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la famiglia

                                              Fisco e famiglia
Bonus anche a incapienti per detrazioni familiari

Eugenio  Fatigante
26 aprile 2014


Un piccolo, modestissimo riconoscimento per i familiari a carico spunta fuori nelle pieghe del decreto-legge sul bonus da 80 euro al mese, finalmente pubblicato giovedì sera in Gazzetta Ufficiale. Il testo definitivo conferma quasi tutte le anticipazioni della vigilia, a partire dall’esclusione per i lavoratori incapienti (cioè coloro che, guadagnando solo fino a 8mila euro lordi l’anno, hanno l’Irpef azzerata dalla detrazione da lavoro e quindi non pagano imposte), gli autonomi e per i pensionati.
Ma la novità è che il bonus scatterà comunque, in un caso specifico, anche per alcuni soggetti che non pagano l’Irpef. Questo accadrà per la precisione agli incapienti per "carichi familiari", a coloro cioè che si ritrovano in una situazione d’incapienza determinata non dall’applicazione dello sgravio per reddito di lavoro dipendente, ma dall’aggiunta di un’altra detrazione qualsiasi per i familiari a carico. Il testo specifica nella sostanza, con riferimento all’entità del reddito complessivo posseduto, che il credito spetta infatti anche a coloro che hanno comunque un’Irpef residua, che viene poi cancellata dallo sconto concesso per i carichi familiari.

Un esempio fa capire meglio: un lavoratore con un reddito da 11mila euro all’anno matura un’Irpef lorda (prodotta dall’aliquota più bassa, quella al 23%) di 2.530 euro. Una volta applicata la detrazione da lavoro, questo dipendente paga - se single - un’imposta di 785,30 euro e, quindi, non è incapiente (la sua imposta lorda supera infatti la detrazione) e quindi riceverà il bonus varato da Renzi. Gli 80 euro arriveranno, però, anche a un altro dipendente che, pur avendo lo stesso reddito di 11mila euro, non paga poi l’Irpef perché i suoi "teorici" 785,30 euro vengono azzerati dallo sconto concesso per il coniuge o un familiare a carico. Anche costoro avranno diritto al bonus erogato dal governo. È una buona notizia che riguarderà diverse persone: infatti, con il coniuge e 2 figli a carico, l’Irpef oggi rimane a zero anche fino ai 16mila euro di reddito. Si tratta di una novità che scatta anche per via del fatto che, tecnicamente, il bonus si configura alla fine come un "credito" a se stante in busta-paga, di fatto scollegato dall’Irpef pagata da ogni lavoratore.

Tant’è che l’intenzione del governo, come ha confermato qualche giorno fa Matteo Renzi, è che dal 2015 - quando il provvedimento dovrebbe divenire strutturale - dovrebbe avvenire sotto forma di riduzione dei contributi sociali, e non come una norma fiscale.
Un’altra precisazione del testo è che destinatari del bonus sono anche i percettori di redditi "assimilati", con l’esclusione però dei compensi per l’attività libero professionale intramuraria del personale dipendente del Servizio sanitario nazionale, e anche di indennità, gettoni di presenza e altri compensi corrisposti da Stato, Regioni, Province e Comuni per l’esercizio di pubbliche funzioni, oltre alle indennità dei membri del Parlamento europeo. Un ultimo chiarimento riguarda i contratti part time. Sempre sul piano tecnico, malgrado il riferimento al reddito sia su base annua, l’erogazione del bonus avviene però mensilmente. Questo avrebbe potuto comportare dei problemi per i titolari di più rapporti a tempo parziale, i lavoratori intermittenti e i collaboratori coordinati e continuativi, ma il governo punta a far scattare il beneficio intero anche per loro.
© riproduzione riservata


La guida (05 dicembre 2008)
Il Bonus famiglie si richiede al sostituto
a cura dell'Ufficio studi Caf Acli

