del mondo e della parrocchia? Se la soluzione fosse racchiusa in due parole antiche, direzione spirituale, e in una persona saggia con la quale confrontarsi sul proprio stile di vita? Quando un presbitero o un religioso viene meno alla sua premessa, tradisce e dà scandalo, non ci sono formule magiche. Ma studio, attenzione e soprattutto mai, mai, mai girare la testa dall’altra parte. Padre Giuseppe Crea, comboniano, psicologo e psicoterapeuta, docente di Tecniche psicodiagnostiche all’Università Pontificia Salesiana, ha esperienza da vendere e la mette a disposizione. Tra i suoi libri più recenti: Tonache ferite. Forme del disagio nella vita religiosa e sacerdotale (Edb, 2015) e Preti e suore oggi. Come riconoscere e prevenire i problemi (con Fabrizio Mastrofini, Edb, 2012).

Il caso del parroco padovano di San Lazzaro, don Andrea Contin, è solo l’ultimo di un lunga, triste serie. Preti e religiosi che tradiscono se stessi, la comunità, i confratelli. Padre Crea, sono casi isolati e trascurabili o il segno di un disagio diffuso?
Questi casi ci ricordano che la Chiesa ha bisogno di cambiare rotta, ossia di modificare i pilastri del suo modo di formare. I tempi sono particolari, il pontificato è propizio, il rinnovamento può essere profondo.

Ma che cosa accade a questi preti? E in che cosa sarebbe da correggere l’attuale modello formativo?
Dobbiamo formare preti capaci di governare una comunità parrocchiale, con tutto quel che ciò comporta. Ma la persona non è un automa. Quando si sta in mezzo alla gente, entra sempre in gioco la dimensione affettiva. Se il prete non è del tutto maturo, ma cova frustrazioni e conflitti, questi possono es- sere le premesse delle prime sbandate.

E nessuno coglie i segnali di malessere già presenti?
La patologia non compare mai all’improvviso ma ha una storia precedente, e tante fragilità sono già presenti quando un candidato chiede di entrare in seminario. Dovremmo chiederci: perché lo chiede? Mai dimenticarci la lezione di padre Luigi Rulla.

L’illustre psicologo gesuita?
cologo gesuita?È morto ormai da 15 anni. Medico, filosofo e teologo, laureato in psichiatria a Montreal e in psicologia a Chicago, nel 1971 ha fondato l’Istituto di psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua lezione non va dimenticata. Ci diceva: chi entra in Seminario ha tante ottime motivazioni, però esteriori. Diverse da quelle interiori, subconscie. Occorre partire da lì.

Ma come accorgersi del disagio interiore, se non emerge? Dobbiamo riempire i seminari di psicologi?
No, non abbiamo bisogno di nuovi superformatori specializzati. Basta che ognuno faccia bene, per intero, il proprio dovere. Un formatore saggio sa leggere il rapporto con il formando, ma deve possedere buone capacità relazionali. Occorre essere estremamente attenti ai segnali della vita quotidiana. Non è molto diverso da quanto accade in famiglia. Per essere buoni genitori, non occorre un raffinato curriculum di studi. Basta saper cogliere i segnali e non volgere lo sguardo.

In concreto, quali segnali?
Ad esempio, c’è chi beve un bicchiere di troppo. Una volta sola: pazienza. Ma la cosa si ripete e a quel punto non bisogna far finta di nulla. I gesuiti americani parlano di «normalizzazione della devianza». È una sorta di «buonismo relazionale» che impedisce di vedere e dire la verità. Sempre in famiglia, accade che il marito picchi la moglie e si dica: l’ha fatto una volta sola, speriamo non si ripeta. Invece il segnale è forte e non va fatto cadere. Con un presbitero accade una cosa analoga: si spera che si ravveda, che non accada più. Lo si sposta... Ma intanto la patologia lavora. Spostarlo è spesso peggio: chi ha problemi relazionali si convince di non essere compreso dai superiori e dai confratelli, ma nella comunità continua a fare il «superprete » e tutti lo gratificano.

Un disastro annunciato...
È come se la devianza diventasse parte del vissuto quotidiano e tutti fingessero di non accorgersene. Il prete alza il gomito, riceve la penitente nella sua stanza, sparisce per giorni senza che si sappia dove sia... ma in fondo nessuno si preoccupa davvero.

Perché?
Un prete che beve non è cosa normale e attorno a sé crea disagio, dunque si finge di non vedere. La psiche può spingerci a ignorare ciò che ci procura ansia.

Paura di tenere aperti gli occhi?
E paura della sincerità. Prendiamo papa Francesco. Perché suscita meraviglia? Per la sua schiettezza, perché le cose non le manda a dire. Però attenzione, è un ottimo formatore e la sua apparente emotività non deve trarci in inganno. Sempre, con i suoi comportamenti attiva una riflessione, dà spiegazioni. Se bacia un bambino, poi spiega perché sia importante accogliere l’altro.

Che cosa manca dunque all’attuale processo formativo di religiosi e presbiteri?
I preti non sono, non devono essere funzionari a cui viene affidata una parrocchia e addio. Nella solitudine e nella frustrazione, le patologie figlie di una precedente fragilità hanno gioco facile. Dovremmo saper fare formazione permanente che, attenzione, non consiste in un anno sabbatico o negli esercizi spirituali. Occorre un collegamento stretto tra formazione e vita, senza sosta, che aiuti il prete a imparare sempre.

Autoformazione? E come?
La parrocchia è assai spesso una macchina tanto vorticosa da togliere il fiato. Una macchina delicatissima: nelle mani del prete c’è la vita della gente. Sa come si chiamava una volta questa supervisione permanente di se stessi? Direzione spirituale. È necessario confrontarsi sul proprio stile di vita con una persona saggia.

Ci sono, disponibili, tutte queste persone sagge?
Questo è un altro discorso.




Australia. «Migliaia di abusi in istituti cattolici». L'arcivescovo: straziante
Redazione Internet lunedì 6 febbraio 2017
Le conclusioni della Commissione pubblica che indaga da 4 anni. I casi sono avvenuti dal 1980 al 2015. Il dolore della Chiesa: «Siamo straziati»

Dopo un'indagine durata 4 anni, la Commissione australiana d'inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori ha presentato in udienza le sue conclusioni. E i dati che chiamano in causa persone legate alla Chiesa cattolica e a sue istituzioni sono impressionanti. Si tratta dell'inchiesta più ampia sulla pedofilia nella storia dell'Australia, un lavoro che ha passato al vaglio realtà ecclesiali, enti caritativi, istituzioni di governo locali, scuole, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout ma anche realtà che non hanno a che vedere con la Chiesa, come club sportivi e persino la polizia.
Migliaia di episodi in strutture cattoliche

In Australia, tra il 1980 e il 2015, si sono verificati 4.444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica. Secondo le testimonianze raccolte, l'età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e 11 e mezzo per i bambini, e il tempo medio che intercorre tra quando si è verificato il presunto abuso e quando è stata presentata una denuncia è di 33 anni. Sono stati identificati 1.900 presunti responsabili, 500 non hanno ancora un nome. Gli episodi sarebbero avvenuti prevalentemente in scuole e istituti.
«Denunce ignorate per decenni»

"Le denunce erano sistematicamente ignorate e i bambini venivano puniti - ha dichiarato l'avvocato che assiste la Commissione, Gail Furness -. Le accuse non sono state indagate. I preti e i frati sono stati trasferiti. Le parrocchie e le comunità dove sono stati mandati non sapevano nulla del loro passato. I documenti non erano conservati o venivano addirittura distrutti. Ha prevalso il silenzio e la volontà di coprire i fatti. E molti bambini hanno sofferto e continuano a soffrire da adulti per le loro esperienze".


L'avvocato Furness presenta i risultati dell'indagine della Commissione federale australiana sulla pedofilia (Ansa)

«Numeri tragici e scioccanti»

Stando ai dati resi noti dal legale della Commissione, negli ultimi 77 anni (dal 1950 ad oggi) sarebbero 7 su 100 gli esponenti della Chiesa cattolica accusati di essersi macchiati del crimine della pedofilia. Si tratterebbe per il 32% di religiosi, per il 30% di sacerdoti, per il 29% di laici e per il il 5% di suore. "Questi numeri sono scioccanti, tragici e indifendibili", ha dichiarato Francis Sullivan, direttore esecutivo del Consiglio per la verità, la giustizia e la guarigione, l'ente che coordina la risposta della Chiesa al fenomeno della pedofilia. "Sono davanti alla Commissione d'inchiesta" ha detto. "Come cattolici chiniamo il capo per la vergogna". Ha quindi descritto i programmi di cambiamento adottati dalla Chiesa, tra cui la creazione di un ente di controllo degli standard professionali di preti e vescovi, una revisione delle passate denunce di abusi e un schema nazionale di riparazione. Una linea di fermezza e severità con i responsabili, una volta accertati oltre ogni dubbio i fatti realmente accaduti, di pentimento e di richiesta di perdono, di vicinanza alle vittime e di selezione accurata tra i candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, misure dettate dallo stesso papa Francesco e condivise dagli episcopati di tutto il mondo.
Il presidente del vescovi, monsignor Hart: offro le mie scuse


“Profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente Papa Francesco, ‘è un peccato che ci fa vergognare’”. Sono le parole di monsignor Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne e presidente della Conferenza episcopale australiana, scritte in un messaggio rivolto ai cattolici del Paese.

“Scrivo a voi – si legge nel messaggio di monsignor Hart (LEGGI L'INTEGRALE IN PDF) – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata”. “Nel corso delle prossime tre settimane – scrive Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici appariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini. Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a trovare il coraggio necessario per adottare tutte le misure necessarie per proteggere in ogni modo la vita dei nostri bambini, in modo che tali crimini non possano mai essere ripetuti”.
Il videomessaggio dell'arcivescovo di Sydney

"Quello che è stato rivelato è straziante". Così l'arcivescovo di Sydney, Anthony Fisher, commenta in un messaggio pastorale pubblicato sul sito della diocesi i risultati dell'inchiesta.

"Mi sono sentito personalmente scosso e umiliato da queste informazioni - dice il presule - come lo sono stato da altre rivelazioni importanti della Commissione Reale fino ad oggi. La Chiesa è dispiaciuta e io sono dispiaciuto per gli errori del passato che ha lasciato tanti così danneggiati. So che molti dei nostri sacerdoti, religiosi e fedeli laici sentono la stessa cosa: come cattolici dobbiamo piegare la testa per la vergogna". "Abbiamo già sentito di molti casi dolorosi e vergognosi di abusi sessuali riferiti alla Royal Commission a vittime coraggiose - prosegue l'arcivescovo, frate domenicano -. Oggi abbiamo sentito queste storie individuali aggregate nei dati presentati alla Commissione in merito alla percentuale di sacerdoti e religiosi con accuse di abusi fatte contro di loro dal 1950". "Per mia vergogna e tristezza - aggiunge - sembrerebbe che in tutta l'Australia ben 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 fratelli religiosi e 96 sorelle religiose hanno avuto accuse di abusi sessuali su minori fatte contro di loro sin dal 1950. Accuse sono state fatte anche contro 543 laici lavoratori della chiesa e altri 72 il cui status religioso è sconosciuto". Fisher parla di un periodo che sarà "traumatico per tutti i coinvolti, specialmente le vittime", promettendo di fare "tutto il possibile" in loro aiuto. Ricorda il lavoro fatto perché le accuse riguardanti la sua arcidiocesi fossero affrontate "con prontezza, giustizia e compassione". "Sonoconvinto - afferma - che alla fine dell'umiliazione e della purificazione attraverso le quali stiamo passando ci sarà una Chiesa più umile, più consapevole e più compassionevole". "E cosa importante - conclude -, incoraggio fortemente chiunque abbia da fare accuse di abusi sessuali di contattare la polizia: essi sono nella migliore posizione per investigare".

martedì 03 agosto 2010
La morale "fai da te"

Anticipiamo l'editoriale del numero di Famiglia Cristiana in edicola giovedì 5 agosto: "Il disastro etico è sotto gli occhi di tutti. Stupisce la mancata indignazione della gente".
03/08/2010  La questione morale agita il dibattito politico dal lontano 1981, da quando cioè – undici anni prima di Mani pulite – l’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, ne parlò per primo. La Seconda Repubblica nacque giurando di non intascar tangenti, di rispettare il bene pubblico, di debellare malaffare e criminalità. Bastano tre cifre, invece, per dirci a che punto siamo arrivati. Nel nostro Paese, in un anno, l’evasione fiscale sottrae all’erario 156 miliardi di euro, le mafie fatturano da 120 a 140 miliardi e la corruzione brucia altri 50 miliardi, se non di più.

   Il disastro etico è sotto gli occhi di tutti. Quel che stupisce è la rassegnazione generale. La mancata indignazione della gente comune. Un sintomo da non trascurare. Vuol dire che il male non riguarda solo il ceto politico. Ha tracimato, colpendo l’intera società. Prevale la “morale fai da te”: è bene solo quello che conviene a me, al mio gruppo, ai miei affiliati. Il “bene comune” è uscito di scena, espressione ormai desueta. La stessa verità oggettiva è piegata a criteri di utilità, interessi e convenienza.

   Se è vero, come ha detto il presidente del Senato Renato Schifani, che «la legalità è un imperativo categorico per tutti, e in primo luogo per i politici, e nessuno ha l’esclusiva», è altrettanto indubbio che c’è, anche ad alti livelli, un’allergia alla legalità e al rispetto delle norme democratiche che regolano la convivenza civile. Lo sbandierato garantismo, soprattutto a favore dei potenti, è troppo spesso pretesa di impunità totale. Nonostante la gravità delle imputazioni. L’appello alla legittimazione del voto popolare non è lasciapassare all’illegalità. Ci si accanisce, invece, contro chi invoca più rispetto delle regole e degli interessi generali. Una concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici in “servitori”. Semplici esecutori dei voleri del capo. Quali che siano. Poco importa che il Paese vada allo sfascio. Non si ammettono repliche al pensiero unico. E guai a chi osa sfidare il “dominus” assoluto.

   Che ne sarà del Paese, dopo la rottura avvenuta tra Berlusconi e Fini? La scossa sarà salutare solo se si tornerà a fare “vera” politica. Quella, cioè, che ha a cuore i concreti problemi delle famiglie: dalla disoccupazione giovanile alla crescente povertà. Bisogna avere l’umiltà e la pazienza di ricominciare. Magari con uomini nuovi, di indiscusso prestigio personale e morale. Soprattutto se si aspira alle più alte cariche dello Stato. Giustamente, i vescovi parlano di «emergenza educativa». Preoccupati, tra l’altro, dalla difficoltà di trasmettere alle nuove generazioni valori, comportamenti e stili di vita eticamente fondati.

   Contro l’impotenza morale del Paese, il presidente Napolitano ha invocato i «validi anticorpi» di cui ancora dispone la nostra democrazia e la collettività. Famiglia, scuola e, soprattutto, mondo ecclesiale sono i primi a essere chiamati a dare esempi di coerenza e a combattere il male con più forza. Anche di questo si dibatterà a Reggio Calabria, dal 14 al 17 ottobre, nella 46ª edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani. Dei 900 delegati, 200 sono giovani. Una scelta. Un investimento. Un piccolo segnale di speranza.


n. 12 del  21 marzo 2010 - Direttore: Antonio Sciortino

CHIESA E SOCIETÀ
LE RIFLESSIONI DI MONSIGNOR VINCENZO PAGLIA SUL NOSTRO PAESE SMARRITO

L’ITALIA S’È PERSA


Nel libro In cerca dell’anima, il vescovo di Terni colloquia con lo scrittore Franco Scaglia sul ripiegamento che caratterizza la nostra società. E sul ruolo che i cristiani devono esercitare per portare una sana scossa.



Uno scrittore e un vescovo discutono dell’Italia. Si domandano: è vero che ha smarrito sé stessa? E poi: come può rimettersi a cercare la sua anima? Lo scrittore è Franco Scaglia, che ha pubblicato libri sulla Terra Santa e ha raccontato la storia di padre Matteo, il francescano investigatore tra il dramma di Israele e Palestina, ispirato a padre Michele Piccirillo, il più straordinario archeologo di Terra Santa.

Il vescovo è monsignor Vincenzo Paglia di Terni, presidente della Federazione biblica cattolica, uomo appassionato di dialogo ecumenico, legato alla Comunità di Sant’Egidio, quelli che lavorano per la pace e per i poveri in tutto il mondo. Il libro si intitola In cerca dell’anima (Piemme, pagine 288, euro 19) ed è il risultato magnifico di un colloquio che invita a riflettere su dove stiamo andando. Scaglia sollecita. Paglia risponde. In questa intervista il vescovo riassume ogni questione.

Perché l’Italia è smarrita?
«Perché fa fatica a trovare energia: è un Paese che si richiude su sé stesso, giorno dopo giorno».


Monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni (foto Vision).


L’inerzia cosa provoca?
«Infiacchisce l’anima nel profondo e offre il terreno alle derive violente. Insomma, scompaiono sia i sogni che le passioni».

E la Chiesa italiana?
«Ha una qualità di vita robusta, ma il virus del ripiegamento può insinuarsi anche tra i fedeli, che oggi sono tentati dall’individualismo. C’è bisogno di una Chiesa che con coraggio aiuti il Paese a ritrovare un’anima».

Cioè così non va?
«I tempi sono straordinari e occorre una Chiesa straordinaria, "sale della Terra", tanto per citare il teologo Joseph Ratzinger. Ma con la consapevolezza che la Chiesa non è solo affare dei preti e che una nuova spinta propulsiva non viene affatto dai vescovi».

Anche la politica è debole?
«Sembra forte, ma in realtà la sua debolezza è endemica. Accondiscende all’inerzia del Paese e continuare a spingersi uno con l’altro ai bordi del campo non fa bene a nessuno».

Il problema più grave?
«L’immigrazione. Non se ne capisce la complessità e ogni semplificazione provoca danni. Da troppo tempo c’è chi somministra veleni, chiusure, disprezzo. E lo fa per far sparire dall’anima della gente, e quindi dal Paese, la cultura dell’accoglienza, che ha invece segnato in profondo l’Italia».

Quindi, in fondo, è una questione di educazione...
«Certo. Dovremmo educarci tutti insieme a trovare le ragioni, per esempio, di una cittadinanza europea. Io sogno il momento in cui avremo in tasca un passaporto europeo».

Però, questa è anche l’Italia del volontariato, delle mille associazioni. Anche loro smarrite?
«In parte sì. L’affermarsi del cosiddetto "Terzo settore", cioè la possibilità di avere finanziamenti, cosa legittima, ha fiaccato l’amore gratuito, ha indebolito il volontariato. Ed è un atteggiamento che si sta registrando anche dentro il mondo cattolico».

Di chi è la colpa?
«Il problema è che il potere politico usa lo Stato sociale per ridistribuire risorse a fini di consenso».

Non le se sembra di essere troppo "politicamente scorretto"?
«No. Lo Stato sociale finisce per diventare troppo spesso uno strumento per proteggere gli interessi di alcuni, indipendentemente dal collegamento con la riduzione della povertà e con la redistribuzione della ricchezza. Rischia di diventare problema e non soluzione».

Nel libro, fa l’elogio dell’elemosina. Troppo conservatore e poco moderno?
«E perché? L’elemosina oggi viene disprezzata, ma è l’unica azione che ci costringe davvero a fermarci e a guardare in faccia i poveri».

