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quaresima

liturgia
             
Perché la Quaresima inizia col mercoledì delle Ceneri
                                       
               28/02/2017 La celebrazione di oggi nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza: costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del Giovedì Santo. In questo giorno la Chiesa prescrive il digiuno e l’astinenza dalle carni. Simbolicamente, le ceneri indicano la penitenza, richiamano la caducità della vita terrena e la necessità della conversione.

Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, il periodo che precede la Pasqua, ed è giorno di digiuno e astinenza dalle carni, astensione che la Chiesa richiede per tutti i venerdì dell’anno ma che negli ultimi decenni è stato ridotta ai soli venerdì di Quaresima. L’altro giorno di digiuno e astinenza è previsto il Venerdì Santo.  

«Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris», ovvero: «Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai». Queste parole compaiono in Genesi 3,19 allorché Dio, dopo il peccato originale, cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e alla morte: «Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!». Questa frase veniva recitata il giorno delle Ceneri quando il sacerdote imponeva le ceneri – ottenute bruciando i rami d’ulivo benedetti la domenica delle Palme dell’anno precedente – ai fedeli. Dopo la riforma liturgica, seguita al Concilio Vaticano II, la frase è stata mutata con la locuzione: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15) che esprime, oltre a quello penitenziale, l’aspetto positivo della Quaresima che è tempo di conversione, preghiera assidua e ritorno a Dio.                 

                                                                                       
                                    l'origine di questa celebrazione                                
                                                                                       
                                   La celebrazione delle Ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del Giovedì Santo. Dal punto di vista liturgico, le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma, avvertono i liturgisti, è opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

Il digiuno è importante per tutte le religioni: i musulmani celebrano il mese di Ramadan, gli ebrei il kippur e i cristiani la Quaresima.
               

NOSTRA GLORIA È LA CROCE DI CRISTO,
IN LEI LA VITTORIA;
IL SIGNORE È LA NOSTRA SALVEZZA,
LA VITA, LA RISURREZIONE.

Non c'è amore più grande
di chi dona la sua vita.
O Croce tu doni la vita
e splendi di gloria immortale.
O Albero della vita
che ti innalzi come un vessillo,
tu guidaci verso la meta,
o segno potente di grazia.
Tu insegni ogni sapienza
e confondi ogni stoltezza;
in te contempliamo l'amore,
da te riceviamo la vita.

La Quaresima.
È il periodo che precede la celebrazione della Pasqua, dura quaranta giorni, sono pratiche tipiche della quaresima il digiuno e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità. È un cammino di preparazione a celebrare la Pasqua che è il culmine delle festività cristiane.
Ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico.
Il significato della Quaresima
In realtà la Quaresima dura 44 giorni e va dal Mercoledì delle Ceneri al momento della Messa Vespertina (In Cena Domini) del Giovedì Santo.
Nelle zone in cui è in vigore il Rito Ambrosiano, invece, il periodo di Quaresima dura esattamente 40 giorni e va dalla domenica successiva al Martedì Grasso (con il protrarsi del Carnevale fino al Sabato della stessa settimana) al Giovedì Santo. Il significato della Quaresima, della quale non si hanno testimonianze sulla sua celebrazione prima del Concilio di Nicea del 325, vuole rafforzare la preghiera e il sentimento dei fedeli e ricordare le sofferenze e il sacrificio di Gesù verso l'uomo.
La Messa Vespertina del Giovedì Santo apre il periodo detto Triduo Pasquale che durerà dal Venerdì Santo al giorno di Pasqua.