Requisiti

Per il solo anno 2009
è attribuito un bonus straordinario ai soggetti residenti in Italia componenti di un nucleo familiare a basso reddito (di seguito specificato) comprensivo, relativamente all’anno 2008,

esclusivamente dei seguenti redditi previsti dal TUIR:


di lavoro dipendente (art.49, co.1);
di pensione (art.49, co.2);
percepiti dai lavoratori soci delle cooperative di produzione e lavoro (art.50, co.1 lett. a);
di co.co.pro./co. (art.50, co.1 lett. c-bis);  
da remunerazione dei sacerdoti (art.50, co.1 lett. d);
per lavori socialmente utili (art.50, co.1 lett. l);
da assegni periodici corrisposti al coniuge (art.50, co.1 lett. i);
derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente (art.67, co.1 lett. i);
derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente, qualora percepiti dai soggetti a carico del richiedente ovvero dal coniuge non a carico (art.67, co.1 lett. l);
fondiari, esclusivamente in coacervo con i redditi indicati ai numeri precedenti, per un ammontare non superiore a euro 2.500 (art.25).
Nel computo del numero dei componenti del nucleo familiare si assumono:

il richiedente;

il coniuge non legalmente ed effettivamente separato anche se non a carico;
i figli e gli altri familiari di cui all’art.12 del TUIR a carico.
Nel computo del reddito complessivo familiare si assume il reddito complessivo di cui all’art.8 del TUIR, con riferimento a ciascun componente del nucleo familiare. Il bonus straordinario è attribuito per gli importi di seguito indicati, in dipendenza del numero di componenti del nucleo familiare, degli eventuali componenti portatori di handicap e del reddito complessivo familiare riferiti al periodo d’imposta 2007 per il quale sussistano i requisiti di cui al co.1 (cioè solo le tipologie di redditi sopra specificate), salvo, in alternativa, la facoltà prevista al co.12 (il bonus può essere richiesto, in dipendenza del numero di componenti del nucleo familiare e del reddito complessivo familiare riferiti al periodo d’imposta 2008 anziché al periodo d’imposta 2007):

euro 200 nei confronti dei soggetti titolari di reddito di pensione e unici componenti del nucleo familiare, qualora il reddito complessivo non sia superiore a euro 15.000;
euro 300 per il nucleo familiare di 2 componenti, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore a euro 17.000;
euro 450 per il nucleo familiare di 3 componenti, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore a euro 17.000;
euro 500 per il nucleo familiare di 4 componenti, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore a euro 20.000;
euro 600 per il nucleo familiare di 5 componenti, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore a euro 20.000;
euro 1.000 per il nucleo familiare di oltre 5 componenti, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore a euro 22.000;
euro 1.000 per il nucleo familiare con componenti portatori di handicap per i quali ricorrano le condizioni previste dall’art.12, co.1 del TUIR, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore a euro 35.000.
Il bonus straordinario è attribuito ad un solo componente del nucleo familiare e non costituisce reddito né ai fini fiscali né ai fini previdenziali e assistenziali, ivi inclusa la Social Card.

Come ottenerlo

Il bonus straordinario è erogato dai sostituti d’imposta (artt. 23 e 29 del DPR n.600/73), presso i quali i soggetti beneficiari di cui ai precedenti numeri da 1 a 7 prestano l’attività lavorativa ovvero sono titolari di trattamento pensionistico o di altri trattamenti, sulla base dei dati risultanti da apposita richiesta prodotta dai soggetti interessati.

Nella domanda il richiedente autocertifica, ai sensi dell’art.47 del DPR n.445/2000, i seguenti elementi informativi:

il coniuge non a carico e il relativo codice fiscale;
i figli e gli altri familiari a carico, indicando i relativi codici fiscali e la relazione di parentela;
di essere in possesso dei requisiti previsti ai commi 1 (tipologia di reddito) e 3 (numero componenti del nucleo familiare, eventuali componenti portatori di handicap e reddito complessivo familiare) in relazione al reddito complessivo familiare di cui al co.2 lett. b) (reddito complessivo di cui all’art.8 del TUIR), con indicazione del relativo periodo d’imposta (2007 o 2008).
Modalità operative nel caso in cui il numero di componenti del nucleo familiare, gli eventuali componenti portatori di handicap e il reddito complessivo familiare siano riferiti al periodo d’imposta 2007

La richiesta è presentata entro il 31 gennaio 2009 utilizzando l’apposito modello che sarà approvato dall’Agenzia delle Entrate entro 10 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto (ovvero entro il 9 dicembre 2008). La richiesta può essere effettuata anche mediante gli intermediari abilitati (CAF), ai quali non spetta alcun compenso.
I sostituti d’imposta erogano il bonus entro il mese di febbraio 2009 e gli enti pensionistici erogano il bonus entro il mese di marzo 2009.