Anche la fede si è indebolita?
«Si prende ciò che piace, ci si costruisce un credo su misura. Assistiamo a un fumoso sentimento religioso, che alla fine risponde solo al proprio egocentrismo. Anche la stagione del dialogo sembra finita. È il tempo in cui ognuno cerca come difendersi meglio».

Perché?
«Bisogna rispondere alla domanda sulle nostre comunità ricche di cose, ma infiacchite dentro, cullate troppo in preoccupazioni tutte interne. Dobbiamo imparare a gestire le nostre debolezze e i nostri limiti, senza stendere veli sulle debolezze e nascondere la polvere sotto il tappeto. Anche la comunità cristiana è attraversata da invidie, maldicenze e menzogne. Osservo che le Scritture sono piene di avvertimenti a questo riguardo».

Cosa la preoccupa di più?
«Il fatto di essere ormai condannati a lavorare di più non per essere felici, ma per comperare di più. C’è una cultura neomaterialista che fa del denaro non un fattore dell’economia, ma una sorta di fine dei fini. Un Paese meno smarrito ha bisogno di una vita diversa: più cultura e più spiritualità. Invece, siamo tutti spettatori impotenti o, peggio, complici di questa cultura e pensiamo che tutto si possa comprare».

E così si uccide l’anima...
«Certo, le emozioni più profonde vengono travolte dalla fretta di produrre e dal cinismo che ne segue. Il denaro è concepito come una salvezza, mentre in realtà è una schiavitù. Fermarsi e riflettere, mai».

La crisi è servita a qualcosa?
«Io spero di sì. Potrebbe sembrare un paradosso, ma la sua drammaticità può, alla fine, essere positiva. Un salutare schiaffo educativo. Ma bisogna rendersene conto».

E i poveri?
«Dovrebbero essere la nostra guida in una nuova società più sobria e meno smarrita. Ma li nascondiamo, anzi neppure si deve pensare che esistano. Abbiamo costruito un’apartheid tra ricchi e poveri, che attraversa le società a tutte le latitudini. Io domando: chi sono i cristiani se non gli amici dei poveri? Oggi la stragrande maggioranza degli italiani si dice cattolica, ma la bassa partecipazione deve farci riflettere».

Eppure, c’è chi ritiene la Chiesa come una cittadella assediata...
«Non c’è mai stata un’età dell’oro per la Chiesa e lamentare che in passato i tempi erano migliori significa dimenticare la lezione di Gesù. La Chiesa deve agire attraverso l’amore con dolcezza e rispetto, esattamente come fa Benedetto XVI. L’amore gratuito è l’unica forza capace di ridare speranza al mondo di oggi. Se, invece, la Chiesa continua a guardare a orizzonti limitati, pur con grande dedizione, se continuiamo a occuparci sempre e solo delle nostre istituzioni, sarà difficile offrire di nuovo felicità al Paese, sarà difficile superare lo smarrimento e ritrovare l’anima».



Alberto Bobbio

n. 11 del  14 marzo 2010 - Direttore: Antonio Sciortino

SENZA UNA PLURALITÀ DI INFORMAZIONE CALA ANCHE LA DEMOCRAZIA

CENSURARE LE NOTIZIE
UN DANNOSO BOOMERANG

Manifestazione a Roma contro la chiusura dei programmi di informazione. Se gli ascolti Rai piangono, c'è chi ne trae vantaggi e fa il pieno di audience e pubblicità.



Rispettare il potere e rispettare l’informazione sul potere. Non è solo uno slogan. La frase dovrebbe essere ben in vista nei palazzi della politica e nelle stanze delle redazioni. Così è in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, nessuno si sognò di ricorrere, in fretta e furia, a decreti o strane regole di "par condicio" per mettere a tacere l’informazione e rimettere in gioco un presidente coinvolto negli scandali del Watergate.

In Italia, ogni pretesto è buono per tacitare voci scomode. L’informazione s’è ridotta a celebrare fasti e successi, rinunciando alla denuncia e a smascherare le bugie. Tra politici allergici alle critiche e "penne vendute" al potere, il quadro è poco allegro. E la democrazia ne risente, con qualche scricchiolio preoccupante. S’è persa l’unica ragione d’essere dei media: informare i lettori. «Se non si ha amore per la verità», scriveva don Zega, «meglio non intraprendere il mestiere di giornalista. Non si possono servire due padroni: la verità e il potere».

Né si può giocare con la libertà d’informazione. La possibilità che tutti, a ogni passaggio elettorale, fossero sulla stessa linea di partenza aveva dettato la cosiddetta "par condicio". Oggi, s’è trasformata in forma censoria, perché non si parli di nulla. Così, si impedisce ai cittadini di conoscere a fondo candidati e programmi. Al di là delle ufficiali (e scontate) "tribune elettorali". Non bastano più vaghe promesse. Si richiedono impegni concreti, su cui i politici saranno chiamati a rendere conto.

Che fine hanno fatto, ad esempio, il "quoziente familiare" e gli sgravi fiscali alle famiglie? Inoltre, non dovevano essere soppresse le Province, inutile fabbrica di poltrone e prebende, con sperpero di 14 miliardi di euro? Non solo non scompaiono, ma rischiano di arrivarne altre 21 con ulteriori costi. Come si fa, poi, a dire alle famiglie che non ci sono soldi per le loro richieste?

Tornando all’informazione, sarebbe il caso di rispolverare Thomas Jefferson, presidente americano, autore del primo emendamento della Costituzione Usa, dedicato alla libertà di stampa, che diceva: «Meglio giornali senza Governo, che un Governo senza giornali». Ma anche i giornalisti hanno le loro responsabilità. Nell’opinione pubblica godono di pessima reputazione, pari solo a quella dei politici. Lo scadimento dell’informazione è sotto gli occhi di tutti. C’è un direttore di Tg che confonde "assoluzione" con "prescrizione": roba da essere cacciato all’esame di idoneità professionale. E, invece, c’è la corsa a difendere uno sfregio alla verità. Senza pudore. Più che la passione per la notizia, si è attenti all’aria che tira. Pronti a cambiare bandiera, a ogni mutar di vento. Senza dignità.

Se si è servi, il potere ne approfitta. Così, si danno soldi a giornali di partito (spesso con più redattori che lettori) e si tagliano briciole di sovvenzione a migliaia di Tv e radio locali. Quelle più vicine alla gente e alle comunità locali. È provato: se cala la pluralità d’informazione, cala anche la democrazia in un Paese.

Oltretutto, oscurare le notizie è un dannoso boomerang. Anche economico. Se gli ascolti Rai piangono, c’è chi ne trae vantaggio e fa il pieno di audience e pubblicità. A forza di "bizantinismi" da basso impero, prima o poi, per decreto qualcuno deciderà chi ha diritto di parola e chi no; chi può giocare la partita e chi deve starne fuori; chi deve rispettare le leggi e chi, invece, può interpretarle. Tutto ciò con un’opinione pubblica poco reattiva e in un Paese dove difficilmente chi sbaglia paga.




n. 04 del  24 gennaio 2010 - Direttore: Antonio Sciortino
LA RIVOLTA DI ROSARNO E GLI ESEMPI POSITIVI DI DUE COMUNI CALABRESI

IL FUTURO DEGLI IMMIGRATI
È ANCHE IL NOSTRO AVVENIRE

Il caporalato moderno delle cosche ha imposto le sue regole, riducendo in schiavitù gli immigrati.

I fatti di Rosarno hanno evidenziato la debolezza del nostro sistema di accoglienza e integrazione. Soprattutto al Sud, dove è scoppiata la lotta tra poveri. Da quasi 15 anni i cittadini della Piana di Gioia Tauro convivevano con gli immigrati, impegnati in agricoltura, nelle raccolte stagionali. E non poche volte avevano alleviato le loro sofferenze, provocate da condizioni di vita e sfruttamento, cui erano sottoposti da un sistema di illegalità.

È stata una convivenza non sempre facile. Avrebbe potuto migliorare se le istituzioni avessero aiutato la società civile. Ma così non è avvenuto. Il caporalato moderno, gestito dalle cosche, ha imposto le sue regole. Ha fatto diventare nemici gli italiani e gli immigrati. Non s’è trattato dello scoppio improvviso di razzismo o xenofobia. Forse, ci vorrà tempo per individuare le reali responsabilità. Resta il fatto che, per le violenze, sotto accusa ci sono più italiani che immigrati. E che molti nostri connazionali hanno reagito sparando.


Gli stranieri di Rosarno lasciano il paese sotto la scorta delle forze d’ordine
(foto Ansa).


Cosa c’è dietro la rivolta di Rosarno
? Perché qualcuno ha deciso, all’improvviso, che gli africani dovevano andar via, esasperandoli con uno sfruttamento estremo? Chi prenderà il loro posto nell’agricoltura? Oggi, gli immigrati, soprattutto quelli che accettano condizioni estreme per poter vivere, fanno più paura sul lavoro che in materia di sicurezza. Sono stati ridotti in schiavitù. E gli schiavi, a volte, si ribellano. Ma la ribellione, a sua volta, è sfruttata per dare la caccia agli immigrati, senza distinzioni. Piuttosto che reprimere ogni forma di illegalità.

È un circolo perverso,
con responsabilità sedimentate da anni, dove l’accumulo di povertà, senza interventi risolutivi, dimostra l’inadeguatezza del nostro sistema legislativo e amministrativo. Sia locale che nazionale. Nonostante i proclami contro i clandestini e le periodiche invocazioni alla "tolleranza zero", c’è chi sfrutta i clandestini, ridotti in schiavitù. Sono soprattutto imprenditori senza scrupoli, mafie, e chi, con l’alibi dei clandestini, evita di occuparsi di caporalato criminale e lavoro nero.

Alcuni dicono che la clandestinità ha alimentato la criminalità. È davvero così? Oppure, come i fatti di Rosarno confermano, è vero il contrario? In Calabria ci sono buoni esempi di integrazione, anche con il contributo dello Stato. Le situazioni di Riace e Caulonia, che raccontiamo in questo numero, lo dimostrano con evidenza. Perché se ne parla poco? Perché nasconderle e non indicarle, invece, ad esempio?

Ma più in generale c’è una doppia Italia. In Trentino i lavoratori stagionali, che raccolgono le mele, sono pagati e accolti secondo regole di mercato e di convivenza. Ma questo modello si ferma lì, al Nord.

In molte zone del Paese, invece, c’è un problema di legalità che richiede più conoscenza e solidarietà. L’Italia cresce anche grazie agli immigrati. Ci sono 187 mila imprese con titolari stranieri. E nelle nostre case lavorano un milione di immigrati, che fanno i muratori, gli idraulici, le badanti. Eppure, li abbiamo resi "invisibili", perché loro chiedono risposte vere, non ipocrite, al loro futuro. Che è anche il nostro.

n. 42 del  18 ottobre 2009  - Direttore: Antonio Sciortino

UN’ITALIANA DELUSA STIMOLA GOVERNO E OPPOSIZIONE A DARE
UN FUTURO AL PAESE

ECCO I VERI VOLTI DELLA LIBERTÀ


Assistiamo all’espandersi dell’arbitrio che persegue il proprio comodo o gli interessi personali. La società è sana solo se la libertà che rivendichiamo è attenta anche ai diritti degli altri.

Caro padre, non è possibile che Governo e opposizione non capiscano che le persone, oggi più che mai, hanno bisogno di pane, lavoro e dignità. Perché non fanno nulla per i più poveri e i disoccupati? La libertà e la dignità delle persone sono violate e calpestate ogni giorno. L’intelligenza è offesa con trasmissioni televisive, che propinano concetti stupidi, distogliendo l’attenzione dai problemi reali.

Ormai ci viene a mancare tutto: dalla libertà di crescere e frequentare una scuola che ci permetta d’affrancarci dall’ignoranza e dalla miseria alla possibilità di iscriversi all’università, che metta tutti gli studenti sullo stesso piano. Così come quando ci si sente male, non si è tutti trattati allo stesso modo in ospedale.

Oggi non siamo liberi da paure, miseria e disperazione. Temiamo il futuro, facciamo fatica a farci una famiglia, avere dei figli, lavorare ed esprimerci con libertà. Ci è impedito di vivere nella legalità e nella sicurezza: ci hanno portato via anche la dignità. Non è corretto che una marea di persone sopravviva con meno di ottocento euro al mese, tra stenti e privazioni. Chi ha perso il lavoro, spesso viene offeso con frasi tipo: «Volendo il lavoro si trova». Oppure: «Basta darsi da fare e arrangiarsi a lavorare in nero». Per chi ha la pancia piena è facile parlare, difficilmente potrà capire chi è povero e in difficoltà.

Oggi a tanti manca la dignità: all’intera classe dirigente e politica, perché si rifiuta di mettersi da parte per fare spazio ai più giovani; a chi dice che le donne non fanno più figli, perché le priva della possibilità di lavorare o di restare a casa a curare i figli. Ai cittadini è stato tolto tutto: il lavoro, la famiglia, il futuro. Ora abbondano disoccupati, cassaintegrati, lavoratori precari e part-time o in nero. Ironia della sorte, li si invita pure a spendere, per far ripartire i consumi e l’economia. Ma se la gente non ha di che vivere, come può pensare a investire o a consumare?

C’è un’alternativa a tutto ciò? Quale? Morire, andare via, lottare? Che bisogna fare perché i politici capiscano che il lavoro è un diritto e non un favore, e che tutti hanno diritto a farsi una famiglia? Che bisogna fare per ottenere "pane, lavoro e libertà", come diceva un grande sindacalista come Di Vittorio? Sinceramente, mi sembra d’essere tornata indietro nella storia e nel tempo, a un’Italia senza volto, senza certezze.

E in tutto ciò, qual è il ruolo della Chiesa, oltre che stanziare fondi e aprire mense della Caritas? Non mi fraintenda: la Chiesa fa già tantissimo. È vero che nel Discorso della montagna Gesù ha affermato: «Beati i poveri di spirito», ma è giusto che alcuni vivano nel lusso e gli altri, cioè la maggioranza, negli stenti? Perché nessuno ascolta il grido dei poveri? Bisogna essere per forza leader per capire come sono ridotti gli italiani? In un nuovo Catechismo della Chiesa dovrebbe essere scritto, con chiarezza, che è peccato non dare il cibo agli affamati e il lavoro ai disoccupati. Soprattutto per coloro che, nell’indifferenza ai problemi della gente, continuano a tenere posti di potere.

Una italiana delusa
 

La nostra lettrice è delusa e proclama, ad alta voce, i motivi del suo scontento. Difficile non darle ragione. Più d’uno si sentirà sollecitato a unirsi al coro delle sue lamentele. Anzi, ad aggiungere alla lista qualche altro capitolo con nuove delusioni. Una sua osservazione, però, merita d’essere ripresa e approfondita: la crescente mancanza di libertà. Può sembrare paradossale, perché poche parole come questa vengono tanto enfatizzate.

Intorno alla libertà si è costituita un’aggregazione politica, con una scenografia trionfalistica e proclami altisonanti. Ma davvero siamo entrati nell’era della libertà come valore fondante della nostra convivenza sociale? Non sarà fuori luogo ricordare che quando in Francia, più di due secoli fa, è stata proclamata una cesura tra il vecchio e il nuovo, alla parola libertà sono state abbinate anche uguaglianza e fraternità. Circolava la consapevolezza che la libertà, da sola, rischiava di avere sviluppi infausti, se non contemperata da altri valori.

La nostra lettrice, per valutare gli sviluppi della società, si riferisce al modello di vita personale e di comunità proposto dal cristianesimo. E si domanda se sia compatibile con il Vangelo quanto vediamo trionfare attorno a noi. Ma anche per chi non è cristiano, le perplessità sono forti. È ancora l’"italiana delusa" che ci ricorda il duplice volto della libertà: la libertà "per" dev’essere accompagnata dalla libertà "da". È la libertà che dà valore alla nostra vita morale.

Possiamo essere eroi o vigliacchi, egoisti o altruisti, santi o peccatori: il ventaglio delle scelte nasce dalla condizione di libertà, come opportunità di prendere strade diverse. Condanniamo come oppressive le società che costringono i cittadini a modellarsi su comportamenti ritenuti virtuosi (e riteniamo una caricatura della virtù quella che è garantita, in certi regimi teocratici, da un’apposita polizia...). Solo se lasciamo aperta la possibilità della libera decisone, possiamo parlare di virtù. Nel messaggio della Bibbia questo è il grande dono che il Creatore ha fatto all’uomo. Anche se la storia ha inizio con la trasgressione raccontata dalla Genesi.

Accanto a questa nozione di libertà, tuttavia, dobbiamo evocare quella che la nostra lettrice, con sintesi molto efficace, chiama "la libertà dalla miseria". La nostra libertà per svilupparsi ha bisogno di certe condizioni: l’estremo bisogno può costringerci a comportamenti che sono il contrario della libertà. E così pure la prevaricazione degli altri, quando non rispettassero i nostri diritti.

Quello a cui assistiamo ogni giorno è l’espandersi del territorio dell’arbitrio, nel nome di una libertà di perseguire il proprio comodo o vantaggi personali. Possiamo dire di vivere in una società sana solo se la libertà che rivendichiamo è "vigilante", cioè attenta a non calpestare quella degli altri.

E se la comunità ci garantisce il sostegno nelle situazioni di bisogno, così da avere soddisfatte le necessità primarie, dal cibo alle cure sanitarie, al lavoro, all’abitazione, all’educazione. Questi sono i volti della libertà che nel nostro Paese sentiamo minacciati. Saremmo più a nostro agio se, invece di esultare dichiarandoci un popolo "delle libertà", ci dichiarassimo impegnati a essere una comunità "per" la libertà.

D.A.

16 Settembre 2009
Il «caso Giornale», le campagne, i silenzi
Se la stampa diventa spietata arma impropria

«Noi giornalisti dovremmo meditare amaramente, con approfondito esame di coscienza, sulle parole di Giorgio Montini (giornalista e padre del futuro papa Paolo VI) che considerava il giornalismo una splendida missione a servizio della verità, della democrazia, del progresso e del bene pubblico». Lo ha detto ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Eccellenti parole, e dette proprio nel momento giusto. Perché si sta a guardare quello che succede nella informazione in Italia con un crescendo di apprensione. Persino il premier Berlusconi ieri sera ha denunciato la presenza di "farabutti" nel sistema dell’informazione. Basta intendersi.

Due settimane fa la feroce campagna contro Dino Boffo: carte false e di oscura provenienza pubblicate in prima pagina, in un odore di squadrismo mediatico. Ma, il Giornale lo aveva annunciato, era solo l’inizio. Due giorni fa, l’editoriale di Vittorio Feltri era dedicato a Fini: una «ultima chiamata» perché «cambi rotta».

Legittima la critica politica; ma sono le ultime dieci righe che raggelano. Le riportiamo testualmente: «(Fini) ricordi che bocciato un lodo Alfano se ne approva un altro, e lo si manda immediatamente in vigore. Ricordi anche che delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano su teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente – per dire – ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme».

Questo non è più politica. E non è nemmeno informazione. Informazione è pubblicare i documenti che si hanno, dopo aver rigorosamente verificato che siano autentici e aver sentito le parti interessate. Inventare una insultante vita parallela per uccidere mediaticamente un giornalista galantuomo non è informazione, è deliberata aggressione. Alludere a un "certo" fascicolo, avvertire che è «meglio non svegliare il can che dorme», non è informazione, è pura e semplice intimidazione. Non dubitiamo che, nella storia di questa Repubblica come in quella di molti altri Stati, di avvertimenti così, sottobanco, a mezza bocca, indiretti, ce ne siano stati.

