Vai ai contenuti

pastorale salute


LA PASTORALE DELLA SALUTE

Che cos’è?

Se con pastorale intendiamo l’azione multiforme della comunità cristiana dentro le concrete situazioni della vita, con pastorale della salute ci riferiamo alla presenza e all’azione della Chiesa per recare l’aiuto del Signore non solo ai malati, ma anche a quanti si prendono cura di loro. Non viene rivolta solo ai malati, ma anche ai sani, ispirando una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute (Cf. nota cei, La pastorale della salute nella chiesa italiana, 1989, n. 19).

A che cosa serve
?

La pastorale della salute, pur mantenendo la sua espressione privilegiata e forte accanto al malato e a chi se ne prende cura, è chiamata sempre più ad andare oltre determinati luoghi specifici e ad esprimere la sua caratteristica sanante attraverso un creativo agire multiforme che non solo incida sulla prevenzione delle malattie e sulla cura del malato, ma divenga promozione di una salute che, per essere veramente umana, non può che essere integrale. Il servizio ai malati e ai sofferenti è, per la Chiesa, parte integrante e irrinunciabile della sua missione ed è compito di chi lavora nella pastorale della salute rendere visibile questa realtà richiamando a tutta la comunità cristiana un doveroso impegno accanto al malato e nel complesso mondo sanitario. Si può parlare quindi di una pastorale della salute come di un agire della comunità cristiana nel mondo della salute, ma anche come di un agire sanante nel mondo di oggi, fragile e in cerca di guarigione. L’impegno nella pastorale della salute (nella quale l’attenzione è passata dalla cura dell’anima del malato ad un prendersi cura, in prospettiva salvifica, della salute integrale della persona) può aiutare la Chiesa tutta a riflettere sulla salute della pastorale, del suo andare ancora oggi al largo per (ri-)stabilire relazioni con le tante persone che, nei momenti fragili della vita, rischiano di perdersi e cercano qualcuno che accetti le provocazioni del loro domandare (Cf. sandrin l., Fragile vita, Edizioni Camilliane, Torino 2005).

Quali sono gli ambiti della pastorale della salute?


La pastorale della salute, avendo come campo d’intervento la vita, la malattia e la salute dell’uomo, deve farsi presente con la sua azione in molteplici ambiti:
• negli ospedali, nelle case di cura e nelle case di riposo, attraverso l’azione medica concreta, o quella spirituale e consolatoria, dei cappellani, dei religiosi e delle religiose, dei diaconi, degli operatori sanitari e dei volontari;
• nelle parrocchie, mediante un’adeguata assistenza spirituale ed un accompagnamento idoneo dei malati e delle loro famiglie, oltre che con la proposta di itinerari formativi, catechistici, e di evangelizzazione comunitaria sulle tematiche riguardanti il rispetto e la qualità della vita, la salute e l’educazione ad essa, la sofferenza e la morte;
• nelle facoltà teologiche esistenti nelle diocesi con corsi di teologia pastorale sanitaria;
• nelle facoltà di medicina, sostenendo la necessità di una formazione tecnica e di una formazione umana, adeguate ed integrate;
• nei luoghi deputati alla ricerca e alla programmazione, scientifica e sanitaria: valorizzando la vita umana e difendendola in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte, ogni qualvolta si affrontino i difficili problemi di etica e bioetica;
• nel mondo del lavoro, delle politiche ambientali e della prevenzione.
Questo percorso porterà ad una maturazione che consentirà il passaggio da una pastorale dei malati ad una pastorale della salute, da una pastorale sacramentale ad una pastorale di annuncio e di evangelizzazione, da una pastorale autonoma e isolata ad una pastorale ordinata e armonizzata, da una pastorale ospedaliera a una pastorale della comunità cristiana, da una pastorale di improvvisazione ad una pastorale di progetti e di formazione.

Quali contributi porta la pastorale della salute?