I sostituti d’imposta erogano il bonus, secondo l’ordine di presentazione delle richieste, nei limiti del monte ritenute e contributi disponibili nel mese di febbraio 2009. Le amministrazioni pubbliche e gli enti pensionistici erogano il bonus, secondo l’ordine di presentazione delle richieste, nei limiti del monte delle ritenute disponibile.

I sostituti d’imposta devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate, entro il 30 aprile 2009, in via telematica, anche mediante gli intermediari abilitati (CAF), le richieste ricevute.
In tutti i casi in cui il bonus non è erogato dai sostituti d’imposta, la richiesta può essere presentata telematicamente all’Agenzia delle Entrate, entro il 31 marzo 2009, anche mediante gli intermediari abilitati (CAF), ai quali non spetta alcun compenso, indicando le modalità prescelte per l’erogazione dell’importo.

Modalità operative nel caso in cui il numero di componenti del nucleo familiare e il reddito complessivo familiare siano riferiti alperiodo d’imposta 2008

La richiesta ai sostituti d’imposta e agli enti pensionistici deve essere prodotta entro il 31 marzo 2009 utilizzando l’apposito modello che sarà approvato dall’Agenzia delle Entrate entro 10 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto (ovvero entro il 9 dicembre 2008).

I sostituti d’imposta erogano il bonus entro il mese di aprile 2009 e gli enti pensionistici erogano il bonus entro il mese di maggio 2009. I sostituti d’imposta erogano il bonus, secondo l’ordine di presentazione delle richieste, nei limiti del monte ritenute e contributi disponibili nel mese di aprile 2009; le amministrazioni pubbliche e gli enti pensionistici erogano il bonus, secondo l’ordine di presentazione delle richieste, nei limiti del monte delle ritenute disponibile. I sostituti d’imposta devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate, entro il 30 giugno 2009, in via telematica, anche mediante gli intermediari abilitati (CAF), le richieste ricevute.

In tutti i casi in cui il bonus non è erogato dai sostituti d’imposta, la richiesta può essere presentata:

entro il 30 giugno 2009 da parte dei soggetti esonerati dall’obbligo della presentazione della dichiarazione, telematicamente all’Agenzia delle Entrate, anche mediante gli intermediari abilitati (CAF), ai quali non spetta alcun compenso, indicando le modalità prescelte per l’erogazione dell’importo;
con la dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta 2008.
L’Agenzia delle Entrate eroga il bonus con le modalità previste dal D.M. 29/12/2000.

I soggetti che hanno percepito il bonus non spettante, in tutto o in parte, sono tenuti ad effettuare la restituzione entro il termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi successiva alla erogazione. I soggetti esonerati dall’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi devono effettuare la restituzione del bonus non spettante, in tutto o in parte, mediante versamento con il modello F24 entro i medesimi termini. I sostituti d’imposta e gli intermediari abilitati (CAF) sono tenuti a conservare per 3 anni le autocertificazioni ricevute dai richiedenti, da esibire a richiesta dell’Amministrazione finanziaria.



tratto da:

La guida (14 novembre 2008)
Conoscere i propri diritti per scegliere la vita
Eraldo Ciangherotti (in collaborazione con Alessandro Geddo)

La donna lavoratrice che si trovi ad affrontare una gravidanza ha bisogno di informazioni precise e sicure su quale sarà il suo futuro lavorativo. Nasce da questa sentita esigenza l’idea di costituire un «prontuario per la mamma che lavora», un vademecum che la informi e la rassicuri sul suo futuro lavorativo, uno strumento di facile comprensione che guidi la madre nell’universo delle leggi a tutela della maternità.

Le donne che si trovano a vivere una gravidanza inattesa o in condizioni disagiate, infatti, sono spesso lasciate sole. E quando si avvertono come irrisolvibili alcuni problemi, queste donne possono essere assalite da tante paure, compresa quella di perdere il lavoro.
Al Centro di Aiuto alla Vita ingauno, di Albenga, sin dalla sua fondazione quattro anni fa, lavora un’equipe costituita da volontari e psicologi che quotidianamente è impegnata sul fronte della tutela sociale della maternità. Già dal primo colloquio vengono fornite dai nostri volontari informazioni certe, sicure.