E magari non pochi. Quello che ci impressiona è veder dispiegato un simile apparato di guerra e leggere ripetutamente, nero su bianco, accuse e frasi di tale tenore su un grande e già glorioso quotidiano nazionale, che per di più appartiene alla famiglia del presidente del Consiglio. Impressiona, che tutto questo venga fatto ostentatamente.

Come se fosse cosa normale. Come pensando che, in questa Italia, si può ormai tranquillamente fare ciò che in altri tempi sarebbe stato considerato da tutti deontologicamente inammissibile. E forse Feltri ha ragione: nemmeno l’Ordine dei giornalisti, almeno fino al momento in cui scriviamo, ha ritenuto di dover dire o fare niente. Speriamo di essere troppo pessimisti.

Ma il dubbio è che qualcosa stia vacillando nella  informazione in Italia – e in questo senso la manifestazione di sabato prossimo non è un appuntamento retorico, né formale. Ieri sera, un altro episodio, meno eclatante, più benigno: la consegna delle case in Abruzzo da parte del premier in onda a Porta a Porta in prima serata, di fatto "spente" le vere alternative sui palinsesti delle altre reti. La celebrazione dell’operato del governo – in questo caso più che apprezzabile da tutti – mandata in onda, ha scritto il Corriere, «in un clima da reti unificate». In bilico fra informazione e propaganda. Come se il clima velenoso degli ultimi mesi, e la aggressiva campagna sulla moralità del premier condotta dai quotidiani vicini all’opposizione, avessero generato una controreazione nervosa, incontrollabile e ora del tutto straripante.

C’è ormai un clima di veleni trasversali, in cui pare normale cercare di distruggere un avversario, vero o presunto, con ogni mezzo. In cui non si prova alcun imbarazzo a colpire e avvertire pubblicamente chi fa mostra di autonomia di giudizio (e se è lucida eppure appassionata la nostra difesa della dignità di uomo e di giornalista di Dino Boffo, non siamo certo noi a dover essere sospettati di nutrire simpatie per certe mosse iperlaiciste di Gianfranco Fini). Mentre alle famiglie italiane si mostra con gran rilievo in prima serata tv il puntuale operato del governo in Abruzzo, si tace sull’uso crescente e "normale" della stampa come di una spietata arma impropria.
Marina Corradi


Commenti
5 Settembre 2009
Anche sui giornali e in tv non può esserci liberta' senza responsabilità
Cattiva stampa e videoindecenze:
giudicate voi, giudicate adesso

C’è più di un problema nel mondo dell’informazione italiana. Ma qui, oggi, vogliamo sottolinearne uno che rischia di non essere messo a fuoco nel momento in cui, giustamente, ci si interroga e ci si allarma sulla sorte della libera stampa nel nostro Paese. La libertà senza responsabilità non ha senso, e l’esercizio irresponsabile della libertà diventa inesorabilmente una maledizione per ogni comunità civile. E quella di chi fa e legge i giornali, di chi fa e ascolta e vede i radiotelegiornali, è – dovrebbe essere – una comunità civile. Noi di Avvenire – la «voce delle voci» dei cattolici italiani che Dino Boffo per 15 anni ha portato con libertà e responsabilità in edicola – ci sentiamo parte di questa comunità civile, ci sentiamo e siamo al servizio dei suoi membri più importanti: coloro che ci leggono, coloro che ci guardano e che ci ascoltano. Sono loro, prima di tutto, che giudicano del nostro grado di libertà e di responsabilità, della nostra pulizia e della nostra coerenza.

E noi – oggi che siamo stati trascinati in una battaglia insensata dalla premeditata aggressione compiuta contro il nostro direttore da quanti hanno esercitato una libertà senza alcuna responsabilità – vogliamo riflettere pubblicamente a partire da questo punto cruciale. Restando noi stessi. Sperando di essere ascoltati dai nostri colleghi giornalisti. Contando soprattutto su chi legge, guarda e ascolta coloro che "danno le notizie".

In queste ore, il presidente dell’Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca ha invocato un «passo indietro» e ha richiamato al dovere morale di usare i media con una «maggiore sobrietà di atteggiamenti». Si è rivolto ai professionisti dell’informazione. E ha argomentato: «La funzione dei giornali, delle radio, delle tv e del mondo web è talmente importante e fondamentale nella vita civile di una comunità che non può ridursi – peggio se per propria scelta – a un battibecco dai toni sempre più accesi e sempre meno comprensibili». Ha parlato di deontologia, Del Boca. E questo è l’altro nome della libertà responsabile.

Siamo così d’accordo con lui, noi di Avvenire, che da venerdì 28 agosto a oggi – con naturale adesione all’imput che ci veniva dal nostro direttore – non abbiamo consentito a chi aveva sferrato il menzognero attacco a Dino Boffo e alla libera voce di questa testata di "commissariare" le nostre pagine con una sporca non-notizia. Abbiamo continuato, invece, a scrivere dell’Italia e del Mondo, dando conto con chiarezza esclusivamente nelle pagine dedicate al dialogo con i lettori dell’inconsistenza di quella maligna campagna diffamatoria costruita – nei titoli e negli articoli del "Giornale" diretto da Vittorio Feltri – su una lettera anonima travestita da «documento del casellario giudiziario». E in quegli stessi giorni abbiamo fermamente e cortesemente declinato ogni invito a incrociare le voci – attraverso i mass media radiofonici e televisivi – con coloro che a questa inconcepibile e feroce gazzarra "punitiva" avevano dato il via.

Da cronisti e da portatori di opinioni ci confrontiamo senza timori e senza reticenze con ogni fatto e ogni interlocutore, ma proprio perché crediamo nel dialogo riteniamo che non si possa e non si debba mai recitare una finzione di dialogo. E così abbiamo scelto di non consegnarci ai caotici «battibecchi» soprattutto televisivi evocati da Del Boca e cari, ormai da anni, agli spacciatori di spazzatura.
Osavamo sperare che le nostre scelte facessero riflettere.

E che alla riflessione seguissero scelte giornalistiche conseguenti. Raccontare, ovvio, il "caso" violentemente aperto dal "Giornale", ma con tenace precisione, dopo aver verificato fatti, situazioni e fonti, nel massimo rispetto delle persone a torto o a ragione coinvolte. Molti colleghi, su tante testate quotidiane, hanno mostrato a noi e ai loro lettori che questo è ancora possibile nel nostro Paese. Un gruppo graniticamente inquadrato di giornali ha fatto esattamente l’opposto. E la magna pars dell’informazione televisiva pubblica e privata ha finito per amplificare le loro cannonate in faccia alla verità.

Le falsità e le deformazioni sulla persona di Dino Boffo hanno avuto – per giorni – uno spazio tv irrimediabilmente insultante. Di Avvenire e della sua linea politica è stata fatta anche in tv una interessata caricatura. E questo perché Feltri & Co. sono stati fatti dilagare sul piccolo schermo con le loro tesi e (man mano che la verità veniva a galla) i loro aggiustamenti di tesi. E quando non sono stati loro – gli sbandieratori di una ignobile lettera anonima – a occupare lo schermo, le notizie di chiarimento venute dalla magistratura di Terni sono state ignorate o sminuzzate. Confuse in un polverone di chiacchiere in politichese. Tutt’al più di querimonie su una privacy violata, quando c’era una verità di vita fatta a pezzi. Un’autentica videoindecenza.

Qualcuno dirà: gli assenti hanno sempre torto. Ma noi di Avvenire non siamo stati affatto assenti: non siamo andati in tv a impersonare la parte del calunniato che fa da comparsa nello spettacolo del suo calunniatore, che è cosa ben diversa.

Tutto questo è accaduto sotto gli occhi dei nostri concittadini, lettori e telespettatori. Tutto questo è sotto gli occhi dei cattolici italiani. Che giudichino loro – in edicola e col telecomando – questa libertà irresponsabile che, ancora una volta, nessun altro, neppure l’Ordine dei giornalisti, appare in grado di giudicare. Giudichino loro la stampa della falsità e della cattiveria. Giudichino le videoindecenze.
Marco Tarquinio


23 Agosto 2009
Immigrazione
Per non rischiare anche noi il naufragio
Trent’anni fa gli italiani arrivaro­no fino nelle acque della Male­sia per soccorrere i profughi vietna­miti. La situazione politica del loro Paese li spingeva a fuggire in mare. Fu mobilitazione generale. È stata ricordata ieri a Jesolo, alla presenza dell’indimenticato Giuseppe Zam­berletti, fondatore e primo capo del­la protezione civile. Alcuni espo­nenti della comunità vietnamita hanno voluto così ringraziare l’Ita­lia per l’accoglienza di allora. In pri­ma fila, in quella mobilitazione mondiale, furono i cattolici assie­me ai fedeli di tante altre religioni.

Un reale movimento di popolo che, tra le titubanze di ordine politico e diplomatico, spinse a interessarsi di quei poveracci in balia delle onde. Delle onde lontane. Come oggi spinge a interessarci di quelli in ba­lia delle onde vicine. Mai in nome della politica, ma in nome dell’uo­mo e della sua dignità che si fonda sull’esser creatura voluta da Dio, a sua immagine e somiglianza. Molti sono gli attentati nella nostra epoca a tale dignità. Vengono da sot­tili ma decisive mutazioni in cam­po biogenetico, e dalle ipocrisie di una ricerca scientifica interessata più a vendere che alla vita. E ven­gono da corpose e altrettanto deci­sive mutazioni nei flussi migratori, e dalle ipocrisie di una politica che usa gli odierni boat people per bat­taglie di basso profilo.

Ma ancora u­na volta i cattolici, assieme agli uo­mini e alle donne di buona volontà, non stanno zitti. E chiedono a tutti – in Italia, a Malta e nel resto d’Eu­ropa – di non far finta di niente. Per amore concretissimo all’uomo, non a una parte politica. Trent’anni fa, noi italiani andammo a soccorrere i boat people remoti dalle nostre coste. Oggi i boat peo­ple sono nelle nostre acque. Ci so­no molte differenze. Ma tutte le dif­ferenze non valgono a oscurare la ben più importante somiglianza: è gente che rischia la deriva, che va soccorsa. Poi si deciderà dove sta­ranno, se e come rimarranno e tut­to il resto. I profughi vietnamiti di allora in Italia si integrarono bene: fanno parte di questo Paese e, in questa rovente estate del 2009, rin­graziano noi che navigammo per mezzo mondo decisi a soccorrere altri esseri umani in difficoltà. Ne fummo fieri. Fu giusto.

Fu, per così dire, normale per la nostra sensibi­lità e per la nostra cultura. E siamo sicuri che la cultura e la sensibilità di una larga, larghissima, maggio­ranza della nostra gente si nutre del­la stessa convinzione: soccorrere chi ha bisogno. Quando è lontano, e quando è vicino. Siamo un popolo educato all’aper­tura verso le persone. E i disperati del mare sono persone. Si tende a e­tichettarli come emergenza sociale da trattare 'politicamente', ma so­no di carne e ossa, di fiato e anima, di speranza e fatica, di anima e sguardo.

Uomini, donne, ragazzi. La fermezza nel far rispettare gli ac­cordi internazionali, l’oculatezza nel gestire un fenomeno dai molti risvolti, l’ansia di segnare un punto nella polemica pubblica, il bisogno di dimostrarsi 'migliori' dell’avver­sario politico non possono mai spingerci a ridurre queste persone – vulnerabili e sofferenti – a stru­menti e alibi. Si tratta, in fondo, di imparare da noi stessi. Di non negare noi stessi. I noi stessi di trent’anni fa e, se ci scrutiamo davvero dentro, i noi stessi di oggi. Vedere e saper soc­correre l’uomo in difficoltà in mez­zo al mare significa vedere e sape­re, ancora e sempre, chi siamo. Si­gnifica evitare che i terribili naufra­gi di speranza al largo delle nostre coste siano il nostro naufragio.
Davide Rondoni


21 Agosto 2009
Sulle rotte dei disperati
Chi non vuole vedere e chi muore
Sono arrivati in cinque. Erano ische-­letriti, cotti dal sole che martella, in agosto, sul canale di Sicilia. Ma il bar­cone, era grande: ce ne stipano ottanta, i trafficanti in Libia, di migranti, su bar­che così. Affastellati uno sull’altro co­me bidoni, schiena a schiena, gli ultimi seduti sui bordi, i piedi che penzolano sull’acqua. E dunque quel barcone vuo­to, con cinque naufraghi appena, è sta­to il segno della tragedia. Laggiù a 12 miglia da Lampedusa, ai margini estre­mi dell’Europa, un relitto di fantasmi. Cinque vivi e forse più di settanta mor­ti, in venti giorni di peregrinazione cie­ca nel Mediterraneo.

Decine e decine di eritrei inabissati come una povera za­vorra di ossa in fondo a quello stesso mare in cui a Ferragosto incrociano na­vi da crociera, traghetti, e gli yacht dei ricchi. È questo il dato che raggela an­cor più. Perché in venti giorni, nelle acque della Libia e di Malta, e in mare aperto, qualcuno avrà pure incrociato, o almeno intravisto da lontano quel barcone; ma lo ha lasciato andare al suo destino. Solo da un peschereccio, hanno detto i superstiti, ci hanno da­to da bere. Come dentro a una spieta­ta routine: eccone degli altri. E non ci si avvicina. Non si devia dalla rotta tracciata, per un pugno di miserabili in alto mare. Noi non sappiamo immaginare davve­ro. Come sia immenso il mare visto da un guscio alla deriva; come sia spaven­toso e nero, la notte, senza una luce.

Co­me picchi il sole come un fabbro sulle teste; come devasti la sete, come scar­nifichino la pelle le ustioni. Noi del mon­do giusto, che su quelle stesse acque d’a­gosto ci abbronziamo, non sappiamo quale spaventevole nemico siano le on­de, quando il motore è fermo, e l’oriz­zonte una linea vuota e infinita. Non possiamo sapere cosa sia assistere all’a­gonia degli altri, impotenti, e gettarli in acqua appena dopo l’ultimo respiro. 'Altri' che sono magari tuo marito o tuo figlio. Ma bisogna liberarsene, senza tempo per piangere. Perché quel sole tormenta e disfa anche i morti; e i vivi, vogliono vivere. Noi non sappiamo com’è il Mediterra­neo visto da un manipolo di poveri cri­sti eritrei, fuggiti dalla guerra, sfruttati dai trafficanti, messi in mare con un po’ di carburante e vaghe indicazioni di u­na rotta.

Ma c’è almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo della immigrazio­ne consente a una comunità interna­zionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. Esiste una leg­ge del mare, e ben più antica di quella pure codificata dai trattati. E questa leg­ge ordina: in mare si soccorre. Poi, a ter­ra, opereranno altre leggi: diritto d’asi­lo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano. E invece quel barcone vuoto – non il pri­mo arrivato come un relitto di morte al­la soglia delle nostre acque – dice del farsi avanti, tra le coste africane e Mal­ta, di un’altra legge. Non fermarsi, tirar dritto. (Pensate su quella barca, se avvi­stavano una nave, che sbracciamenti, che speranza. E che piombo nel cuore, nel vederla allontanarsi all’orizzonte).

La nuova legge del non vedere. Come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quan­do, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo, ci chiedia­mo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il tota­litarismo e il terrore, a far chiudere gli oc­chi. Oggi no. Una quieta, rassegnata in­differenza, se non anche una infastidi­ta avversione, sul Mediterraneo. L’Oc­cidente a occhi chiusi. Cinque naufra­ghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nel­lo stesso mare delle nostre vacanze. U­na tomba in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che minac­cia le stesse nostre radici. Le fonda­menta. L’ idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale.
Marina Corradi

                          
10 Agosto 2009
L'OMELIA
Bagnasco: «Il bene e il male
non li decide l'opinione pubblica»
Seguire le orme di san Lorenzo, che si presenta ai cristiani come un campione di libertà, perché per affermare la libertà della Chiesa rispetto a un imperatore ingiusto (Valeriano, che gli intimava di consegnargli tutti i beni della Chiesa di Roma), ha pagato con la vita. È l'invito lanciato oggi alla Chiesa dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, nell'omelia dedicata alla solennità di San Lorenzo nella cattedrale di Genova, dedicata al santo.

«Oggi i poteri ingiusti che vorrebbero imprigionare la libertà del credente - ha spiegato Bagansco -, sono molti. Siamo noi disposti a pagare il prezzo della libertà che Gesù ci ha donato? A volte, purtroppo, il prezzo è ancora la persecuzione fisica, la tortura e la morte, come in alcune parti del mondo. Tranne quella del Santo Padre, non sento voci corali alte, forti e costanti a condannare tanta intolleranza e violenza. E’ necessario – e lo vediamo in molti campi, dalla libertà religiosa alla vita, dalla giustizia alla pace – insistere con tenacia perché le orecchie dei responsabili prestino attenzione e giungano a decisioni coerenti».

Uno di questi poteri ingiusti, ha continuato Bagnasco, «e forse il più subdolo e strisciante, è il dominio della cosiddetta opinione pubblica. Sembra che il bene e il male dipendano dall’opinione pubblica, vale a dire da ciò che gli altri – rappresentati come maggioranza – pensano sui valori. Come se ciò che è morale o immorale dipendesse, in fondo, dai numeri. A dire il vero, c’è anche chi ritiene e proclama che non ha più senso parlare di moralità e di immoralità poiché, essendo impossibile - essi pensano - conoscere la verità delle cose, ognuno decide individualmente e assolutamente ciò che è bene o meno, basta non disturbare troppo gli altri. Salvo poi constatare che, col passare del tempo, questo “disturbare non troppo” restringe sempre di più il suo campo, e la libertà individuale – coincidente con le voglie e i desideri soggettivi – si allarga sempre di più nell’affermazione e nell’imposizione di sé».

Al termine dell'omelia Bagnasco si è anche interrogato sulle conseguenze sociali di questa errata concezione della libertà individuale: «Quale tipo di società potrà uscire, se non una società incerta e fragile, esposta al più forte, seppur illusa di essere libera perché liberata dalle categorie morali valide per tutti? - ha detto Bagnasco -. Il bene e il male non può essere deciso con i numeri, ma in virtù di quella voce universale che è nel cuore di ogni uomo e che è la coscienza. [...] . All’imperatore, che in quel momento storico aveva la pretesa di essere l’opinione pubblica e di definire i valori in modo arbitrario, Lorenzo dice “no!”, e afferma un “prima” che niente e nessuno può scavalcare. È il “prima” dell’etica che affonda le radici nel cuore creato da Dio. Oggi diremmo che san Lorenzo non solo ha difeso la libertà della Chiesa, ma anche ha difeso a caro prezzo la libertà dell’uomo, la sua umanità, la fonte di ogni vera democrazia».

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2 Agosto 2009
LA VITA SENZA SCAPPATOIE
Il «problema» si scioglie nell'indiferrenza

«Il mondo è delle donne». Paro­la del sociologo francese Alain Touraine che in un recente studio, da poco in libreria, offre un accurato re­soconto sulla condizione attuale del­la donna attraverso una serie di son­daggi e di interviste finalizzate a co­gliere gli esiti del femminismo euro­peo in piena epoca globalizzata. Alla domanda su che cosa significhi oggi conquistare la propria identità, la ri­sposta – così si dice – è unanime: 'Io sono una donna, costruisco me stes­sa in quanto donna attraverso la mia sessualità'.