I contributi innovativi della pastorale della salute alla pastorale ordinaria della Chiesa includono:
• in primo luogo, l’integrazione della propria fragilità-debolezza come condizione per umanizzare l’incontro con il prossimo. Tradotta in termini pastorali, l’immagine del guaritore ferito è rappresentata da colui che si accosta al prossimo non con atteggiamenti di sicurezza e superiorità, ma nello spirito di umanità e sensibilità, maturato attraverso le proprie esperienze di vulnerabilità e sofferenza. Nella pastorale ordinaria della Chiesa, l’icona del guaritore ferito trova espressione nei comportamenti e gesti di coloro che sanno accogliere, evangelizzare e servire gli altri mantenendo, in creativo equilibrio, la consapevolezza dei propri doni con quella dei propri limiti e sapendo non solo riconoscere nel prossimo bisognoso le difficoltà, ma anche affermarne le potenzialità;
• il secondo stimolo innovativo che la pastorale della salute porta all’attenzione della Chiesa più vasta riguarda il ruolo della relazione di aiuto nel contesto dei rapporti interpersonali. Nella relazione di aiuto, l’operatore pastorale coltiva determinati atteggiamenti, quali l’ascolto, il rispetto la considerazione positiva dell’altro, oltre che determinate tecniche quali l’osservazione, l’immediatezza, il confronto e la sintesi per promuovere la crescita dell’interlocutore. Nella relazione di aiuto l’operatore non parte dalla sicurezza data da un ruolo, ma dall’incontro con l’altro, dall’ascolto della sua storia personale e dall’abilità nel sostenerlo e guidarlo a fronteggiare le sfide della vita con crescente autonomia;
• un altro apporto della pastorale della salute consiste nel curare l’approccio globale alle persone. Nel mondo sanitario c’è il rischio, da parte degli operatori, di rivolgere l’attenzione, quasi esclusivamente, al corpo del malato cercando di diagnosticarne i problemi e indicargli le terapie al fine di ristabilirne la salute. Spesso la persona è ridotta ad un organo malato e se ne perde l’integrità. L’approccio globale significa prestare attenzione a tutte le dimensioni dell’essere umano: corporea, psichica, emotiva, sociale, spirituale…
• Un ultimo apporto della pastorale della salute riguarda l’apertura all’orizzonte ecumenico. Oggi, le comunità cristiane e gli ospedali sono diventati microcosmi dell’umanità. Lo scenario sempre più interculturale, internazionale e interreligioso richiede lo sviluppo di una pastorale ecumenica che sia attenta ai diversi percorsi spirituali delle persone. Questa nuova dimensione è una sfida da vivere ogni giorno, soprattutto nei momenti critici dell’esistenza quali la sofferenza, la morte e il lutto. Il cristiano può farsi presente ai confratelli di altre confessioni per stimolare la carità e offrire quelle mediazioni umane e spirituali che l’interlocutore gradisce, specie lì dove gli mancassero i necessari supporti della propria tradizione (Cf. pangrazzi a., Pastorale della salute, in “Il Regno-attualità” 10 (1998).

Chi si occupa della pastorale della salute in diocesi?


L’UFFICIO diocesano per la pastorale della salute ha il compito specifico di studiare le linee pastorali diocesane nel campo della sanità e della salute, di sensibilizzare le comunità cristiane su tale tema, di coordinare le iniziative riguardanti la formazione e l’aggiornamento di quanti operano nel settore, di seguire lo studio dei progetti di legge in materia sanitaria. Il direttore dell’ufficio è il delegato diocesano per la pastorale della salute che è nominato dal vescovo. Egli è il responsabile dell’attuazione della pastorale della salute in ambito diocesano e ha il compito di coordinare tutte le attività e iniziative che ad essa possano o debbano essere riconosciute.

La CONSULTA diocesana per la pastorale della salute è presieduta e guidata dal delegato vescovile per la pastorale della salute, ed è composta da soggetti attivi nell’azione pastorale in ambito sanitario: parroci, cappellani ospedalieri, religiose, diaconi, associazioni, volontariato ed esperti. La consulta esercita la propria azione su più versanti: 1) la formazione di tutti gli operatori sanitari, con particolare attenzione a medici, infermieri e volontari; 2) la promozione di iniziative utili alla diffusione dell’informazione sui problemi della pastorale sanitaria, soprattutto attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione; 3) la collaborazione con enti e istituzioni operanti nel settore al fine di raccogliere e ordinare la documentazione sulle problematiche sanitarie.

Il CONSIGLIO diocesano dei rappresentanti vicariali si costituisce come punto di riferimento che consente una sinergia di comunione e di impegno tra l’ufficio diocesano, la consulta e le comunità parrocchiali della diocesi. Collabora attivamente con l’ufficio diocesano e con la consulta nella programmazione e nel coordinamento delle varie attività della pastorale della salute a livello diocesano e vicariale.     