Risposte concrete per realizzare quel progetto personalissimo, a sostegno della mamma e del bambino. Perché se si vuole aiutare la donna a non abortire, oltre allo scambio di esperienze personali e di emozioni in un clima di accoglienza e reciproco ascolto, è necessario anche avere a disposizione strumenti concreti, in termini economici e di informazione.

Perciò abbiamo elaborato questo «Vademecum per la mamma che lavora» che qui presentiamo, riassumendo le disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, così come disegnate dall’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n° 53 .

Un prontuario, in 5 tabelle, per spiegare la tutela normativa della maternità, in un arco di tempo che decorre dall’inizio della gravidanza sino al compimento degli otto anni di vita del bambino. Alcuni benefici riguardano soltanto la lavoratrice madre, in quanto collegati propriamente all’evento naturale della maternità, mentre altri sono diretti ad entrambi i genitori, al fine di ampliare le possibilità di cura del bambino.

L’effettiva tutela sociale della maternità parte dalla conoscenza di tutti i diritti: l’astensione obbligatoria dal lavoro della lavoratrice o congedo di maternità, il congedo di paternità, l’astensione facoltativa dal lavoro o congedo parentale, i permessi per controlli prenatali della lavoratrice gestante, i permessi per allattamento o riposi giornalieri e i congedi per malattia del figlio.

Fornire chiaramente le informazioni sulla legge vigente è fondamentale per rendere consapevoli le donne dei propri diritti e cercare di fugare il timore di perdere il lavoro. È questa infatti una delle paure più grandi che contribuisce a spingere tante donne verso l’aborto. E invece – al di là dei casi di discriminazione, che pure la cronaca registra da contrastare e sanzionare – occorre essere consapevoli che la donna lavoratrice, nel nostro Paese, è tutelata da norme valide. Il cui rispetto può e deve essere esigito. È anche fornendo alla futura madre tutti gli strumenti necessari che si può consentire una serena pianificazione della gravidanza e del proprio futuro lavorativo.




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Astensione obbligatoria
La lavoratrice ha l’obbligo di astenersi dal lavoro e il datore di lavoro ha il divieto di adibirla ad attività lavorative. In generale tale periodo intercorre tra:

-  i due mesi precedenti la data presunta del parto (a cui si aggiunge eventualmente il periodo tra la data presunta e quella effettiva)

- i tre mesi successivi al parto

In caso di parto prematuro, i giorni di astensione precedenti il parto non goduti si sommano al periodo ad esso successivo.
L’interruzione della gravidanza (spontanea o terapeutica) avvenuta entro il 180° giorno di gestazione, è considerata a tutti gli effetti come malattia, dopo il 180° giorno di gestazione è considerata come parto e pertanto dà diritto all’astensione obbligatoria successiva al parto e relativo trattamento.

Ferma restando la durata complessiva dell’astensione obbligatoria (5 mesi) la lavoratrice può scegliere di posticipare il periodo, assentandosi dal mese precedente la data presunta del parto ai quattro mesi successivi (cosidetta flessibilità), presentando domanda al datore di lavoro e all’Inps (a condizione che il medico specialista del Ssn o con esso convenzionato, attesti che tale scelta non arreca pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.

L’astensione obbligatoria può essere anticipata previo accertamento medico, per il periodo fissato dalla Dpl:

1) su istanza della lavoratrice per gravi complicazioni della gravidanza.

2) A seguito di richiesta della lavoratrice, del datore di lavoro o per iniziativa della Dpl, quando le condizioni di lavoro o ambientali siano pregiudizievoli alla salute della donna e del nascituro e quando sia impossibile adibire la lavoratrice ad altre mansioni.

L’astensione obbligatoria può essere infine prorogata sino a sette mesi dopo il parto, quando la lavoratrice addetta a lavori pericolosi, faticosi e insalubri, non possa essere adibita ad altre mansioni.

Trattamento economico
Condizione essenziale per poter usufruire dell’indennità è che all’inizio del periodo di astensione sussista un valido rapporto di lavoro, non essendo necessari requisiti di tipo contributivo o assicurativo. Se il rapporto di lavoro è sospeso (per sciopero, aspettativa) non devono essere trascorsi più di sessanta giorni. Viene riconosciuta anche nel caso in cui il rapporto sia cessato per scadenza naturale del termine del contratto a tempo determinato o per licenziamento per cessazione attività, oppure se la lavoratrice percepisce disoccupazione e non siano decorsi più di sessanta giorni.