Dopo un secolo di conquiste dei di­ritti civili e di rivendicazioni sociali, lo slogan di un certo femminismo non pare cambiato: il corpo è mio, lo ge­stisco come meglio credo, e solo in questo modo esprimo la mia iden­tità. Se sorgono problemi, sono sem­pre io che decido. In questo scenario è facile compren­dere come per quel femminismo di­venga istintivamente più facile ac­cettare – dietro l’innocua etichetta­tura linguistico-matematica Ru486 – risolvere e realizzare un proprio as­serito «diritto», passando attraverso l’assunzione di due pillole e un bic­chiere d’acqua. Ancora più semplice e sbrigativo del dramma dell’aborto chirurgico. Se le cose stanno così questo femmi­nismo continua suo malgrado a la­vorare contro le donne, la cui dignità, ricondotta sul binario dell’utilizzo strumentale del proprio corpo, sem­bra beffardamente ripercorrere la strada del maschilismo più hard, quello che continua a vedere la don­na come strumento sessuale.

Che non sia invece giunto il momen­to, da parte delle donne, di immagi­nare una nuova strategia culturale, in grado di porre mano alla ristruttura­zione della simbolica del corpo, co­me luogo in cui si celebra la verità del­la carne? Proviamo a pensare in concreto a u­na giovane donna, decisa ad aborti­re e che, giunta in ospedale e attra­verso una prassi fredda e consolida­ta, viene invitata a bere un sorso d’ac­qua e il concentrato chimico aborti­vo. Dopo può andare a casa e torna­re dopo due giorni per completare il protocollo. Segno ulteriore del para­digma funzionalistico e spersonaliz­zante della prassi medico-ospedalie­ra, tale strumento non abbisogna neppure di quelle pratiche di assi­stenza medico- psicologica, spesso disattese, ma di cui parla la 194...

Tut­to avviene così in tempi abbreviati, in modo tale che il 'problema' pos­sa infine sciogliersi nella solitudine e nell’indifferenza. Oltre i pericoli concreti per la sua sa­lute, a opera di un mezzo chimico che comunque è sempre segnale di vio­lenza sul proprio corpo, quella gio­vane donna sarà progressivamente soggetta – perché non dirlo? – all’o­scuramento della voce della sua car­ne. Che non significa soltanto, come in ogni aborto, lo spegnimento di u­na vita nascente – il che è drammati­camente tanto, tutto – ma anche la sordità al linguaggio del proprio cor­po, che, in armonia con la propria mente e con il proprio cuore, è in­tenzionalmente orientato a farsi stru­mento di comunicazione e di poten­ziamento delle relazioni umane.

Vera metafora sociale, il nostro corpo, che va ascoltato, accolto, difeso, e­sprime sempre ospitalità, volontà di accogliere la voce dell’altro, desiderio di relazioni appaganti, tensione e a­pertura alle manifestazioni della vita, che non possono essere comandate secondo la misura del nostro arbitrio. Con buona pace di Alain Touraine, il mondo non è ancora né delle donne né degli uomini, ma solo di coloro che sanno attendere con rispetto il cam­mino lento della vita senza prevari­cazioni e inutili scappatoie.
Paola  Ricci Sindoni

28 Luglio 2009
Il direttore risponde
Niente «silenzi di convenienza», parole appropriate
Caro Direttore,
è da un po’ di giorni che sento tanta amarezza nel mio animo, amarezza che a volte sfocia in rabbia. Sono un sacerdote e vostro abbonato da tanti anni, ma da sempre compero quotidianamente il giornale Avvenire. Vi ringrazio di tutto quello che fate perché si combatta e non ci si adatti alla cultura corrente, di massa, di profondo egoismo e di banalità sconcertante che si estende e domina cuori e menti di tanti giovani. Vi ringrazio delle vostre battaglie su tantissimi temi. Ma sono deluso dal vostro atteggiamento circa quello che da settimane riempie alcuni giornali: la vita privata del presidente del Consiglio. Quale spazzatura, quale disgusto, quale miseria. Aveva ragione la moglie dicendo «Aiutatelo, è ammalato». E lui ora non nega lo squallore, ma lo indica come performance, come capacità, come virtù… Afferma: «Non sono un santo e gli italiani mi vogliono così». Ma quale falsità! Tanta è la mia sofferenza per il vostro atteggiamento di silenzio, di attesa di verifiche certe,, di… come il Tg! Ma perché non una parola chiara su quello squallore? Perché anche i Vescovi non sono così chiari e precisi come su tanti altri temi di morale? Perché, senza condannare il peccatore, non si dice quasi nulla di questo peccato d’immoralità? E lui se ne fa un vanto! Quanta sofferenza, quanta amarezza nel vedervi così quasi servili, così poco decisi e precisi a condannare una moralità così squallida che purtroppo inficia menti e cuori di tante persone, di tanti giovani. Dov’è la parola chiara, precisa, puntuale che condanna? E questo atteggiamento di prudenza (che io definisco di convenienza), non c’è solo su atteggiamenti di morale sessuale ma anche del dovere di accoglienza delle persone che fuggono dall’inferno e chiedono aiuto. Dov’è la tolleranza cristiana? Né sul suo giornale né nelle parole di tanti Vescovi c’è stata una condanna precisa, chiara, evangelica. Solo il mio vescovo , il cardinale Dionigi Tettamanzi e i Vescovi lombardi sono stati precisi sul dovere dell’accogliere. E li ringrazio di cuore. Ma non certamente la Cei né il quotidiano Avvenire. C’è tanta amarezza in me. Grazie dell’ospitalità per questo sfogo e grazie se risponderà e pubblicherà.

don Angelo Gornati, Limbiate

Caro don Angelo, la sua lettera è giunta sul mio tavolo lo stesso giorno in cui un grande quotidiano nazionale titolava in prima pagina: «Berlusconi, spuntano altre ragazze / e il giornale dei vescovi lo attacca». E anche ieri lo stesso giornale è tornato ad argomentare con solerzia ancora in prima pagina e sempre a partire da ciò che su Avvenire era stato pubblicato. Lei mi dice che è sgomento per il nostro silenzio, mentre altri, prendendo al volo le nostre parole, ci fanno addirittura gridare. A chi devo credere? Per come sono fatto, credo a lei, e cerco di capire che cosa mi vuol dire. Non mi costa farlo, e non mi costa immaginare che cosa passa per la mente dei nostri preti in una stagione in cui la scena pubblica offre spettacoli niente affatto confortanti. Sono loro in trincea e più di tutti sanno quanto costa rappresentare alla gente le esigenze della vita cristiana. Eppure, proprio perché mi immedesimo nella sua delusione, don Angelo, non posso rinunciare a dirle come vedo le cose. E cioè che Avvenire non è stato zitto. Ha parlato sul tema a più riprese: con un fondo di Rossana Sisti, con un secondo fondo di Gianfranco Marcelli, con un terzo intervento di Piero Chinellato, infine con una mia risposta collettiva ad alcune lettere, che è il testo da cui ha attinto Repubblica per fare il titolo di cui dicevo. Vede, per i media nazionali la posizione di Avvenire è inequivocabile, glielo posso assicurare. E lo stesso mi sento di dire per i nostri Vescovi: sia il presidente cardinal Bagnasco sia il segretario generale monsignor Crociata hanno colto le occasioni pastorali che si sono presentate per prendere posizione in modo netto sul piano dei contenuti come della prassi. Chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire: alla comunità cristiana tocca tenere alto il contenuto della fede, e non cedere a compromessi. Avvenire ha dato puntualmente conto di entrambe le loro prese di posizione. Per questo, pur con tutto il garbo possibile, non me la sento di accogliere la sua accusa di «convenienza». Non solo mi sembra ingenerosa, ma anche ingiusta. Provi a immaginare che cosa avrebbe fatto lei se nel Comune in cui opera si fosse presentata una situazione moralmente critica come quella nazionale. Avrebbe parlato chiaro, da prete, o avrebbe organizzato la dissidenza? Immagino che avrebbe fatto fino in fondo il prete. Che è, se ci pensa bene, esattamente la linea seguita dai Vescovi. Quanto agli immigrati, lei loda il pronunciamento dell’episcopato lombardo e ringrazia il suo arcivescovo, il cardinale Tettamanzi. E fa bene. Se, poi, avesse tenuto presente quanto il presidente della Cei aveva articolatamente detto a proposito della politica migratoria in occasione dell’assemblea generale dei Vescovi, non avrebbe colto divaricazioni. La cultura è naturalmente la stessa e anche l’approccio pastorale alla questione è il medesimo. Avvenire è stato zitto anche su questa tematica? Davvero difficile da sostenere e da dimostrare. Forse non s’è pronunciato in termini 'da scomunica' verso quanti operano in direzione opposta all’accoglienza. Ma lei crede che le parole grosse aiutino a convincere chi condivide e asseconda certe battaglie della Lega? Si sbaglia, don Angelo. Noi, rispetto ai problemi che pone l’immigrazione, dobbiamo parlare e muoverci in maniera da non perdere per strada la nostra gente, e non regalarla a posizioni culturali di chiusura. Dobbiamo invece con lucidità e lungimiranza continuare a tessere quello spirito comunitario che, per natura sua, è anche e necessariamente inclusivo. La saluto.

La fabbrica dell'odio
Febbraio 2009


Ancora notizie di stupri, di reati sessuali commessi non da singole persone ma da “etnie” quando il responsabile è uno straniero ma non quando è italiano. Perché i giornali non titolano in questi casi “molisano”, “lombardo” o “emiliano” stupra una quindicenne ? E le ronde che organizzano “l’autodifesa” dopo aver accerchiato le vittime prescelte controllano i passaporti o fanno test di lingua per accertarsi di non aver sbagliato nazionalità ?
Roma fino a poco tempo fa era la città della tolleranza e della solidarietà e questo valeva anche per il resto del paese. Poi la faticosa ma redditizia cultura della solidarietà e dell’integrazione è divenuta sempre meno visibile perché poco spettacolare e le notizie più succulente hanno iniziato ad alimentare le deformazioni statistiche e l’ignoranza. Quanti sono i romeni stupratori ? Uno su diecimila ? E la proporzione è significativamente differente rispetto a quella degli italiani ? E sugli stupri domestici “invisibili” quali sono le cifre? Poco importa perché a certa politica interessa creare il nemico perché questo rende dal punto di vista elettorale. Salvo poi rischiare di finire come l’apprendista stregone per una legge sociale molto semplice. La cultura del nemico, della repressione non ha nessuna capacità di invertire il clima di violenza. Soprattutto nella grottesca versione nazionale all’amatriciana dove si minacciano le espulsioni di rom che sono per metà italiani e per metà cittadini comunitari. E si organizzano spettacolari sgomberi e distruzioni di campi interrompendo i percorsi di scolarità dei ragazzi che la frequentano alimentando la gratitudine verso il nostro paese. Gli “uomini forti” (le recenti vicende di politica nazionale ed internazionale lo dimostrano) finiscono vittime della stessa cultura che hanno creato e le loro intenzioni di riportare ordine e sicurezza generano di solito situazioni molto peggiori di quelle che hanno ereditato.
Nessuno ignora che il momento è difficile e che il contesto economico non aiuta affatto. E’ dimostrato rigorosamente da più parti che quando lo sviluppo si arresta l’economia diventa un “gioco a somma zero”, la torta non cresce più e la sensazione che la fetta di uno riduca quella dell’altro diventa sempre più palpabile facendo aumentare l’intolleranza (si veda la protesta recente degli operai inglesi contro quelli italiani nel Regno Unito).
Capiamo veramente cosa vuol dire “porgere l’altra guancia” nel senso più profondo. Non fare la parte dei deboli o degli stupidi ma, al contrario mettere in campo la cultura della solidarietà e dell’integrazione, avendo il coraggio di rompere per primi la catena delle recriminazioni e delle rappresaglie. Una lezione di civiltà viene dall’esempio del Sudafrica con i percorsi di giustizia riconciliativa che hanno promosso gruppi di condivisione tra vittime e carnefici dell’apartheid come strumento fondamentale per la soluzione del conflitto accanto a quello della giustizia tradizionale. Non possiamo essere capaci di fare la stessa cosa o forse la nostra cultura è inferiore? Porgere l’altra guancia non è una sciocchezza o una debolezza ma è l’unica strategia razionale e profondamente umana che può portarci fuori da questo circolo vizioso.
Come politici, uomini di cultura, giornalisti, semplici cittadini siamo a un bivio. Possiamo decidere di essere parte del problema o parte della soluzione. Se continueremo ad alimentare la cultura della contrapposizione che inchioda le singole persone alle “farneticanti” responsabilità di gruppo saremo tutti corresponsabili di quello che succede o accadrà in futuro.

Prof. Leonardo Becchetti
Presidente del Comitato Etica di Banca Etica



ELUANA/ Il padre di Terri Schiavo: c’è una speranza più forte del dolore
Redazione

mercoledì 11 febbraio 2009

Riceviamo e pubblichiamo in esclusiva la lettera che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, saputo della morte di Eluana, ha inviato al sussidiario.net, dopo la sua prima lettera di domenica scorsa indirizzata al padre.



Siamo molto addolorati nel sentire di Eluana e pieni di tristezza per lei. Aveva solo 38 anni. Eluana è morta solo quattro giorni dopo che i medici hanno cominciato ad interrompere la sua alimentazione e idratazione, con l’intento di causarne la morte.

Tristemente, la morte di Eluana ci ricorda ancora le parole di Papa Giovanni Paolo II. L’averle tolto cibo e acqua, cioè l’assistenza di base, così da farla morire, è una cosa che riguarda tutti noi e il modo in cui ci prenderemo cura di quelli che hanno bisogno del nostro amore e della nostra compassione per continuare a vivere.

Per la nostra famiglia non passa giorno che noi non pensiamo alla nostra amata Terri e stiamo ancora soffrendo molto per una perdita così grande. Da quando Terri è morta, abbiamo deciso di portare avanti il suo lascito di vita e di amore, così che il suo sacrificio non sia avvenuto invano e, cosa più importante, che altri possano evitare lo stesso terribile destino.

Una cosa che sappiamo è che la questione non muore con Terri o Eluana, perché ci sono decine di migliaia di persone che vivono con lo stesso tipo di infermità. E le loro vite sono estremamente vulnerabili al crescente pregiudizio contro chi soffre di una infermità cognitiva.

Dopo la morte di Terri, la nostra famiglia ha dato vita alla Terri’s Foundation, per poter sostenere le persone con gravi danni cerebrali che sono in pericolo di essere uccise, in base a questa crescente tendenza a considerare la loro vita come “non degna di essere vissuta”.

Noi siamo profondamente addolorati per l’inutile morte di Eluana, ma siamo pieni di speranza che sempre più persone diventino coscienti di come viene trattato chi soffre di infermità come quelle di Terri ed Eluana, e che il nostro mondo cominci a dare valore alle loro vite, piuttosto che eliminarle.

Noi preghiamo perché il padre di Eluana e tutti quelli che hanno preso parte nella sua morte possano un giorno ridare valore alla vita e capire che tutte le persone sono state create con pari dignità e rispetto, non importa quale infermità possano avere.

Ciò che dà qualità e valore alla vita è l’amore. Amare ed essere amati è ciò che dà valore alla vita. L’amore è l’arbitro ultimo della vita. L’eutanasia è l’abbandono dell’amore. Dove c’è amore, c’è speranza.





Robert Schindler Sr e la famiglia di Terri


ELUANA È MORTA
09-02-2009 (Avvenire )
«DIO ORA STRINGE LA SUA MANO»


Ha smesso di respirare e chiuso gli occhi, Eluana. Per sempre. Alle 20.25 le agenzie di stampa hanno battuto la notizia, che ha raggiunto poco dopo i senatori riuniti in aula, nella prima, lunga discussione che avrebbe dovuto portarli, in nottata, a varare una legge per salvarla. Una notizia che ha scatenato una bagarre. Ma lei non ce l'ha fatta, non stavolta. Non ha sopportato la mancanza di cibo e acqua, che le erano stati tolti quattro giorni fa. Il padre Beppino: «Adesso voglio stare da solo». Berlusconi: «Dolore e rammarico». Il vescovo di Udine, Pietro Brollo, ha aperto le porte della Basilica Madonna delle Grazie e invitato tutti a pregare.



ELUANA/ 1. L'appello del padre di Terri Schiavo a Beppino Englaro
Redazione


lunedì 9 febbraio 2009

Pubblichiamo in esclusiva la lettera aperta che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, ha indirizzato attraverso ilsussidiario.net a Beppino Englaro, il padre di Eluana

Caro Signor Englaro,

Mi presento: sono Bob Schindler, il padre di Terri (Schindler) Schiavo.

Malgrado noi veniamo da due continenti diversi con differenti culture, abbiamo molte cose in comune. Entrambi siamo padri ed entrambi abbiamo avuto dallo stesso Dio il dono dei figli. Nel mio caso tre. La nascita di Sua figlia e di mia figlia Terri non sono solo accadute, sono state un atto di Dio.

Mi ricordo di quando mia figlia Terri era bambina e di come ero orgoglioso dei commenti della gente su quanto fosse carina. Fui altrettanto orgoglioso quando fece i primi passi e disse le sue prime parole. Lo stesso orgoglio mi ha accompagnato per tutta la sua adolescenza fino a quando è diventata una persona adulta.

Entrambi abbiamo una figlia che ha sofferto gravi danni cerebrali e io so molto bene quali profondi effetti questo può causare alla persona colpita e alla sua famiglia. Entrambi abbiamo fatto esperienza della stessa disgrazia e dello stesso dolore. Tuttavia, vi è una differenza. Sua figlia è ancora viva, la mia non più. Lei ha ancora il controllo sul futuro di Eluana, io non ho potuto far nulla per Terri.

Quando mia figlia Terri subì il trauma cerebrale, le promisi che le avrei fatto avere le cure appropriate. Ho fallito. Ho combattuto senza successo i tribunali e suo marito per poter intervenire nel suo trattamento e riportarla a casa. Ciò non è accaduto e oggi io sono afflitto per il mio fallimento, perché ha portato alla sua morte.
La mia famiglia e io siamo addolorati per la perdita di Terri e io in particolare lo sono per il modo in cui lei è stata messa a morte. È morta per fame e sete.

Questo tipo di morte è crudele e barbarico. I sostenitori dell’eutanasia Le diranno che far morire di fame e di sete una persona con danni cerebrali non causa dolore. Sono stato testimone di questo tipo di esecuzione e posso dire che è falso. È di gran lunga la morte più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Questa è la ragione per cui accade sempre nella più stretta riservatezza, al riparo di testimoni e cineprese.

Se Lei ha intenzione di fare questo a Sua figlia, Le consiglio di prepararsi a come soffrirà. Verrà ridotta a pelle e ossa. Gli occhi usciranno dalle orbite. I suoi denti diventeranno sporgenti in un modo abnorme e i suoi zigomi si ingrandiranno. Non c’è bisogno che Le dica altro, sua figlia soffrirà in un modo incredibile.

Mia figlia sembrava un detenuto di quelli che si vedono nei documentari sui campi di sterminio nazisti. Negli ultimissimi giorni della sua vita, quando chiesi che i media potessero essere testimoni della sua morte, mi fu negato. Non voglio che nessun altro muoia in questo modo.