SENSO E SCOPO DEL DIGIUNO QUARESIMALE

Il digiuno quaresimale ha certamente una dimensione fisica, oltre l'astinenza dal cibo, può comprendere altre forme, come la privazione del fumo, di alcuni divertimenti, della televisione,... Tutto questo però non è ancora la realtà del digiuno; è solo il segno esterno di una realtà interiore; è un rito che deve rivelare un contenuto salvifico, è il sacramento del santo digiuno. Il digiuno rituale della Quaresima:

• è segno del nostro vivere la Parola di Dio. Non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio, sull'esempio di Cristo, che disse: "Mio cibo è fare la volontà del Padre";

• è segno della nostra volontà di espiazione: "Non digiuniamo per la Pasqua, né per la croce, ma per i nostri peccati, ... " afferma san Giovanni Crisostomo;

• è segno della nostra astinenza dal peccato: come dice il vescovo sant'Agostino: "Il digiuno veramente grande, quello che impegna tutti gli uomini, è l'astinenza dalle iniquità, dai peccati e dai piaceri illeciti del mondo, ...".

In sintesi: la mortificazione del corpo è segno della conversione dello spirito.


INDICAZIONI PRATICHE DEL DIGIUNO E DELL’ASTINENZA


 il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo sono giorni di digiuno dal cibo e di astinenza dalla carne e dai cibi ricercati o costosi.
 i venerdì di Quaresima sono giorni di astinenza dalla carne e dai cibi ricercati o costosi.
 negli altri venerdì dell’anno, i fedeli possono sostituire l'astinenza dalla carne con altre opere di carattere penitenziale.
 al digiuno sono tenuti i fedeli dai diciotto anni compiuti ai sessanta incominciati; all'astinenza dalla carne i fedeli che hanno compiuto i quattordici anni.
 anche coloro che non sono tenuti all'osservanza del digiuno, i bambini e i ragazzi, vanno formati al genuino senso della penitenza cristiana.


Più ampie considerazioni nel documento "IL SENSO CRISTIANO DEL DIGIUNO E DELL'ASTINENZA" della Conferenza Episcopale Italiana, 4.10.1994


Messaggio di Benedetto XVI
per la Quaresima 2012

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«Prestiamo attenzione gli uni agli altri,
per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone»
(Eb 10,24)

Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita
cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio
e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. È un
percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di
vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto

dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella
carità e nelle opere buone» (10,24). È una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro
esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e
l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù
teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v.
22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante
ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per
sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di
preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v.
25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e
sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità
personale.
1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.

Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che
significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà.
Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo,
che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc
12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla
pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della
stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e
sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a
fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a
non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale
l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo,
mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la
voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci
chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate
da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande
comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una
responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in
molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo
infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così
come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo
di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità:
«Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro
accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i
popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli
aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del
bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è
«buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la
fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il
bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello
vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo
di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze
altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di
questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il
sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso
dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si
avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc
16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del
guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole
verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto
i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere
misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre
cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di
cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore
alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece
non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel
pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del
dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di
salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene
spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in
oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai
sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace
quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi
tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la
salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella
Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e
diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo
stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il
verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la
missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male
(cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale
quella di «ammonire i peccatori». È importante recuperare questa dimensione della carità
cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani
che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto
che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la
verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da
spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e
sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene
sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu
vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato
di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per
camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la
Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). È un grande servizio quindi
aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e
camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama
e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa
Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla
sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta
morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda
sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere
nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla
edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid.
15,2), senza cercare l’utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor
10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere
parte della vita della comunità cristiana.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione
che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi
appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui
un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli
altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una
dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la
comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si
rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si
dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre» (1 Cor 12,25), afferma San
Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione
l’elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in
questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni
cristiano può esprimere la sua partecipazione all’unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli
altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare
con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi
figli. Quando un cristiano scorge nell’altro l’azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e
dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella
santità.


Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata
universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più
grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L’attenzione
reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la
luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il
giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e
compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per
giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si
situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e
delle buone opere.
Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del
rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s).
Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano
divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I
maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e
sorelle, accogliamo l’invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana»
(GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza
della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani
esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta:
«gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e
di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel
servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo
santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido
all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione
Apostolica.
Dal Vaticano, 3 novembre 2011
BENEDETTO XVI

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