L’indennità corrisposta dall’Inps è pari all’80% della retribuzione media giornaliera (che si calcola come per la malattia) percepita nel periodo di paga mensile immediatamente precedente a quello nel corso del quale ha avuto inizio l’astensione. Vengono indennizzate tutte le giornate, tranne:

- per gli operai le festività cadenti nei periodi maternità (a carico del datore di lavoro) e le domeniche

- per gli impiegati le festività coincidenti con le domeniche
Il datore di lavoro, oltre ad anticipare l’indennità Inps, deve sostenere l’onere della retribuzione:

- per tutte le festività del periodo nel caso di operai e per le festività cadenti in domenica per gli impiegati

- per l’eventuale integrazione posta a suo carico dai Ccnl, in particolare per il periodo di astensione obbligatoria
La tredicesima mensilità matura.

Congedo di paternità
Il diritto all’astensione obbligatoria, di cui è naturale destinataria la madre, si estende al padre lavoratore che ne beneficia in alternativa alla madre per tutta la durata spettante a quest’ultima o per la parte residua che le sarebbe spettata soltanto nelle seguenti ipotesi: morte o grave infermità della madre, abbandono del bambino da parte della madre, affidamento del bambino al padre in via esclusiva.

Astensione facoltativa
Oltre il periodo di astensione obbligatoria (o congedo di paternità) i genitori hanno la facoltà di assentarsi dal lavoro per un ulteriore periodo, che in alcuni casi viene retribuito in misura sostanzialmente ridotta, mentre in altri si configura come assenza non retribuita.

Permessi

Visite mediche
Le lavoratrici gestanti hanno diritto a permessi retribuiti dal datore di lavoro per l’effettuazione di esami prenatali, accertamenti clinici, visite mediche specialistiche, nel caso in cui queste debbano essere eseguiti durante l’orario di lavoro.

Riposi giornalieri
Durante il primo anno di vita del bambino la lavoratrice madre ha diritto a periodo di riposi giornalieri retribuiti (ore di allattamento), con la possibilità di uscire dall’azienda. Le ore di permesso sono considerate lavorative a tutti gli effetti. I permessi hanno la seguente durata: due ore anche cumulabili, quando l’orario giornaliero sia pari o superiore alle sei ore, un’ora se l’orario giornaliero è inferiore a sei ore.
Il diritto ai riposi è riconosciuto anche al padre lavoratore qualora il figlio sia affidato a lui soltanto, oppure in alternativa alla madre lavoratrice che non se ne avvalga per scelta o perché appartenente a categoria non avente diritto (lavoratrice domestica e a domicilio) e in caso di morte o grave infermità della madre.

Trattamento economico
Le ore di riposo giornaliero vengono totalmente indennizzate dall’Inps. La quota oraria deve essere maggiorata con i ratei delle mensilità aggiuntive. I ratei così già indennizzati dovranno essere decurtati dalle mensilità aggiuntive al momento del pagamento (a differenza di quanto accade invece con l’astensione obbligatoria integrata dal datore di lavoro, perché quest’ultimo integrando al 100%, recupera i ratei inseriti nella indennità Inps).


Malattia del bambino

Entrambi i genitori, in alternativa tra loro e indipendentemente dal fatto che l’altro abbia un suo autonomo diritto, possono fruire di permessi non retribuiti per le malattie di ciascun figlio. Essi possono assentarsi dal lavoro:

- per tutta la durata della malattia, fino al compimento dei tre anni di vita

- nel limite di cinque giorni lavorativi all’anno per ciascun genitore, per figli di età compresa tra i tre e gli otto anni.