Dio ha dato a Lei e a me la responsabilità di insegnare principi morali ai nostri figli e di tenerli fuori dalla cattiva strada. Far morire di fame e di sete Sua figlia è lontano da ciò che Dio desidera.

Bob Schindler Sr


3 Febbraio 2009
La speranza non s'arrende

A Udine per vivere                                      


In Italia non esiste la pena di morte

Non hanno voluto ascoltare la voce delle suore che, ripetuta­mente, li hanno supplicati di lasciar loro quella che dopo tanti anni di cu­re amorevoli, quotidiane, esemplari sentivano come figlia. Figlia, certo, perché si è figli di un amore, non di una sentenza, nemmeno se confer­mata dai bolli di cento tribunali e dai ragionamenti astratti di toghe che del diritto hanno fatto un teorema effe­rato. Sancendo la prima condanna a morte dell’Italia repubblicana. Che Eluana abbia bisogno di essere figlia di un legame vitale, in queste o­re nelle quali il suo destino si è ri­messo drammaticamente in movi­mento, appare con un’evidenza dif­ficile da respingere.

Certo, un padre c’è: ma è quello che la sottrae a ma­ni generose e care per consegnarla – pare – a un drappello di volontari del­la morte, comandati da un’ideologia disumana e da forze che nemmeno hanno il coraggio di dichiararsi. Chi avrebbe il cuore di sospenderle cibo e acqua, anche solo per rispettare u­na volontà mai davvero verificata co­me giustizia vera comanda? In questa cornice fattasi nuovamen­te così cupa non si capisce tanta o­stinazione nel voler portare a termi­ne il disegno di soppressione di una vita misteriosa ma presente. In nome di questa vita, che la scienza ci mo­stra ogni giorno di più come terra an­cora tutta incognita, anche noi vo­gliamo essere ostinati, se occorre contro ogni evidenza: ci ostiniamo a pensare che Eluana venga trasferita altrove ma per essere curata anche là, per continuare a vivere.

Ce lo di­ce l’istinto profondo di tutta la no­stra civiltà, che non può ammette­re un buco nero di questa enormità. Ce lo ripete la consapevolezza che molti tribunali – prima di quelli che hanno allestito sciagurati castelli di carte sballate e non fotografanti la reale condizione di Eluana per giu­stificare l’orrore – avevano rigetta­to la richiesta di staccare il sondino. Ce lo rammenta la voce del Papa, che ancora domenica ha negato che l’eutanasia (perché di questo si tratterebbe) sia una soluzione alla sofferenza, per quanto intollerabi­le essa sia. Alla cartella clinica – colpevolmente ferma a conoscenze scientifiche vec­chie di anni – hanno allegato le car­te dei tribunali che hanno aperto la breccia nella nostra Costituzione (dove si tutela il diritto a vivere e a es­sere curati, e non certo il suo contra­rio) in un crescendo di autodimo­strazioni buone per legittimare ciò che non si voleva chiamare per no­me.

Si sono dati ragione tra di loro: dalla Cassazione alla Corte d’Appel­lo di Milano, al Tar della Lombardia, con la pietra tombale a ogni voce contraria posata sabato dal presi­dente della Corte milanese Giusep­pe Grechi, sprezzante nel liquidare le obiezioni e non a caso mostrato a esempio da papà Englaro: «Di più non potevo attendermi». Quella par­te della magistratura che ha aperto la porta al consumarsi di un’ingiustizia verso una disabile grave incapace di esprimere oggi la sua volontà porta una responsabilità immane. Grechi e le altre toghe che con tanta arro­ganza hanno piegato i fondamenti del diritto per creare il mostro giuri­dico dell’onnipotente volontà indi­viduale forse non hanno realizzato quale architrave si rischi di svellere con il loro consenso. Forse contano sull’assuefazione. Ma si sbagliano.

L’Italia non starà alla fi­nestra, non ha questa indifferenza nella propria identità. Rifiuterà un’a­gonia insopportabile. Sa commuo­versi, capire, battersi. Lo farà anche stavolta. E noi con lei. Perché Elua­na è parte di noi. Sì, Eluana oggi è fi­glia nostra.

Leggere la Bibbia in famiglia


LETTERA DELL’ARCIVESCOVO ALLE FAMIGLIE

Carissimi e carissime,
vorrei dedicare l’annuale dialogo, in occasione della benedizione delle famiglie, a riflettere sul posto che la parola di Dio deve avere nelle nostre case. Mi spinge a farlo il fatto che nello scorso mese di ottobre il Papa ha riunito un’assemblea del Sinodo dei Vescovi su questo tema: “La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
Si potrebbe pensare che il problema non riguardi le famiglie, ma trovi la sua giusta collocazione nelle celebrazioni liturgiche nelle chiese o nelle riunioni di catechesi organizzate dalle parrocchie e negli itinerari formativi proposti da associazioni e movimenti cattolici. Un po’ di ragione c’è in queste affermazioni, perché il luogo proprio della proclamazione e dell’ascolto della parola di Dio, come vedremo, è la Chiesa. Ma non dobbiamo dimenticare che anche la famiglia è un’esperienza di Chiesa e quindi, come tale, un luogo in cui far risuonare la parola di Dio. Non si può infatti pensare che la famiglia sia una realtà di vita in cui realizzare la nostra fedeltà al vangelo di Gesù ed escludere da tale contesto la parola che mi annuncia questo vangelo.
Ma, prima di continuare, è forse opportuno chiarire anzitutto cosa sia la parola di Dio di cui stiamo parlando.

Che cos’è la parola di Dio?

Qualcuno la identifica con la Bibbia, la Sacra Scrittura. Questo è vero, ma si tratta di una risposta non precisa o almeno incompleta. In realtà quando parliamo di parola di Dio ci riferiamo a una realtà complessa, che ha il suo inizio nell’atto stesso con cui Dio si rivela. In questo primo senso, parola di Dio sono le parole e le azioni con cui Dio si è manifestato anzitutto ai padri del popolo di Israele, ai quali egli si lega in un vincolo di alleanza, poi a Mosé e a quanti con lui hanno condotto il popolo attraverso l’esodo dall’Egitto verso la terra promessa, dando allo stesso popolo una precisa identità grazie alla legge, quindi ai profeti che richiamavano al popolo la fedeltà all’alleanza con Dio e infine ai sapienti che riflettevano su come il riferimento a Dio illumina la vita nel suo significato più profondo e nei comportamenti quotidiani. Al culmine di questa storia di rivelazione si pone la venuta dello stesso Figlio di Dio che si fa uomo, parola di Dio fatta carne, che con la sua vita e soprattutto con la sua morte e risurrezione diventa rivelazione suprema di Dio e del suo amore per l’umanità. La rivelazione della parola divina continua poi nell’esperienza e nell’insegnamento degli apostoli, che Gesù invia nel mondo per comunicare a tutti gli uomini il vangelo della salvezza.
La parola di Dio come sua rivelazione lungo la storia non si concentra però nel solo momento in cui viene comunicata, ma costituisce da subito una tradizione, che la fa conoscere oltre la stretta cerchia di coloro che ne sono i primi destinatari, attraversando i luoghi e i tempi, di generazione in generazione. La rivelazione diventa tradizione, in cui la parola di Dio continua a risuonare per chi si dispone al suo ascolto e si realizza come parola per tutti. Questa catena di tradizione forma la fede del popolo ebraico prima e della Chiesa nascente poi. È questo un secondo significato della espressione parola di Dio, che non è meno importante del primo, perché fa sì che la parola detta o mostratasi una volta possa esserlo per sempre.

La Bibbia, la nostra storia

All’interno di questo cammino si sentì presto l’esigenza di fissare con sicurezza le tradizioni che si andavano assommando e a ciò venne in soccorso la scrittura. Dapprima in brevi narrazioni o raccolte di detti, poi in forma sempre più articolata in veri e propri libri, tanto nel popolo d’Israele quanto nella Chiesa dei primi tempi, si formarono raccolte di libri che andarono a costituire una Scrittura ritenuta sacra, perché accolta nella fede non solo come un’opera che certifica la parola di Dio tramandata ma che è portatrice di una sicura verità perché scritta per illuminazione dello stesso Spirito di Dio. La Scrittura viene così a porsi al centro stesso della tradizione e ne costituisce la testimonianza autentica e il nucleo fondante, cui far riferimento per dare certezza alla parola della fede. Si compilarono così i libri che narravano le origini del popolo d’Israele, all’interno delle origini della terra e dell’umanità, e le leggi che lo reggevano. Gli ebrei definiscono questi primi cinque libri “Legge”; nella tradizione cristiana si chiameranno “Pentateuco”, un termine di derivazione greca che equivale a “cinque rotoli (libri)”. A seguire vennero le narrazioni storiche sull’origine e gli sviluppi della monarchia in Israele e in Giuda e i libri che raccolgono le parole pronunciate dai profeti a nome di Dio, nel loro insieme denominati “Profeti”, che nella tradizione cristiana saranno suddivisi tra “Storici” e “Profeti”. Infine abbiamo la raccolta degli altri “Scritti”, in cui si ritrovano per lo più testi di saggezza e di preghiera; nella classificazione cristiana saranno chiamati “Sapienziali”. Tutti questi libri costituiscono la Bibbia degli ebrei, che la Chiesa ha ricevuto da Gesù e che venera come parola di Dio, costituendo per essa l’Antico o Primo Testamento. Nella comunità cristiana dei primi tempi ad esso si aggiunse ben presto un Nuovo Testamento, che comprende i “Vangeli”, dedicati alla narrazione della vicenda storica di Gesù di Nazaret, cui si affiancano gli “Atti degli Apostoli”, dove si parla dei primi passi dell’evangelizzazione. Vengono anche raccolte le “Lettere” dei primi apostoli, in particolare di Paolo, che illustrano problemi di dottrina e di vita cristiana. A chiudere il Nuovo Testamento si colloca un’interpretazione della storia alla luce della fede in Cristo che va sotto il nome di “Apocalisse”. Antico e Nuovo Testamento insieme formano la Bibbia, una parola anch’essa di derivazione greca che significa “i libri”, ma che poi passerà a significare “il Libro” per eccellenza, ovvero la Sacra Scrittura dei cristiani, là dove la parola di Dio si trova concentrata nella sua verità.

La Bibbia, nella Chiesa, per l’incontro con Cristo

Questo libro non vive da solo, bensì ci viene consegnato da una comunità credente che costituisce con la sua parola e la sua vita il contesto che ne illumina la corretta interpretazione. La Bibbia nasce dalla vita della Chiesa, ci è donata dalla Chiesa come parola di verità per l’uomo e, per essere compresa nel suo autentico messaggio, va letta nell’orizzonte della fede della Chiesa. E così l’espressione parola di Dio assume un ulteriore significato. La parola rivelata e trasmessa, codificata nel libro della Sacra Scrittura torna a vivere nel momento in cui l’annuncio che ne fa la Chiesa accade nella mia vita e mi interpella perché io possa rispondervi con la fede. Parola di Dio è dunque questa proclamazione che qui e ora entra nella mia esistenza come un fatto vitale e suscitatore di una vita nuova.
Ho voluto dilungarmi un poco in questa spiegazione, perché è importante non ridurre la proposta di accostarci alla parola di Dio soltanto alla lettura di un libro. Certo, è decisivo per noi prenderlo in mano questo libro, ma è altrettanto importante che quando ci mettiamo al suo ascolto non dimentichiamo mai che esso è il sedimentarsi di un’esperienza di fede che nasce dalla rivelazione stessa di Dio e che vive ed è comprensibile solo all’interno di una tradizione di cui è garante la fede della Chiesa, che è quindi anche l’orizzonte necessario in cui interpretarlo.
Soprattutto c’è sempre da ricordare che parola di Dio in senso pieno è la persona stessa del Figlio di Dio, per cui la nostra non è una religione del libro, come spesso si sente dire, ma la religione della persona: anzitutto del mistero dell’unico Dio in tre persone, poi di Gesù Cristo Dio e uomo nell’unità della sua persona, infine di ciascun uomo e donna riconosciuti nella loro dignità di persone create dal Padre. Per cui, oltre le pagine del libro della Bibbia, si pone il nostro incontro personale con la persona di Gesù, parola di Dio per noi. In questo incontro personale, nell’orizzonte della Chiesa, si fa presente la parola di Dio per la nostra vita.

La Bibbia, centro delle nostre famiglie

Ciò detto, vorrei esortarvi a fare della parola di Dio un riferimento costante della vostra famiglia. Se essa vuole essere una famiglia cristiana non può infatti fare a meno di orientare le sue scelte e i suoi progetti e comportamenti al disegno che Dio ha per l’umanità, per la famiglia, per ciascuno di noi. Ma per conoscere questo disegno dobbiamo metterci all’ascolto della sua parola e farne oggetto di assidua meditazione. Occorre anzitutto che la parola di Dio scritta non manchi materialmente nelle nostre case. Ogni famiglia deve avere la sua Bibbia. Ci sollecita a questo anche il fatto che proprio recentemente i vescovi italiani hanno approvato una nuova versione in italiano della Sacra Scrittura. La ascoltiamo nelle celebrazioni liturgiche e gli editori cattolici ne hanno fatto una pubblicazione a prezzo accessibile, con note introduttive ed esplicative essenziali. Molte case editrici poi, proprio in questi mesi, ne offrono una propria edizione, con specifici e più ricchi commenti. Anche questo fatto editoriale può essere una buona motivazione per dotare la nostra casa della Bibbia che ascoltiamo in chiesa.
Poi la Bibbia non basta averla: occorre leggerla, e leggerla bene. Questo non è sempre facile, perché i libri che compongono la Bibbia sono stati scritti in epoche lontane e quindi hanno riferimenti storici, culturali e letterari distanti dal nostro mondo. Un aiuto ci può venire dalle molte iniziative che in diocesi e nelle parrocchie vengono prese per aiutarci a introdurci nel linguaggio e nei contenuti biblici, né mancano strumenti di accompagnamento alla lettura. Se la Bibbia, come abbiamo visto, è nata all’interno di una comunità, è sbagliato pensare che si possa leggerla da soli, perché solo nella comunità essa potrà risplendere nel suo corretto e profondo significato. Questo vale soprattutto per il riferimento di fede, perché solo la fede della Chiesa aiuta a collocare le pagine della Bibbia nel loro proprio contesto di senso. Un modo concreto per dare spazio a questa esigenza è accostare alle pagine della Bibbia quelle dei testi di catechesi che la Chiesa ci offre, penso in particolare al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e ai catechismi per le diverse età pubblicati dai vescovi italiani, dalla CEI. Non bastano ovviamente i testi, occorre che alla lettura della Bibbia si accompagni un inserimento sempre più deciso nella vita della comunità. Le famiglie cristiane non possono vivere da sole: devono essere parte viva delle comunità parrocchiali e della diocesi.

Qualche proposta per leggere la Bibbia in famiglia

Come concretamente si può tradurre questo intento di rendere più presente la Bibbia nella vita della famiglia? Mi chiedo se non sia possibile per una famiglia programmare al suo interno una lettura continua di un libro biblico, ad esempio di un vangelo o del libro che ogni anno viene proposto negli itinerari catechistici della diocesi, da suddividere in piccoli brani da proclamare e insieme meditare ogni sera, prima o dopo cena, magari togliendo qualche minuto a un inutile se non dannoso programma televisivo. Oppure se non ci si possa preparare alla liturgia domenicale, leggendo il sabato in famiglia le letture, o anche solo il vangelo, che verranno proclamate l’indomani in chiesa; viceversa si potrebbero riprendere nella serata della domenica le letture ascoltate, illustrate dall’omelia, nella messa del mattino. Sono solo due esempi, cui non sarà impossibile aggiungere altri modelli secondo la creatività di ciascuno.
Importante è però che la parola di Dio non resti ai margini della nostra vita. Ne va della formazione della nostra fede e della illuminazione della nostra coscienza in tempi non facili per l’identità cristiana. Assediati da mille voci suadenti non possiamo tenere ai margini l’unica Parola che ci parla secondo verità e senza alcun altro interesse se non la nostra autentica libertà e felicità. Sono certo che non mancherete di raccogliere questo invito e di rispondervi con intelligenza e generosità. Vi accompagno con il mio incoraggiamento e la mia benedizione.

†Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze

Gennaio 2009

Il cardinale Comastri alla Messa di Sant`Antonio Abate -  
roma 17 gennaio 2009

Il mondo ha bisogno della pulizia interiore dei Santi, le cui gesta sono destinate a incidere nel cuore della gente molto più dei divi mediatici, divenuti oggi modelli di riferimento spesso fuorvianti. Le parole del cardinale Angelo Comastri sono riecheggiate questa mattina nella Basilica di San Pietro, dove il porporato ha presieduto la Messa nel giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e patrono degli allevatori. E come in passato, all’esterno della Basilica, un recinto con cavalli, vitellini e conigli ha trasformato per qualche ora il volto abituale di Piazza San Pietro, in attesa della benedizione agli animali da parte del cardinale Comastri.

Lo spirito contro l’effimero. Gli slanci dell’anima che trasformano vite contro i fumi del glamour che evaporano in fretta dai palcoscenici come i protagonisti che li calcano. Modelli di ieri e di oggi in antitesi: la “scia luminosa” dei Santi che davano il nome a un paese o il patronato a un mestiere, e la luce artificiale delle star di oggi, che incendiano le emozioni senza riempire davvero il cuore. Il cardinale Comastri ha giocato sui binari di questa contrapposizione l’omelia della Messa per la memoria di Sant’Antonio Abate. Una volta, ha detto, erano i Santi le persone considerate “veramente realizzate e, pertanto, da imitare senza esitazione”. Ma oggi, ha constatato, “le cose sono tanto cambiate” e l’ammirazione della gente ora va “alle persone di successo” e “poco importa - ha soggiunto - se quel successo è effimero” o, peggio, senza rispetto nemmeno per il sacro:

“Il successo, in qualsiasi modo ottenuto, oggi purtroppo accredita le persone come modelli. Allora può accadere, come è accaduto, che sessantamila persone vadano a seguire il concerto di una cantante di successo, anche se il contenuto dello spettacolo era triviale, dissacrante, offensivo: il fatto è veramente deplorevole; e rivelatore del vuoto spirituale della gente e della incapacità di giudizio e di discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male e fa male”.

Questa situazione, ha osservato il cardinale Comastri, “è estremamente pericolosa: infatti se i modelli a cui si guarda sono sbagliati e devianti, ne derivano comportamenti sbagliati e deviati”. E così, "lentamente - ha aggiunto - il livello morale della società si abbassa fino al fango e le persone, quasi inavvertitamente, si ritrovano sporche e senza valori e senza ideali”. Allora, ha insistito il porporato, “dobbiamo ritornare ai Santi”, ai “modelli veri”, che “elevano l’uomo e lo aiutano a far emergere il meglio di sé”:

“Ritengo che senza difficoltà anche voi siate in grado di capire che se nel mondo c’è ancora un po’ di onestà, dobbiamo ringraziare i Santi. Se nel mondo c’è ancora un po’ di amore per la famiglia e un po’ di passione per l’educazione dei figli, dobbiamo ancora ringraziare i Santi. Quanti si sono spesi per la famiglia. Voglio ricordare per ultimo Giovanni Paolo II: quanto ha lottato per difendere la famiglia! Quanto ha pianto e quanto ha tremato di fronte a tanto sbandamento della famiglia! Se nel mondo c’è ancora amore per gli ammalati, lo dobbiamo ai santi! (…) Se ci fossero più santi, il mondo sarebbe certamente diverso.”