La consolazione di chi entra nelle prove.

Possiamo affermare che la malattia viene a turbare proprio il mondo spirituale della persona. Anche se ogni persona reagisce in modo differente alla crisi della malattia, in ciascuna avviene una disarmonia della mente, del corpo e dello spirito, che può avvicinare o allontanare la persona stessa da un processo di crescita. Un esempio concreto ci viene espresso dalla classica domanda: «Perché proprio a me?».
È la domanda fondamentale che la persona si pone quando comincia a prendere coscienza della sua malattia.
La domanda non esprime semplicemente una curiosità sul corso degli eventi, ma anche una valutazione della natura e del valore degli eventi, dove non solo la causa è evidente, ma anche ove l’ingiustizia sembra eccessiva rispetto alla responsabilità del sofferente. Questo interrogativo indica il bisogno di:
• riconoscere se stessi o forse anche conoscersi profondamente per la prima volta;
• comprendere se stessi, di comprendere la propria situazione, di dare un senso alla propria vita, alla propria sofferenza;
• sapere dove si va, per dove si parte, attraverso quali momenti misteriosi e angoscianti dover passare;
• poter esprimere le proprie paure, la propria inquietudine, la propria disperazione, la propria speranza;
• essere considerata persona vivente.
La relazione, allora, non è semplicemente quello di offrire al sofferente un significato alle sue sofferenze, ma piuttosto di accompagnarlo in un cammino che partendo dalle sue domande, attraverso il dolore della crisi, lo conduca ad elaborare un “suo” significato, che può far integrare la sofferenza nel più ampio contesto della sua vita.
Ricerca del senso vuol dire riuscire a dare un significato che aiuti a valorizzare la sofferenza nell’ambito del rapporto con Dio. Il cammino incerto, lungo della sofferenza, caratterizzato da dubbi, da rifiuti, da momenti in cui segna il passo o si torna indietro, un tempo in cui le parole sembrano essere “vuote”, deve ricreare un rapporto, una relazione significativa.
È proprio in questo vuoto che Dio può essere di nuovo conosciuto; anzi l’apostolo Paolo ci insegna (anche se è difficile) che é proprio lo stato di debolezza il luogo della manifestazione della potenza di Dio. La relazione deve tendere, allora, alla ricostruzione della capacità di ascolto di Dio. Anzi, un tale ministero è la primaria testimonianza dell’ amore di Dio.
Sul volto di un uomo o di una donna, attraverso le sue parole il suo agire, finirà per trasparire qualcosa dell’amore di Dio, grande tenerezza e dolcezza, ma anche grande forza e fermezza.
È l’esempio di Gesù che diventa pedagogico per il nostro ministero: Gesù accetta di subire una sofferenza ingiusta, ma fa di questa uno strumento di salvezza per l’umanità. Infatti,come evidenzia la Salvifici Doloris, la risposta di Gesù al problema della sofferenza avviene secondo tre linee:
• dell’accostamento degli uomini in situazione di sofferenza, di interesse non superficiale, della condivisione, della presa a carico;
• dell’ammaestramento: poneva al centro le loro abitudini, indirizzate a uomini provati da svariate sofferenze nella vita temporale;
• dell’assunzione: Gesù ha fatto la prova del dolore in prima persona, l’ha sperimentato nel vivo della sua vicenda terrena; senza nessuna forma di privilegio, ne ha avvertito la durezza e la drammaticità, non ha chiesto di essere liberato, ma è stata una sua precisa scelta.
Accanto alle tre prospettive che si offrono alla persona sofferente, quali il sopportare la sofferenza, l’integrarla in una visione più ampia della vita, il liberarsene lottando per quanto possibile e cercando di rimuovere le cause, Gesù ci presenta la solidarietà della Croce, nella quale Lui si fa conoscere come Dio che ha sofferto con amore, partecipando come vero uomo al destino umano e condividendolo. Questo fa sì che il vivere cristianamente la sofferenza significhi l’elevazione del dolore nella condivisione di Dio, più che la sua depressione sotto una croce erroneamente intesa come giogo dell’esistenza umana.


Webmaster
Torna ai contenuti