11 febbraio 2008
XVI Giornata Mondiale del Malato

Presentazione
La celebrazione della Giornata Mondiale del Malato nelle diocesi e nelle comunità cristiane è l’occasione per riflettere sulle trasformazioni in atto nella nostra società e sul nostro modo di vivere la fede e annunciare il Vangelo.
Una buona prassi pastorale si nutre della capacità di ascoltare e comprendere i contesti vitali e i linguaggi delle persone a cui si rivolge l’annuncio.
Da tale punto di vista, la famiglia dell’ammalato riveste un ruolo particolare e richiede una speciale attenzione pastorale. Essendo così vicina e legata all’ammalato, infatti, la famiglia è investita in maniera diretta delle conseguenze affettive e assistenziali della malattia di un suo membro. Dal canto suo, la famiglia attraversa, nella nostra società, una crisi senza precedenti e manifesta una fragilità strutturale che la rende spesso incapace di reagire alle tante difficoltà della vita. La realtà della malattia può costituire per la famiglia un carico troppo pesante, se non viene sostenuta e tutelatacome il primo e più naturale luogo di cura.
Alla luce di queste considerazioni, la Consulta Nazionale della Pastorale della Sanità ha indicato come tema “La famiglia nella realtà della malattia” per la riflessione della Chiesa italiana nella XVI Giornata Mondiale del Malato.
La riflessione sulla famiglia nella realtà della malattia offre l’opportunità diconsiderare una serie di aspetti significativi nella cura pastorale dei malati.
Penso, in particolare, alle famiglie con ammalati di particolare gravità, quali quelli oncologici, i disabili cronici o i malati mentali; penso all’importanza di politiche per la famiglia che siano di supporto alle situazioni di fragilità; penso ancora al grande rilievo della presenza femminile nei ruoli di cura; penso, infine, alla necessità per le comunità cristiane e la società civile di una maturazione culturale che sappia pensare anche la realtà della malattia a partire dall’uomo e dalle sue relazioni fondamentali.
Il Santo Padre, ferma restando la ricorrenza annuale della Giornata, ha disposto che la sua celebrazione più solenne abbia luogo ogni tre anni, sia per conformarsi ad altre Giornate Mondiali, come quelle della Gioventù e della Famiglia, che per consentirne una più accurata preparazione.
Il cammino di preparazione alla giornata, inoltre, si è arricchito dal dono della nuova enciclica “Spe Salvi” di Benedetto XVI e dai suoi illuminanti passaggi sulla sofferenza come luogo di apprendimento della speranza.
Questa circostanza, unita alla ricorrenza del 150° anniversario della primaapparizione della Vergine Maria a Lourdes, ci sollecita a guardare alle realtà semplici e ai luoghi della sofferenza e della miseria come quelli in cui si rivela il mistero di Dio.
A tutti voglio augurare che la celebrazione della prossima Giornata Mondiale del Malato costituisca l’occasione di un rinnovato incontro con Cristo nostra speranza, presente nei nostri fratelli ammalati e nelle loro famiglie, e di una grande crescita nell’evangelizzazione e nella testimonianza del Dio Amore al mondo della sanità.
don Andrea Manto
Direttore Ufficio Nazionale CEI
per la Pastorale della Sanità

Introduzione
Il tempo che stiamo vivendo è caratterizzato da una rapida trasformazione della società. Anche il concetto di salute e la realtà della malattia vengono, in siffatto contesto, percepiti in una maniera diversa dal passato. Categorie quali autonomia, benessere, qualità della vita rischiano di diventare prevalenti rispetto al valore della vita stessa e quindi l’ammalato vede aggiungersi, alla sofferenza generata dalla malattia, la frustrazione che viene dell’impotenza dalla solitudine, dall’apparente non senso della sua condizione. La dolorosa realtà della malattia viene ad essere appesantita da queste connotazioni, come anche dalla difficoltà di accesso ai servizi di cura, a causa della crisi economica e organizzativa in cui versano le strutture assistenziali.
La famiglia, come realtà più vicina, sia dal punto di vista affettivo-relazionale,sia da quelloassistenziale,subisce tutti i contraccolpi di questesituazioni, caricandosi di fardelli assai onerosi, economicamente, assistenzialmente e psicologicamente. Il mondo sanitario attuale ha più volte apertograndi interrogativi circa la malattia, il dolore, le terapie ma, spesso sembra dimenticare che ogni evento umano si svolge in un contesto di condivisione e di relazionalità.
Considerare la famiglia di fronte alla realtà della malattia significa imparare a guardare ad un orizzonte più ampio che può scardinare quel progetto autonomo di salute e salvezza che acuisce notevolmente il dramma dell’uomomoderno davanti al dolore.
Il cammino della famiglia nel tempo della malattia richiede condivisione e sostegno da parte della comunità cristiana, perché la famiglia rimane segno altissimo della comunione tra gli uomini.
Le storie di amore e di comunione che tante famiglie scrivono nel tempo della malattia, il servizio delle comunità cristiane, la sensibilità femminile nei ruoli di cura sono da considerare scuola privilegiata dell’“I care”, di un prendersi cura che nasca dall’ascolto, dalla condivisione e dalla tenerezza e che sappia restituire ai vissuti di sofferenza la loro altissima dignità.