I Santi “sono una moltitudine”, ha proseguito il cardinale Comastri: sono il frutto della “forza del dolore-amore di Dio” e riempiono anche le nostre giornate, magari dietro i volti ignoti - ha detto - di mamme “capaci di quotidiani gesti eroici”, o di “uomini miti, onesti e pronti a sacrifici grandi e nascosti”, di giovani “generosi e puliti interiormente” dei quali, ha affermato, “un giorno brillerà la santità”:
“Papa Giovanni XXIII diceva: 'La mia casa era una casa piena di gioia' (...) Io vorrei che, tornando a casa, anche voi, oggi, ricordaste i tesori di quella famiglia: 'Nella mia casa c’era onestà cristallina, lavoro tanto, sentimenti puliti, generosità con tutti'. E’ la via della santità. E’ la via anche della gioia che oggi molti non trovano più perché hanno smarrito la strada. La strada è questa”.

Al termine della Messa, il cardinale Comastri - che aveva ringraziato i presenti per il loro pellegrinaggio a Roma - ha impartito la benedizione ai molti animali - tra i quali anche uno struzzo - portati fin da stamattina nei pressi di Piazza San Pietro dagli iscritti dell’Associazione italiana allevatori che organizza la giornata.

Il servizio di Alessandro De Carolis
Roma 17 gennaio 2009
Fonte: http://www.radiovaticana.org


Penitenza e indulgenze: Una risposta all`enigma del male -  


Mi pare utile dedicare qualche cenno al tema dell'indulgenza considerata come la remissione che l'uomo ottiene davanti a Dio per la pena temporale dei peccati. Come è ben noto, i peccati nella loro dimensione di colpa sono perdonati in particolare attraverso l'azione efficace sviluppata ex opere operato dal sacramento. Ne permane tuttavia ancora viva la pena, per l'appunto quella temporale, che rimane dunque perfettamente differenziata da quella eterna. Il tema delle indulgenze è oggi in parte da riscoprire, e in parte da meglio comprendere. Ad esempio è interessante e utile prestare attenzione alla potestas di concedere indulgenze, espresse proprio attraverso la mediazione della Penitenzieria Apostolica, all'ampiezza della liberazione procurata dalle indulgenze, al soggetto in grado di acquisirle con le condizioni che gli sono richieste. Si tratta di nozioni, compresa quella di tesoro della Chiesa, che nel corso dei secoli hanno conosciuto vari e progressivi approfondimenti. Di certo il contenuto riferito dalle nozioni ha subito in questi ultimi anni variazioni, anche in conseguenza del fatto che la ricerca più recente tenta una riesposizione teologica e pastorale dell'istanza giuridica nella Chiesa.
Per gli opportuni chiarimenti è però indispensabile una ricerca approfondita della questione e il contributo competente della teologia sistematica. In effetti, nella definizione proposta tradizionalmente a proposito dell'indulgenza è conservato in primo piano il richiamo alla connessione dell'indulgenza con l'enigma del male. Il legame è posto espressamente con quella figura del male che è il male morale, vale a dire il peccato.
La definizione attesta la circostanza indubbia per la quale la nozione di indulgenza è raccordabile al processo a cui la forma liturgica del sacramento della Penitenza è stata sottoposta nel corso dei secoli. I presupposti per la specificazione della natura dell'indulgenza sono rinvenibili nella prima fase dell'esistenza del sacramento, denominato con l'appellativo di penitenza canonica. Solo nel passaggio dalla seconda alla terza fase della storia del sacramento cominciò a emergere con chiarezza una pratica dell'indulgenza. Inizialmente la sua azione venne mantenuta separata rispetto alla celebrazione del sacramento. Con l'unificazione, e, sul piano della riflessione, l'inclusione all'interno dello svolgimento della teologia dei sacramenti, ebbe inizio quella chiarificazione della natura ed efficacia dell'indulgenza che definisce il modo tradizionale di pensarla. Ma per il legame che l'indulgenza ha con l'enigma del male l'importante rinnovamento recente della sacramentaria aiuta a riformulare l'intera questione.
La pratica sacramentale della penitenza suppone l'assoluta gratuità dell'intervento cristologico, per il cui tramite Dio dona all'uomo la conquista della libertà e la correzione che porta l'uomo a lottare contro il rischio di perdersi nel male. Che storicamente Gesù abbia riservato un comportamento e un atteggiamento del tutto particolari verso i peccatori costituisce uno dei tratti più certi ed evidenti della tradizione neotestamentaria.
Si tratta per altro di gesti dotati di una rilevanza decisiva per la comprensione dell'originalità della vita di Gesù, di cui essi entrano a fare parte. L'originalità non comporta però una disattenzione nei confronti dell'insegnamento dell'Antico Testamento. Mediante il gesto di Gesù è in effetti ripreso l'annuncio vetero-testamentario con la promessa indirizzata all'uomo di entrare "nel" perdono dei peccati appositamente realizzato da Dio a beneficio dell'umanità.
Questo dono ribadisce e specifica la natura della signoria di Dio sull'esistenza dell'uomo e dunque sulle molteplici differenziate situazioni in cui l'uomo si trova a vivere. Gesù ribadisce la promessa divina per tematizzarne la struttura e insieme le conseguenze mediante la sua azione di condivisione della tavola dei peccatori (Luca, 15, 2). E l'atto risulta essere una concretizzazione simbolica dell'obiettivo della predicazione che Gesù introduce con una forza del tutto propria.
È stato detto che l'uomo contemporaneo, attratto sempre più nel mondo virtuale, non riesce a distinguere il vero dal falso, il bene dal male e questo lo conduce a un relativismo culturale ed etico banalizzante gli atteggiamenti della vita. Come veicolare allora oggi i concetti di peccato e di perdono? Come far percepire il senso della pena e della colpa, il valore della penitenza e dell'indulgenza? Lo sforzo dell'evangelizzazione è certamente quello di far incontrare gli uomini e le donne di questa nostra epoca con Cristo e sperimentare personalmente la potenza redentrice della sua Parola che è Via, Verità e Vita. Ma come questo può avvenire per quanto concerne il sacramento della Penitenza?
In verità non mancano studi in proposito e una vasta ricerca pastorale interessa la Chiesa nell'impegno di far percepire la gioia del perdono che si comunica nel sacramento della Riconciliazione, detto pure sacramento della gioia. Gesù che incontra e sta a tavola con i peccatori (Luca 7, 47) è lo stesso oggi che ci invita ad accoglierlo. Formare le coscienze al senso del peccato significa aiutarle a non cadere nell'oppressione dei sensi di colpa che appesantiscono tante umane esistenze, e a sapere che l'amore infinito del Padre celeste può restituire pace anche ai cuori più lacerati.
Questo evidenzia quanto urgente sia approfondire il valore e l'importanza del sacramento della Penitenza e in proposito significativo è il contributo che la Penitenzieria Apostolica può offrire nell'ambito delle competenze sue proprie.
Le varie riforme succedutesi nel corso dei secoli, alcune delle quali ho citato in questa mia relazione, hanno avuto tutte e sempre un unico scopo: la salus animarum, la salvezza delle anime, che nella Chiesa costituisce la suprema lex (cfr. can. 1752). Accogliere il perdono di Dio consente all'uomo di rinvenire la riuscita integrale della propria esistenza, e la nuova comunione con Dio è il rinnovamento dell'umanità, liberata dai vincoli del male.
Lo sguardo si fissa sulla croce di Cristo. Nel mistero dell'annientamento mortale dell'accadimento della croce, Dio dischiude il futuro che nessun presente risulta in grado di suscitare da se stesso. In Cristo crocifisso e risorto Dio riconcilia l'uomo peccatore e gli procura esistenza e futuro. Il frutto della riconciliazione divina esige però da parte dell'uomo la libera e responsabile accoglienza.
Il perdono di Dio antecede e consente l'accettazione a cui ciascun uomo viene personalmente chiamato. L'antecedenza costituisce la condizione necessaria per la conversione e trasformazione dell'esistenza. Così si legge nell'oracolo del profeta, "non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato" (Geremia 31, 34).
Il cristiano è trasformato dal fatto stesso di riconoscere che è già stato perdonato, e rendersi consapevole dell'anteriorità del perdono sull'azione dell'uomo gli apre il cuore alla vera conoscenza di sé e del mondo. Questo perché il passaggio dall'oscurità dell'ignoranza alla luce della conoscenza è la finalità primaria dell'azione divina. E colui che è già stato perdonato deve considerare se stesso come ancora sempre da salvare, nel senso che dev'essere ancora sempre da guarire. Se il peccato è perdonato e allontanato o anche "morto", occorre tuttavia che questa morte sia compresa e la comprensione ha la forma di una lotta contro il male.
Chi è stato perdonato in fondo riconosce se stesso come colui che di nuovo potrebbe smarrirsi nella contraddizione del male; quel che è accaduto anche soltanto una volta potrebbe nuovamente riaccadere. L'accoglimento del dono della salvezza e della sua radicale gratuità non distrugge il ricordo e quindi lo sviluppo della storia con il suo passato. Piuttosto lo guarisce liberando la memoria dal peso del debito costituito dalla colpa.
Il credente è messo allora nella condizione di libertà nel senso che può aprirsi a progetti generati dall'attesa. È a questo livello che interviene ciò che l'indulgenza rappresenta per il cammino autenticamente cristiano, diretto alla vittoria sul male attraverso la riconferma della fede come pure attraverso l'edificazione della coscienza morale del cristiano. In ciò si riconosce la lotta, secondo una universalità nell'estensione e secondo una radicalità nel fine, da parte del cristiano nei riguardi del male e della sua forza.
Ho ripreso tra le mani in questi giorni la Divina Commedia di Dante e mi sono soffermato su alcuni canti del Purgatorio, che sono nell'insieme un vero pellegrinaggio nel mondo dell'espiazione dei peccati, della penitenza e delle pene da scontare prima di giungere nella luce sfolgorante e appagante del Paradiso.
Rileggere i versi danteschi è toccare con mano una profonda teologia unita a una fine sensibilità poetica e religiosa. Proprio all'inizio del ventesimo canto, nel girone dei golosi dove Dante riconoscerà Forese de' Donati, leggiamo questi versi di alto contenuto spirituale: "Ed ecco piangere e cantar s'udie: /Labia mea, Domine, per modo/ Tal che diletto e doglia parturie/ O dolce Padre, che è quel ch'i'odo?/Comincia'io: ed egli: Ombre che vanno,/ forse di lor dover solvendo il nodo" (VV.10 - 13).
Il servizio ecclesiale che offre la Penitenzieria Apostolica, il mistero di grazia e di perdono che si realizza nel sacramento della Penitenza non è visibile, né materialmente palpabile, ma è certamente un prodigio di grazia che ridona dignità all'uomo e lo riapre all'amicizia con Dio; è al tempo stesso uno straordinario contributo a quelle "ombre che vanno, forse di lor dover solvendo il nodo".
Poiché è assai probabile che il nostro pellegrinaggio terreno, prima di approdare al Cielo, passerà per il Purgatorio, per un accrescimento di desiderio e di amore divino (come attesta santa Caterina da Genova), comprendere meglio l'importanza della penitenza e dell'indulgenza è un contributo senz'altro utile da offrire ai fedeli anche di questo nostro tempo.

Cardinale Tarcisio Bertone, S.D.B., Segretario di Stato, Camerlengo di Santa Romana Chiesa

(©L'Osservatore Romano - 15 gennaio 2009


16 Dicembre 2008
CASO ENGLARO

Il ministro Sacconi: «È illegale interrompere
alimentazione e idratazione ai disabili gravi»

Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. È quanto stabilisce un atto di indirizzo che il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha inviato alle regioni sulla base di alcune indicazioni precedenti, tra cui quella del comitato nazionale per la bioetica e l'articolo 25 della convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell'Onu. L'atto, firmato dal ministro Sacconi, di fatto renderà illegale per qualsasi struttura pubblica e privata sul territorio nazionale l'adempimento della volontà della famiglia Englaro, e cioè il distacco del sondino che alimenta e idrata la giovane, in stato vegetativo da 16 anni.

L'incognita del trasferimento a Udine. Proprio oggi era trapelata la notizia dell'esistenza di un protocollo di natura legale, che avrebbe stabilito le modalità per l'esecuzione a Udine della sentenza della Cassazione su Eluana. Il documento, predisposto dai legali che seguono la famiglia Englaro, sarebbe stato concordato al termine di una serie di incontri, che si si sono svolti a Milano e Udine, e che si sono conclusi nella giornata di ieri. La donna di origine friulana avrebbe dunque potuto essere trasportata da Lecco a Udine questa sera, precisamente nella struttura privata "Casa di Cura Città di Udine". Che ha più volte smentito, anche oggi, l'esistenza di contatti o accordi per il ricovero di Eluana, ma che in serata ha comunicato di aver convocato una conferenza stampa per domani mattina alle 8.

Il Vaticano:
«Scelta dalla parte della vita». Quella del ministero dellaSalute e del Lavoro è una iniziativa «molto ragionevole e sensata», perché riconosce che «l'accanimento terapeutico, e l'alimentazione e l'idratazione, sono due cose molto distinte»: è il commento del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, sull'atto di indirizzo inviato dal ministro del lavoro e della salute Maurizio Sacconi, che dichiara illegale interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. Questo atto renderebbe di fatto impossibile per la famiglia di Eluana Englaro staccare il sondino che alimenta la donna. Per il cardinale, si tratta di un atto «molto positivo» ed è la prova che il «ministero della Salute sta dalla parte della vita in questo tempo natalizio in cui celebriamo il massimo della vita, ovvero il figlio di Dio».

Scienza & Vita:
Atto di coraggio del governo.  «Un atto di coraggio in favore di tutti i pazienti in stato vegetativo che apprezziamo e speriamo possa trovare ampio consenso nell'opinione pubblica italiana più sensibile nei confronti della vita, dal concepimento alla morte naturale». Così l'Associazione Scienza & Vita commenta l'atto di indirizzo del ministero del Welfare. «Dinanzi allo strapotere di una parte della magistratura sulle questioni del fine vita - osserva Scienza & Vita - è come se la politica volesse rimettere al centro gli interessi della persona umana nella condizione di massima fragilità, qual è quella dello stato vegetativo. Tant'è vero che questa condizione clinica viene considerata una forma di grande disabilità e non di fine vita. Così come è apprezzabile il riconoscimento, operato da parte del governo, del ruolo del medico nell'iter clinico di questo particolarissimo tipo di pazienti». «Ci auguriamo - conclude l'Associazione - che questa assunzione di responsabilità politica preluda ad una sorte diversa per la povera Eluana Englaro, già destinata a morire di fame e di sete a causa del via libera della magistratura alla sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione, che noi continuiamo a considerare sostegni vitali e non terapie medico-cliniche».

Baio e Binetti (Pd):
Bene Sacconi. «Concordiamo con l'atto di indirizzo firmato dal Ministro Sacconi che prevede che non è possibile interrompere la nutrizione e l'idratazione artificiale». Lo dichiarano le parlamentari del Pd Emanuela Baio e Paola Binetti, che ricordano che «questo è il cuore del Ddl 'Disposizioni in materia di dichiarazione anticipata di trattamento' che abbiamo presentato insieme nella passata legislatura e ripresentato alla Camera e al Senato in questa legislatura. Solo una tutela della vita coraggiosamente messa al centro dell'attività parlamentare può segnare una svolta decisa e coraggiosa anche sotto il profilo etico nel Paese. Occorre ricominciare dalla difesa della vita».

Il legale degli Englaro
: «Un atto senza valore». L'atto di indirizzo del Ministero della Salute con cui si vieta alle strutture pubbliche e private di sospendere idratazione e nutrizione alle persone in stato vegetativo persistente, tra cui il caso più famoso è quello di Eluana Englaro, «non vale niente, perché la legge non la fa Sacconi». È la reazione stizzita del legale della famiglia Englaro, Vittorio Angiolini, nell'apprendere la decisione del ministero. «Un atto di indirizzo interrogativo - attacca Angiolini - ma così non ha senso, o Sacconi ordina ai medici, come fanno i generali, di curare o non curare le persone o stia zitto».

Oggi la fiaccolata a Roma. Il Movimento per la vita è sceso oggi in piazza accanto all'associazione Papa Giovanni XXIII, che ha organizzato una fiaccolata, dedicata ad Eluana Englaro, dal titolo "Lasciateci vivere. Per dare voce a chi non ha voce". «Ogni ideologia che riduce l'umano minaccia la vita, la dignità ed i diritti di tutta l'umanità - spiega Carlo Casini,  presidente del Mpv in un comunicato - La vita è un bene indisponibile per l'individuo e, a maggior ragione, per gli  altri. A nessuno è lecito farsi padrone di questo che è diritto di ogni uomo e fondamento di ogni diritto umano. Una nutrita rappresentanza del Movimento è in contemporanea in viaggio verso Strasburgo dove domani, nell'emiciclo del Consiglio d'Europa verrà assegnato il Premio europeo per la vita Madre Teresa alla memoria Jerome Lejeune, padre della genetica moderna a cui fu sottratto il Premio Nobel proprio per aver difeso il diritto alla vita di ogni uomo». «Ci siamo fermati a Dachau - aggiunge - luogo che ha conosciuto l'applicazione sistematica e di massa dell'eliminazione degli esseri umani ritenuti un peso per la società, e da lì abbiamo lanciato un appello perché dall'Europa parta un rifiuto netto di ogni politica che autorizza o favorisce l'eutanasia ed il suicidio assistito. È il medesimo messaggio che partirà anche dalle vie di Roma, questa sera», conclude Casini.


n. 49 del  7 dicembre 2008 - Direttore: Antonio Sciortino

L'OBOLO DI STATO PER LE FAMIGLIE CHE NON ARRIVANO PIÙ A METÀ MESE


È COME DARE L’ASPIRINA
A UN MALATO TERMINALE

I soldi per la spesa finiscono a metà mese. L'autonomia della busta paga scade, invece, alla fine della terza settimana per più di sei milioni di famiglie. Sono i dati allarmanti di un sondaggio Confesercenti-Swg.


La manovra finanziaria che dovrebbe rilanciare l’Italia, approvata in dieci minuti dal Consiglio dei ministri, riserva pochi spiccioli a famiglie e imprese. E soltanto per "una volta". «I soldi non si buttano mai via», ha detto Bersani. «Ma ci sono modi meno disgustosi di darli». Così, dopo solenni proclami, la montagna ha partorito un topolino. Siamo all’obolo di Stato. «Misura debole», ha detto Casini, «che vuole accontentare tutti, senza riuscirci». Demagogia, più che l’inizio d’una politica familiare seria.

È un tampone: come dare l’aspirina a un malato terminale. Servirà a poco, non farà ripartire i consumi, né ridurrà quella fascia di famiglie che non arriva a metà mese. La borsa, quella vera, quella colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno di soldi freschi per i loro affari. La difesa dei risparmiatori è solo un alibi, perché oggi, in Italia, le famiglie non hanno più nulla da risparmiare. E per vivere si indebitano. Per non parlare di chi la spesa la fa tra gli avanzi del mercato o nei cassonetti.


Ricerca di cibo tra gli avanzi del mercato (foto Lobera).


L’elemosina di Stato non modifica d’una virgola la distribuzione del reddito, non lo sostiene, non crea nuovi posti di lavoro. Le grandi opere, finanziate con 16 milioni di euro, sono un libro dei sogni, che nessuno ha aperto (gli esperti hanno pure bocciato il ponte di Messina: troppo caro e pericoloso). La manovra è insufficiente, ci voleva più coraggio, soprattutto a sostegno delle famiglie, cenerentole d’Italia.

Tremonti ha inventato la social card, poteva chiamarla "tessera del pane" (come Mussolini) o "carta della povertà": era lo stesso. Almeno, era più sincero. Si tratta di poco più d’un euro al giorno a famiglia. Impresa degna del "cesarismo" populista, che ha trasformato i diritti in elemosine, come s’addice a sudditi più che a cittadini. È un certificato di povertà, che «emana aria di depressione e richiama la "tessera annonaria" dei tempi di guerra», come ha scritto Gramellini su La Stampa. Si mette alla gogna chi la riceve: è anonima, ma va esibita negli uffici o al supermercato. C’è da vergognarsi, mentre non ha pudore chi si "abbuffa" di soldi pubblici: i partiti italiani sono i più cari d’Europa.

E poi, non è detto che ci siano i soldi per finanziare la social card. Nella lettera inviata a chi ne ha diritto (ma quanta burocrazia per due soldi!), si legge: «Gentile signora/e… sarà ricaricata sulla base dei finanziamenti via via disponibili». È l’ultima beffa. Per ora ci sono, certi, 170 milioni di euro, ne servono 450. Tremonti dice che userà i "conti dormienti" e le multe dell’Antitrust. Ma quei soldi li aveva già promessi alle vittime del crack Parmalat e Cirio.

La social card è meno di quanto la gente ruba per fame nei supermercati. Le quantità di pane, pasta, tonno che saltano le casse, sono aumentate nell’ultimo anno del 16 per cento, per un valore pari a 500 milioni di euro (dati Cia, Confederazione italiana agricoltori). Gli spiccioli di Tremonti non ripagano neppure il "furto per fame". Andranno a un milione e 300 mila famiglie. Ma quelle che non mangiano un pasto normale tutti i giorni sono 7 milioni e mezzo (dati Istat). Chi ha 800 euro di pensione è escluso.

La parola magica è bonus, cioè "carità". Che è cosa buona, ma non deve farla lo Stato.

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DAI PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO UN TAMPONE ALLE VERE NECESSITÀ

I POVERI E LE FAMIGLIE
MERITANO PIÙ RISPETTO

Le misure adottate dal Governo rispondono alla logica di ripararsi dal peggio, e non possono diventare una vera strategia contro la povertà.


Ormai non ci sono più dubbi: la turbolenza innescata dalla crisi finanziaria si è trasformata in una precipitazione temporalesca con lampi e tuoni sull’economia reale, generando forti difficoltà sulla tenuta dei settori manifatturieri, della piccola industria e sul settore dell’auto, soprattutto in Italia.

La produzione industriale è in costante peggioramento e si sta verificando un circolo vizioso che aumenta le preoccupazioni, rende insufficienti i redditi familiari, incrementa la sfiducia che fa diminuire i consumi.

L’Europa ha stanziato pochi soldi, quando invece sarebbero necessari grossi impegni con fondi diretti dell’Unione europea. Il nostro Governo afferma di aver messo a disposizione 80 miliardi per un intervento ancora tutto sulla carta. Ma i soldi realmente disponibili sono già impegnati (i fondi per le aree sottosviluppate, ad esempio).



Le misure adottate rispondono alla logica di ripararsi dal peggio, e non possono diventare una vera e propria strategia volta a contrastare la recessione e ad aprire prospettive per la ripresa. Nella manovra ci sono elementi interessanti, come lo spostamento del pagamento dell’Iva al momento in cui la fattura viene saldata e l’estensione della copertura della cassa integrazione che, tuttavia, non riesce a soddisfare il bisogno reale.

Altri provvedimenti sul sociale annunciati con grande clamore, come la "Carta acquisti", sono diventati piccoli sostegni alla povertà e alla famiglia. Ma dobbiamo avanzare considerazioni equilibrate e attente, perché per chi ha un reddito di circa 500 euro al mese, anche 40 euro sono importanti. Con grande serietà dobbiamo ragionare sulla povertà e capire cosa sia, mantenendo una forte sensibilità nei confronti delle persone e delle famiglie che frequentano la Caritas in cerca d’aiuto, o di coloro che sono costretti a piccoli furti nei supermercati e che a Natale partecipano ai pranzi di beneficenza. Avere cura di loro a volte significa non disprezzare gesti anche piccoli di sostegno e d’aiuto senza creare imbarazzo.

I poveri e le famiglie povere meritano sempre rispetto. Il nostro giudizio non può riguardare solo l’entità delle risorse, anche se la quantità non è cosa da disprezzare e sottovalutare in momenti in cui, giustamente, si spendono tanti nostri soldi per sostenere il sistema finanziario e bancario. Abbiamo bisogno di un vero progetto di contrasto alla povertà, per evitare che il fenomeno si allarghi.


Savino Pezzotta

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25/10/2008
Sicurezza stradale     
-Articolo tratto dalla rivista "" Citta'nuova""
, quindicinale  del   


Vi vogliamo vivi
Aurora Nicosia

Dalla tragica perdita di un figlio in un incidente ad un'associazione impegnata su vari fronti perché questo non accada ad altri.
Vi vogliamo vivi. È l'invito in cui, da qualche tempo a questa parte, chi si trovi a percorrere le strade del territorio di Vittoria, nel ragusano, si imbatte tramite una serie di grandi cartelloni su cui lo sguardo non può fare a meno di posare la sua attenzione.
Le immagini sono abbastanza forti, mostrano quello che succede spesso da queste parti come su tante altre strade d'Italia e che continua ad interpellare amministratori locali e governatori di qualsiasi orientamento. E i 43 mila morti sulle strade europee ricordati nella giornata dedicata alla sicurezza stradale celebrata di recente confermano, purtroppo, la perenne attualità della questione.
I cartelloni fanno parte di una campagna di sensibilizzazione promossa dall'associazione Dario Nicosia onlus (www.darionicosiaonlus.org) e costituiscono solo una parte del lavoro dell'associazione stessa. Con successo, infatti, anche se non senza difficoltà, i suoi membri hanno avviato incontri a tappeto nelle scuole medie inferiori e superiori della città e non solo, ed hanno fatto partire il disco bus, un autobus, appunto, che porta i giovani nelle discoteche e, soprattutto, li riporta sani e salvi a casa. E c'è anche un accordo con i gestori dei locali di destinazione: chi si serve del disco bus può usufruire gratis di una bevanda analcolica, anche perché i gestori si impegnano a non somministrare alcolici.
Un gruppo di genitori che, davanti allo strazio di un figlio perduto, hanno deciso di far qualcosa per cercare di sostenere, aiutare, soccorrere, alleviare, stimolare..., si definiscono i fondatori dell'associazione che deve il suo nome a Dario Nicosia, appunto (l'omonimia con l'autrice dell'articolo è puramente casuale), un giovane che a 18 anni ha perso la vita in un incidente stradale.
La tragedia, che in questo caso non è stata dovuta né all'alcool, né alla droga, ci teniamo a precisarlo, sconvolse nell'estate di due anni fa la comunità vittoriese, tenendo tutti col fiato sospeso per 35 giorni, quanti ne trascorsero dall'incidente alla morte. Dario, infatti, era un ragazzo in gamba, avrebbe dovuto frequentare la quinta classe del liceo scientifico e già, con un anno di anticipo aveva superato i test di ammissione per la facoltà di Ingegneria al Politecnico di Milano. Un figlio unico, come amavano definirlo i suoi genitori, direttore di banca lui, professoressa lei, non solo perché non aveva altri fratelli, ma per quella grande maturità ed intelligenza che lo caratterizzavano.
Di fronte a quella tragedia nacque nei genitori di Dario l'urgenza di fare qualcosa perché questo non accadesse ad altri. L'associazione è nata - raccontano Maria e Salvatore Nicosia - perché la notte in cui avvenne l'incidente partimmo in tre, noi due e un amico che ciportò a Palermo dove nostro figlio venne portato in rianimazione; quando accompagnammo Dario nell'ultimo viaggio eravamo in cinquemila, fra cui centinaia e centinaia di ragazzi che erano veramente confusi, come si vedeva dai loro occhi e dai loro discorsi.
Con un gruppo di genitori, allora, ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare per tutti quei giovani.
Ecco allora gli incontri nelle scuole, che hanno avuto dei risvolti interessanti. Tramite le iniziative dell'associazione - continuano il racconto - abbiamo potuto verificare quanto i ragazzi siano delle spugne pronte ad assorbire, imparare, acquisire. Il problema è spesso il messaggio che arriva da parte della nostra generazione. Negli adulti abbiamo colto, a volte, tanto disinteresse. Tutti, sia i ragazzi che i genitori, pensano che questa non è una possibilità che riguarda loro e in fondo, prima, pensavamo così anche noi. Abbiamo notato anche che per i ragazzi il concetto della morte quasi non esiste. Forse è un altro errore di noi adulti che tendiamo a far vedere solo il lato facile della vita. Va a finire, però, che i giovani pensano solo allo sballo, a provare un'esperienza dopo l'altra, a consumare di tutto, dai soldi, all'abbigliamento, alle amicizie e alla fine consumano anche loro stessi.
Vorremmo poter fare di più, confidano ancora i genitori di Dario, che impressionano non poco per la serenità con la quale parlano della vicenda.
Tanto da suscitare spontanea la domanda: Ma voi, come avete fatto a reagire in questo modo?. In effetti, non capita spesso di reagire così alla perdita di un figlio - mi rispondono -. Il fatto è che noi siamo convinti che Dario non è perso, è salvo e noi lo incontreremo di nuovo.
E proprio per essere più certi che questo avvenga, cerchiamo quanto più possibile di fare il nostro dovere qui. Certo se non avessimo la concezione che esiste una vita dopo questa, saremmo sicuramente distrutti.
Vi ha aiutato la fede? Sì, ma non solo. Non sarebbe andata così senza due testimoni, una coppia di Palermo che ci ha aiutato tantissimo in questo percorso.
Noi eravamo soli dietro la porta di Dario quando sono arrivati Gaetano e Gisella che hanno fatto per noi una cosa inimmaginabile: senza che ci conoscessero, sono venuti lì e ci hanno detto una frase che ancora oggi ci risuona di una sapienza incredibile: Il dolore va condiviso mentre l'entusiasmo si moltiplica.
Siccome voi avete tanto dolore, in quattro lo portiamo meglio.
Avevano ricevuto una telefonata da una nostra parente che fa parte del Movimento dei focolari e si erano messi in moto, chiedendosi cosa avrebbero potuto dirci, come ci hanno confidato successivamente.
Eppure hanno trovato le parole giuste e da lì è cominciato per noi un percorso di speranza.
Noi crediamo che la cosa importante non sia tanto l'associazione, quanto il fatto che da un'esperienza di dolore sia potuta nascere la speranza. Da lì poi è facile creare un'associazione o donarti agli altri se hai la certezza che tutto si può risolvere in un modo migliore.
L'associazione, in fondo, è solo uno dei metodi che abbiamo a disposizione .


Discorso all'Onu (18 aprile 2008) del Papa Benedetto XVI
«I diritti umani vivono solo nella libertà»

Signor Presidente
Signore e Signori,

nel dare inizio al mio discorso a questa Assemblea, desidero anzitutto esprimere a Lei, Signor Presidente, la mia sincera gratitudine per le gentili parole a me dirette. Uguale sentimento va anche al Segretario Generale, il Signor Ban Ki-moon, per avermi invitato a visitare gli uffici centrali dell’Organizzazione e per il benvenuto che mi ha rivolto. Saluto gli Ambasciatori e i Diplomatici degli Stati Membri e quanti sono presenti: attraverso di voi, saluto i popoli che qui rappresentate. Essi attendono da questa Istituzione che porti avanti l’ispirazione che ne ha guidato la fondazione, quella di un “centro per l’armonizzazione degli atti delle Nazioni nel perseguimento dei fini comuni”, la pace e lo sviluppo (cfr Carta delle Nazioni Unite, art. 1.2-1.4). Come il Papa Giovanni Paolo II disse nel 1995, l’Organizzazione dovrebbe essere “centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una ‘famiglia di nazioni’” (Messaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della fondazione, New York, 5 ottobre 1995, 14).
Mediante le Nazioni Unite, gli Stati hanno dato vita a obiettivi universali che, pur non coincidendo con il bene comune totale dell’umana famiglia, senza dubbio rappresentano una parte fondamentale di quel bene stesso. I principi fondativi dell’Organizzazione - il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità della persona, la cooperazione umanitaria e l’assistenza - esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle relazioni internazionali. Come i miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno osservato da questo medesimo podio, si tratta di argomenti che la Chiesa Cattolica e la Santa Sede seguono con attenzione e con interesse, poiché vedono nella vostra attività come problemi e conflitti riguardanti la comunità mondiale possano essere soggetti ad una comune regolamentazione. Le Nazioni Unite incarnano l’aspirazione ad “un grado superiore di orientamento internazionale” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 43), ispirato e governato dal principio di sussidiarietà, e pertanto capace di rispondere alle domande dell’umana famiglia mediante regole internazionali vincolanti ed attraverso strutture in grado di armonizzare il quotidiano svolgersi della vita dei popoli. Ciò è ancor più necessario in un tempo in cui sperimentiamo l’ovvio paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi, mentre i problemi del mondo esigono interventi nella forma di azione collettiva da parte della comunità internazionale.
Certo, questioni di sicurezza, obiettivi di sviluppo, riduzione delle ineguaglianze locali e globali, protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima, richiedono che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino una prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta. Penso in particolar modo a quei Paesi dell’Africa e di altre parti del mondo che rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale, e sono perciò a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione. Nel contesto delle relazioni internazionali, è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana. Nel nome della libertà deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fatte in conseguenza dell’entrata in rapporto con gli altri. Qui il nostro pensiero si rivolge al modo in cui i risultati delle scoperte della ricerca scientifica e tecnologica sono stati talvolta applicati. Nonostante gli enormi benefici che l’umanità può trarne, alcuni aspetti di tale applicazione rappresentano una chiara violazione dell’ordine della creazione, sino al punto in cui non soltanto viene contraddetto il carattere sacro della vita, ma la stessa persona umana e la famiglia vengono derubate della loro identità naturale. Allo stesso modo, l’azione internazionale volta a preservare l’ambiente e a proteggere le varie forme di vita sulla terra non deve garantire soltanto un uso razionale della tecnologia e della scienza, ma deve anche riscoprire l’autentica immagine della creazione. Questo non richiede mai una scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta di adottare un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici.
Il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e l’attenzione per l’innata dignità di ogni uomo e donna trovano oggi una rinnovata accentuazione nel principio della responsabilità di proteggere. Solo di recente questo principio è stato definito, ma era già implicitamente presente alle origini delle Nazioni Unite ed è ora divenuto sempre più caratteristica dell’attività dell’Organizzazione. Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall’uomo. Se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali. L’azione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un’imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al contrario, è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui vi è bisogno e una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione.
Il principio della “responsabilità di proteggere” era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora, tale principio deve invocare l’idea della persona quale immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed essenziale libertà. La fondazione delle Nazioni Unite, come sappiamo, coincise con il profondo sdegno sperimentato dall’umanità quando fu abbandonato il riferimento al significato della trascendenza e della ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente violate la libertà e la dignità dell’uomo. Quando ciò accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori che ispirano e governano l’ordine internazionale e sono minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili formulati e consolidati dalle Nazioni Unite. Quando si è di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a determinare “un terreno comune”, minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti.
Il riferimento all’umana dignità, che è il fondamento e l’obiettivo della responsabilità di proteggere, ci porta al tema sul quale siamo invitati a concentrarci quest’anno, che segna il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il documento fu il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza. I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l’interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.
La vita della comunità, a livello sia interno che internazionale, mostra chiaramente come il rispetto dei diritti e le garanzie che ne conseguono siano misure del bene comune che servono a valutare il rapporto fra giustizia ed ingiustizia, sviluppo e povertà, sicurezza e conflitto. La promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Certo, le vittime degli stenti e della disperazione, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace. Tuttavia il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l’applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti. Il merito della Dichiarazione Universale è di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari. La Dichiarazione fu adottata come “comune concezione da perseguire” (preambolo) e non può essere applicata per parti staccate, secondo tendenze o scelte selettive che corrono semplicemente il rischio di contraddire l’unità della persona umana e perciò l’indivisibilità dei diritti umani.
L’esperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando l’insistenza sui diritti umani li fa apparire come l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere. Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva utilitaristica. Dato che i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dall’interazione umana, è facile dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società e perciò validi per tutti i tempi e per tutti i popoli. Questa intuizione fu espressa sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a teche tale massima “non può in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo” (De doctrina christiana, III, 14). Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori.