L’intento, partendo dall’attenzione alle persone nel contesto relazionale familiare e promuovendo una pastorale integrata, è quello di annunciare la speranza di Cristo Crocifisso e Risorto, specialmente a quelle famiglie che
di fronte alla malattia si sentono sole e non aiutate.

Una Pietà con il volto di ogni uomo: commento all’immagine di copertina

L’immagine della Pietà rappresenta per eccellenza nell’iconografia cristiana il dolore e la cura. Lungi dall’essere solamente la raffigurazione straziante di una Madre che abbraccia il cadavere del proprio Figlio innocente, atrocemente torturato e ucciso, la Pietà sintetizza ciò che ogni uomo porta nelcuore di fronte alla malattia: il dolore, il bisogno di cura e dell’affettomaterno, il desiderio di speranza.
In questa Pietà dipinta da Vincent Van Gogh nel 1890, pochi mesi prima di suicidarsi, le figure della Madre e del Figlio presentano delle caratteristiche molto particolari. I volti sono comuni e senza particolari sottolineature, rappresentando idealmente il volto di ogni essere umano che soffre e ha fame di speranza; le braccia di Maria non sorreggono Gesù, ma sono tese in un gesto che chiede e insieme accoglie; il corpo di Gesù, pur martoriato, apparecome addormentato col capo reclinato sul seno della madre. Sono figure imprigionate dal dolore e nello stesso tempo rese libere dalla fiducia in un Dio che non delude. Contemplando i volti di Gesù, il Crocifisso Risorto, e di Maria, la Madre che sta sotto la croce, emergono in ciascuno di noi le domande più profonde sul senso di ogni vicenda umana, sulla violenza del male e sulla sofferenza inevitabile di chi ama, sui legami familiari e sull’elemento femminile e materno nella cura. Anche il gioco di contrasti, quello presente nei colori del cielo tra la tonalità plumbea a sinistra e il punto di fuga all’orizzonte che appare invece chiaro e luminoso, così come quello tra le vesti scure di Maria e quelle bianchissime di Gesù, raffigura simbolicamente un tempo di sofferenza trasfigurato dalla speranza in Colui che assicura di essere con noi “tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
Il mistero della croce, dunque, sembra essere riletto alla luce della risurrezione.
Il contenuto simbolico del dipinto, che abbiamo scelto come manifesto e come copertina per il sussidio della Giornata Mondiale del Malato, è ancora più forte se pensiamo che Van Gogh era egli stesso un malato psichico e ha dipinto questo capolavoro dopo una crisi di autolesionismo.
È auspicabile che, soprattutto nella pastorale sanitaria, si utilizzino largamente l’arte e i simboli per far emergere in tutti, ammalati e curanti, la ricerca e il desiderio di speranza dell’uomo che attende in Cristo il suo definitivo compimento.

1. La famiglia di fronte alla realtà della malattia

L’universo della malattia assume contorni e caratterizzazioni estremamente diversificati; abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione su alcune situazioni paradigmatiche, dalle quali emerge fortemente il legame tra famiglia e malattia. Esse consentono di evidenziare aspetti fondamentali di tale legame, senza la pretesa di abbracciare l’intero spazio di parole, simboli e gesti nei quali si declina la relazione umana traammalati, famiglie, operatori socio-sanitari.

La malattia oncologica

La diagnosi di cancro rappresenta un evento drammatico non solo per l’ammalato, ma anche per la sua famiglia, che spesso attraversa psicologicamente le stesse fasi vissute da lui (shock, negazione, disperazione, collera, rielaborazione, accettazione). La difficoltà nella comunicazione con il malato è uno degli aspetti che più negativamente incide sul nucleo familiare, che invece ha bisogno di un punto di riferimento preciso, competente edisponibile che lo affianchi e lo sostenga nel rispetto delle sue specifichedinamiche.

La malattia psichica

Oggi sempre di più all’origine di nuove forme di malessere mentale si riconosce l’incidenza negativa della crisi dei valori morali, l’impatto dei massmedia e anche la solitudine, causa scatenante di disagio o di aggravamento delle patologie. In molti casi le possibilità farmacologiche e terapeutiche sono limitate, ma non dovranno mai venir meno le opportunità della relazione: una relazionalità aperta e non rigida, potrà già essere segno sanante per il malato e per il suo contesto familiare. Creare un ambiente sereno intorno all’ammalato, evitare che le relazioni familiari influiscano negativamente sulla sua psiche, incoraggiarlo dandogli fiducia in situazioni controllate sono interventi che vanno presi in considerazione e sono efficaci anche in chiave riabilitativa.