Signore e Signori, mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni e si tenta di collegarle a nuovi diritti. Il discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene dal male, diviene ancor più essenziale nel contesto di esigenze che riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli. Affrontando il tema dei diritti, dato che vi sono coinvolte situazioni importanti e realtà profonde, il discernimento è al tempo stesso una virtù indispensabile e fruttuosa.
Il discernimento, dunque, mostra come l’affidare in maniera esclusiva ai singoli Stati, con le loro leggi ed istituzioni, la responsabilità ultima di venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi può talvolta avere delle conseguenze che escludono la possibilità di un ordine sociale rispettoso della dignità e dei diritti della persona. D’altra parte, una visione della vita saldamente ancorata alla dimensione religiosa può aiutare a conseguire tali fini, dato che il riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e ogni donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo ed alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace. Ciò fornisce inoltre il contesto proprio per quel dialogo interreligioso che le Nazioni Unite sono chiamate a sostenere, allo stesso modo in cui sostengono il dialogo in altri campi dell’attività umana. Il dialogo dovrebbe essere riconosciuto quale mezzo mediante il quale le varie componenti della società possono articolare il proprio punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità riguardante valori od obiettivi particolari. È proprio della natura delle religioni, liberamente praticate, il fatto che possano autonomamente condurre un dialogo di pensiero e di vita. Se anche a tale livello la sfera religiosa è tenuta separata dall’azione politica, grandi benefici ne provengono per gli individui e per le comunità. D’altro canto, le Nazioni Unite possono contare sui risultati del dialogo fra religioni e trarre frutto dalla disponibilità dei credenti a porre le propri esperienze a servizio del bene comune. Loro compito è quello di proporre una visione della fede non in termini di intolleranza, di discriminazione e di conflitto, ma in termini di rispetto totale della verità, della coesistenza, dei diritti e della riconciliazione.
Ovviamente i diritti umani debbono includere il diritto di libertà religiosa, compreso come espressione di una dimensione che è al tempo stesso individuale e comunitaria, una visione che manifesta l’unità della persona, pur distinguendo chiaramente fra la dimensione di cittadino e quella di credente. L’attività delle Nazioni Unite negli anni recenti ha assicurato che il dibattito pubblico offra spazio a punti di vista ispirati ad una visione religiosa in tutte le sue dimensioni, inclusa quella rituale, di culto, di educazione, di diffusione di informazioni, come pure la libertà di professare o di scegliere una religione. È perciò inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale. In verità, già lo stanno facendo, ad esempio, attraverso il loro coinvolgimento influente e generoso in una vasta rete di iniziative, che vanno dalle università, alle istituzioni scientifiche, alle scuole, alle agenzie di cure mediche e ad organizzazioni caritative al servizio dei più poveri e dei più marginalizzati. Il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura, espressione della comunione fra persone – privilegerebbe indubbiamente un approccio individualistico e frammenterebbe l’unità della persona.
La mia presenza in questa Assemblea è un segno di stima per le Nazioni Unite ed è intesa quale espressione della speranza che l’Organizzazione possa servire sempre più come segno di unità fra Stati e quale strumento di servizio per tutta l’umana famiglia. Essa mostra pure la volontà della Chiesa Cattolica di offrire il contributo che le è proprio alla costruzione di relazioni internazionali in un modo che permetta ad ogni persona e ad ogni popolo di percepire di poter fare la differenza. La Chiesa opera inoltre per la realizzazione di tali obiettivi attraverso l’attività internazionale della Santa Sede, in modo coerente con il proprio contributo nella sfera etica e morale e con la libera attività dei propri fedeli. Indubbiamente la Santa Sede ha sempre avuto un posto nelle assemblee delle Nazioni, manifestando così il proprio carattere specifico quale soggetto nell’ambito internazionale. Come hanno recentemente confermato le Nazioni Unite, la Santa Sede offre così il proprio contributo secondo le disposizioni della legge internazionale, aiuta a definirla e ad essa fa riferimento.
Le Nazioni Unite rimangono un luogo privilegiato nel quale la Chiesa è impegnata a portare la propria esperienza “in umanità”, sviluppata lungo i secoli fra popoli di ogni razza e cultura, e a metterla a disposizione di tutti i membri della comunità internazionale. Questa esperienza ed attività, dirette ad ottenere la libertà per ogni credente, cercano inoltre di aumentare la protezione offerta ai diritti della persona. Tali diritti sono basati e modellati sulla natura trascendente della persona, che permette a uomini e donne di percorrere il loro cammino di fede e la loro ricerca di Dio in questo mondo. Il riconoscimento di questa dimensione va rafforzato se vogliamo sostenere la speranza dell’umanità in un mondo migliore, e se vogliamo creare le condizioni per la pace, lo sviluppo, la cooperazione e la garanzia dei diritti delle generazioni future.
Nella mia recente Enciclica Spe salvi, ho sottolineato “che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione” (n. 25). Per i cristiani tale compito è motivato dalla speranza che scaturisce dall’opera salvifica di Gesù Cristo. Ecco perché la Chiesa è lieta di essere associata all’attività di questa illustre Organizzazione, alla quale è affidata la responsabilità di promuovere la pace e la buona volontà in tutto il mondo. Cari amici, vi ringrazio per l’odierna opportunità di rivolgermi a voi e prometto il sostegno delle mie preghiere per il proseguimento del vostro nobile compito.









TRATTO DA FAMIGLIA CRISTIANA - NR 30 DEL 29 LUGLIO 2007.-
Dalla rubrica : Colloqui col padre


L’ASSOCIAZIONE "FIGLI IN CIELO" IN AIUTO ALLE FAMIGLIE COLPITE DA UNA GRAVE PERDITA COSÌ HO "RITROVATO" MIO FIGLIO Nel tragico destino delle vittime degli incidenti stradali del sabato sera ci sono anche i familiari di chi ha perso la vita. Ecco come elaborare il lutto con il ministero della consolazione.


Caro padre, desidero condividere con lei e con i lettori la mia esperienza e quella di alcuni genitori che, come me, sono stati colpiti dal dolore più grande: la perdita di un figlio. La data in cui nostro figlio è "salito in cielo" è diventata, per ciascuno di noi, il riferimento principale per ogni altro avvenimento: «c’era ancora lui»; «no, lui non c’era già più». I primi tempi sono stati terribili, sembrava che il cuore scoppiasse da un momento all’altro.
Ci si sente separati dal resto del mondo, estranei anche a noi stessi. Nulla è più come prima. Osi è sempre al cimitero oppure non si riesce neppure a metterci piede. O si vive come anestetizzati, senza provare alcuna emozione, non riuscendo neppure a piangere, oppure si piange in continuazione.
La rabbia è così forte da farti urlare di continuo, dal profondo del cuore: «Perché? Perché proprio mio figlio?». Andandosene, i nostri amati ragazzi hanno portato via pure il nostro presente e il nostro futuro. Con loro siamo morti anche noi. Mai più un regalo per lui o per lei, mai più il loro compleanno, mai più il loro abbraccio, una loro confidenza... Mai più la loro voce che ci chiama mamma o papà.
Ognuno di noi sentiva il bisogno di essere ascoltato e consolato. O avere un confronto con chi, prima di noi, aveva vissuto la stessa esperienza di morte, perché ci spiegasse come aveva fatto ad andare avanti lo stesso. Grazie allo Spirito consolatore che si è servito dei nostri ragazzi in cielo, abbiamo conosciuto, ognuno con coincidenze e modi diversi, un’associazione cristiana chiamata Figli in cielo. È una comunità di laici, fondata nel 1991, da Andreana Bassanetti, una mamma, psicologa e psicoterapeuta che, attraverso la perdita della figlia Camilla, ha vissuto una profonda conversione e si è sentita chiamata a svolgere nella Chiesa il "ministero della consolazione" per quelle famiglie visitate dal lutto per la perdita di un figlio.
In ogni diocesi (oggi più di cento in tutta Italia), e con l’autorizzazione del vescovo, un sacerdote affianca le famiglie, una volta al mese, per gli incontri di elaborazione del lutto e la santa Messa, che è al centro del nostro percorso, e di catechesi. L’incontro diocesano viene poi integrato con quelli in parrocchia e a livello nazionale.
I mille "perché?" che affiorano sempre in un momento così delicato vengono di volta in volta approfonditi e confrontati con la parola di Dio. Le reazioni di fronte a un dolore tanto grande sono diverse. C’è chi sente il bisogno di raccontare continuamente quanto è successo, con ogni particolare, come se volesse convincere sé stesso che, purtroppo, l’avvenimento è veramente accaduto. C’è chi, invece, chiuso nel proprio dolore, non dice una parola. Alcuni vengono accompagnati dal proprio parroco; altri arrivano da noi dopo tremende esperienze con medium di vario genere, che promettono di metterli in contatto con l’aldilà.
Qualcuno ha alle spalle un cammino di fede e, magari, attraversa un momento di comprensibile ribellione e crisi, ma altri non hanno mai aperto una Bibbia o frequentato la Chiesa. Tutti, alla fine di ogni incontro, escono più sollevati e, piano piano, raggiungono la pace del cuore e quella consolazione vera e duratura che solo Dio sa dare.
Molti di noi ora possono dire di aver ritrovato il proprio figlio e una serenità interiore mai conosciuta prima. Soprattutto, sono diventati testimoni di Gesù risorto che ha dato un nuovo senso alla loro vita. L’amore è capace di vincere ogni separazione, anche la morte.
Caro padre, nella speranza che nessuna famiglia sia lasciata sola di fronte a un dolore così grande, la ringrazio per l’attenzione anche per conto delle famiglie Figli in cielo di Milano e l’abbraccio con tanta gratitudine.
Maria P.R.- Milano





Quando, a cadenza settimanale, il tragico bollettino delle vittime degli incidenti stradali ci riporta l’asciutto numero dei morti, non riusciamo a distogliere il pensiero dalle altre "vittime", che non entrano nel conto: i familiari di coloro che hanno perso la vita. Nelle stragi del sabato sera, nella maggior parte dei casi, sono i giovani a morire.
Ci sono poi genitori che hanno perso i figli per malattia. Anche loro sono devastati. Ma, se ha senso stabilire una qualche graduatoria nel dolore, i più provati sono i genitori che hanno perso i figli all’improvviso, nello schianto di una macchina che va fuori strada. Non hanno avuto il tempo di familiarizzarsi con il pensiero della perdita. In ogni caso, qualunque sia il percorso che ha svuotato la loro famiglia del germoglio in crescita, i superstiti si trovano poi soli a "elaborare il lutto". Che vuol dire trovare un senso a quello che è successo, e pensare a come andare avanti nella vita. In una parola, scrivere una storia diversa.
Questo compito, già difficile di suo, è reso ancora più arduo nel contesto della nostra società gaudente, che ha messo al bando ogni forma di lutto. Per il quale non ci sono comportamenti prescritti; non si sa neppure che cosa dire a chi ha subìto la perdita di una persona cara. Si registra un imbarazzo palpabile, reciproco, che si cerca di superare non menzionando neppure l’evento luttuoso. Lasciate a sé stesse, le persone dolenti, piano piano, scivolano nella clandestinità. Sono formalmente in mezzo agli altri, ma la loro vita più profonda si svolge altrove. Il tempo si è fermato: si aggrappano a quella parte del passato che hanno condiviso con il proprio caro, prima che la scomparsa li dividesse per sempre.
Non è raro che questi genitori smarriti bussino alla porta di chi promette loro di continuare ad avere legami con i propri cari, come fossero ancora presenti. Hanno grande presa con queste persone desolate coloro che assicurano di metterli in contatto con lo spirito del defunto. Questo giustifica il successo ininterrotto delle sedute spiritiche e delle comunicazioni paranormali. La desolazione interiore di chi vi fa ricorso è tale che non si ha il coraggio di infierire su queste misere forme di conforto, che si nutrono di credulità e talvolta ricorrono a smaccati inganni.
La via che la nostra lettrice ci indica è invece più solida. Non è una via per tutti: è riservata ai credenti. Anche se talvolta esitano a dichiararsi tali. Il colpo subìto ha fatto vacillare la loro fede. Anche questa ha bisogno di rigenerarsi, di diventare adulta. Non è facile credere senza avere risposte prefabbricate agli angosciosi "perché", camminare nella notte senza punti di riferimento. Non si può descrivere una fede così: bisogna sperimentarla di persona.
Coloro che si incontrano nel perimetro dell’associazione Figli in cielo ci attestano che è possibile. (A Milano, le famiglie che hanno perso un figlio si ritrovano presso la basilica di San Carlo al Corso, ogni terzo sabato del mese, e sono liete di accogliere quanti desiderano parteciparvi; telefono 02/21.53.586 oppure 339/30.26.077; www.figlincielo.it).


«Venite e vedrete»: questo invito, con il suo calore convincente, giunga ai tanti genitori che, dopo aver dato la vita a un figlio e averlo perso, hanno ora l’arduo compito di dar vita a una relazione nuova, espressione non della carne e del sangue, ma dello Spirito consolatore

Riflessione.
E’ sempre la stessa musica. La sofferenza altrui viene vista come un avvenimento devastante, ma allo stesso tempo oggetto di paragoni assurdi e incomprensibili e sicuramente da stigmatizzare, specialmente quando ciò è oggetto di riflessioni da parte di coloro che la sofferenza non l’hanno vissuta.
Cosa vuol dire familiarizzare con il pensiero di perdere un figlio ?
Sanno costoro cosa significa vivere quotidianamente la sofferenza?
La presenza della “morte”, l’impotenza a reagire di fronte a quello che sarà il futuro, l’isolamento dal quotidiano: nessuno può dire che tutto questo può diventare familiare; abitudine al male di vivere. (eudosio-ott.2007).-


.... la sventura non spunta dalla terra,né il dolore germina dal suolo. giobbe 5:6



n. 49 del  7 dicembre 2008 - Direttore: Antonio Sciortino

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO
(a cura di Alberto Chiara)
«MA DOBBIAMO FONDARLI IN DIO»

Difendere la persona nella sua totalità senza cedere al relativismo. Parla monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario di Giustizia e pace.

A piazza San Callisto, a Roma, fervono i lavori. Il Pontificio consiglio giustizia e pace, impegnato fin dalla sua fondazione a diffondere la dottrina sociale della Chiesa, vuole sottolineare quanto gli stia a cuore l'umanità intera, i suoi bisogni e la sua tutela. E così i 60 anni dall'adozione della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo non passano inosservati. Anzi, sono occasione di riflessione e studio. Il 10 dicembre, alla presenza di Benedetto XVI, della curia romana e del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, esperti di tutto il mondo spiegano i nodi principali della questione e Inma Shara, prima donna a dirigere in Vaticano, guida l'orchestra della Brandenburgisches Staatsorchester di Francoforte.

Eppure la Chiesa, in passato, ha nutrito qualche perplessità nei confronti dei diritti umani. «Bisogna riconoscere», spiega monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio consiglio giustizia e pace, «che l'itinerario storico della tradizione cristiana dei diritti umani non è stato sempre pacifico. Ci sono state molte riserve e condanne di fronte all'affermarsi dei diritti dell'uomo, nel solco della Rivoluzione francese; ma tali riserve, ripetutamente manifestate dai pontefici, specialmente nel XIX secolo, erano dovute al fatto che tali diritti venivano proposti e affermati contro la libertà della Chiesa, in una prospettiva ispirata dal liberalismo e dal laicismo. L'individualismo dominante faceva sì che la rivendicazione dei diritti dell'uomo si tramutasse in affermazione dei diritti dell'individuo, più che della persona. Cioè, l'essere umano veniva privato della dimensione sociale e di ogni riferimento alla trascendenza».

La dottrina sociale della Chiesa è oggi difesa e fondamento dei diritti umani...
«Giovanni Paolo II, nel discorso all'Assemblea dell'Onu, del 5 ottobre 1995, aveva parlato dei diritti umani come di una grammatica, di un insieme di regole per la convivenza tra gli uomini, a carattere universale, presenti negli uomini stessi, nella loro natura. Ugualmente, Benedetto XVI, nel suo discorso alla medesima Assemblea delle Nazioni Unite, ha affermato che il legalismo non basta. I diritti dell'uomo si radicano nella sua stessa natura, prima che nelle norme che li fissano a seguito di una decisione assembleare. I diritti umani non ci appartengono, non sono a nostra disposizione. Questa indisponibilità è la garanzia del loro rispetto. Essi sono una grammatica le cui regole non abbiamo creato noi. Solo questa convinzione può garantire da ogni forma di arbitrio».

Il Vaticano celebra questa ricorrenza con entusiasmo e solennità...
«Le celebrazioni sono giustificate dal fatto che i papi non hanno mancato di valutare positivamente la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Giovanni Paolo II l'ha definita una pietra miliare sulla via del progresso morale dell'umanità. Per il futuro ci si dovrà impegnare molto nella difesa del diritto alla libertà religiosa e del diritto alla vita, non perché siano più diritto di altri, ma perché segnalano in modo particolare la fondamentale unità dell'intero sistema dei diritti. Nessun diritto trova il proprio senso in sé, ma nella struttura globale della persona».

Quale idea di persona sta alla base dell'impegno della Chiesa in difesa dei diritti umani?
«Nella visione cattolica, una corretta interpretazione e un efficace tutela dei diritti dipendono da un antropologia che abbraccia la persona umana nella sua totalità. In tale ottica, la tendenza, oggi favorita con vari pretesti, a intendere i diritti unicamente come strumenti che tutelano la sfera di autonomia dell'individuo rispetto allo Stato, è da considerare come una deriva. L'insieme dei diritti dell'uomo deve corrispondere, invece, alla sostanza della dignità della persona. Essi devono riferirsi alla soddisfazione dei suoi bisogni essenziali, all'esercizio delle sue libertà, alle sue relazioni con le altre persone e con Dio».

I diritti umani possono reggere anche senza Dio?
«Quando il magistero della Chiesa parla dei diritti umani, non dimentica mai di fondarli in Dio, fonte e garanzia di ogni diritto. E nemmeno dimentica di radicarli nella legge naturale. La fonte dei diritti non è mai un consesso umano, per quanto autorevole sia. La differenza tra diritto e torto, tra vittima e carnefice, non può essere arbitraria. Il concetto di legge naturale è, quindi, di fondamentale importanza, come ha ricordato di recente Benedetto XVI. Bisogna, però, anche riconoscere che il concetto di natura umana ha bisogno di essere correttamente inteso. La natura non ha diritti. È la persona ad averli, in virtù dellapropria natura spirituale. Il termine natura non va, quindi, inteso in senso naturalistico: la natura dell'uomo non è una cosa, ma è una forma spirituale vivente, in cui il Creatore ha impresso il proprio volto».


Annachiara Valle
 
  
"Un atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite è la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo approvata in Assemblea generale il 10 dicembre 1948. Nel preambolo della stessa dichiarazione si proclama come un ideale da perseguirsi da tutti i popoli e da tutte le nazioni l'effettivo riconoscimento e rispetto di quei diritti e delle rispettive libertà".
Giovanni XXIII - Pacem in terris, 75
 

"Fu proprio la barbarie registrata nei confronti della dignità umana che portò l'Organizzazione delle Nazioni Unite a formulare, appena tre anni dopo la sua costituzione, quella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo che resta una delle più alte espressioni della coscienza umana nel nostro tempo. In Asia e in Africa, in America, in Oceania e in Europa, è a questa Dichiarazione che uomini e donne convinti e coraggiosi si sono richiamati per dare forza alle rivendicazioni di una più intensa partecipazione alla vita della società".

Giovanni Paolo II
Discorso all'Assemblea generale dell'Onu, 5 ottobre 1995
 

"La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo fu il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza. I diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano a ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà".

Benedetto XVI
Discorso all'Assemblea generale dell'Onu, 18 aprile 2008
 

"Quante volte devono volare le palle di cannone prima di essere proibite per sempre? Quante orecchie deve avere un uomo prima di poter sentire gli altri che piangono?"

Blowin' in the wind, Bob Dylan, 1962
 

"C'era una volta il gioco di un bambino. Voglio i nomi di chi ha mentito, di chi ha parlato di una guerra giusta, io non le lancio più le vostre sante bombe. Dico di sì al dialogo".

Il mio nome è mai più
Jovanotti, Ligabue e Pelù, 1999

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO

IL TESTO INTEGRALE ADOTTATO
IL 10 DICEMBRE 1948



ARTICOLO 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

ARTICOLO 2
A ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.

ARTICOLO 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona.

ARTICOLO 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

ARTICOLO 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti.

ARTICOLO 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

ARTICOLO 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto a una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

ARTICOLO 8
Ogni individuo ha diritto a un effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla Costituzione o dalla legge.

ARTICOLO 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

ARTICOLO 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, a una equa e pubblica udienza davanti a un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

ARTICOLO 11
Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto inter-no o secondo il diritto internazionale. Non potrà deI pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

ARTICOLO 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto a interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto a essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

ARTICOLO 13
Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.

ARTICOLO 14
Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni.
Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai princìpi delle Nazioni Unite.

ARTICOLO 15
Ogni individuo ha diritto a una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

ARTICOLO 16
Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato.

ARTICOLO 17
Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

ARTICOLO 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

ARTICOLO 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

ARTICOLO 20
Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
Nessuno può essere costretto a far parte di un associazione.

ARTICOLO 21
Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio Paese.
La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del Governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

ARTICOLO 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale e in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità.

ARTICOLO 23
Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.
Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto a eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha diritto a una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

ARTICOLO 24
Ogni individuo ha diritto al riposo e allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

ARTICOLO 25
Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

ARTICOLO 26
Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione dev essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare dev essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale dev essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore dev essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
L'istruzione dev'essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

ARTICOLO 27
Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefìci.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

ARTICOLO 28
Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

ARTICOLO 29
Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue li-bertà, ognuno dev essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i princìpi delle Nazioni Unite.

ARTICOLO 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati.



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