La disabilità

Le famiglie che si prendono cura di persone disabili affrontano continuamente momenti faticosi. Oggi le disabilità degli anziani sono in continuoaumento, sono aggravate dalla solitudine della vedovanza e dalla distanzdei figli che lavorano e costituiscono una delle nuove povertà più emblematiche. Aiutare una famiglia che vive l’esperienza della disabilità significa anche educare alla prevenzione ed evitare di accentuare le parole di compassione e le scelte che incoraggiano atteggiamenti di dipendenza.
La ricchezza di umanità e i legami di solidarietà presenti in tante famiglie con disabili e intorno ad esse, costituiscono un vero capitale sociale.

Il dopo di noi

Il cosiddetto “dopo di noi” diventa un’emergenza in famiglie con persone disabili, quando le figure genitoriali iniziano ad invecchiare. Questo problemanon va affrontato in solitudine, ma richiede la partecipazione della comunità cristiana e di quella civile perché i disabili hanno diritto ad una vita dignitosa non solo mentre sono tutelati dai genitori. È sempre più necessaria una progettualità che porti questo settore della cura a un buon livello di organizzazione. Il “dopo di noi” si deve preparare nel “durante noi”, con il contributo di tutti, per dare ai genitori la serenità di sapere che i loro figli disabili saranno affidati a chi se ne prende cura con rispetto ed
amore.



La morte e il lutto



Il tempo della morte e del lutto è legato sempre alla considerazione personale di vissuti affettivi e di questioni irrisolte che aggravano la già difficile situazione emotiva. Imparare ad accettare la realtà della morte è il primo passo per un autentico cammino spirituale e pedagogico, che insegni ad amare e gustare la vita e a prendere sul serio le proprie scelte e le proprie responsabilità. Educarsi a vivere la transitorietà delle cose, la fragilità
del corpo e la realtà dei nostri e altrui limiti, porta con sé una crescita nella libertà e nella serenità e apre i cuori alla misericordia e alla speranza di un compimento. In questo senso il lutto, anziché un tempo di
disperazione che porta le famiglie a rifugiarsi in surrogati sociali o pseudo- religiosi, può rivelarsi un tempo propizio, con possibilità di crescitaumana e spirituale.



2. Sanità a misura della famiglia?



In molte famiglie il dramma del confronto quotidiano con la dura realtà della malattia si svolge nell’indifferenza generale. Un carico ulteriore di sofferenza è causato dalla difficoltà di accedere alle cure e alle prestazioni dei servizi sanitari e da una carente attenzione ai bisogni profondi dell’ammalato e dei suoi familiari. E’ opportuno allora sottolineare le responsabilità che i curanti hanno nei confronti degli ammalati e delle loro famiglie.



Le istituzioni sanitarie tengono conto della famiglia?



Troppo spesso non si pensa al malato come a una persona inserita in un contesto di relazioni personali che sono una risorsa preziosa per la sua cura. L’introduzione on ha innescato alcun vero mutamento culturale nell’umanizzazione della cura, né ha portato a considerare nella cura della persona strategie, parametri o risorse
che vadano a integrare quelli tecnico-scientifici ed economici. La tradizione cristiana incentrata sul binomio sussidiarietà-solidarietà e sulla famiglia può ispirare soluzioni nuove per evitare sia l’assistenzialismo utopico (garantire tutto a tutti), sia la chiusura in un tecnicismo sanitario, burocratico ed economico.



Dal risolvere i problemi all’ospitare la malattia dell’altro



Un approccio di cura olistico chiede soprattutto che si eserciti l’ospitalità, cioè si applichi il significato profondo del termine ospedale. Ospitalità come luogo di cura, come attenzione a chi soffre, come accettazione e considerazione dello stato di colui che è prossimo. Occorre, inoltre, considerare l’importanza
per l’ammalato di poter rimanere, quanto più possibile, tra le mura domestiche. A tal fine è indispensabile aumentare l’offerta di prestazioni di assistenza domiciliare, che costituiscono un significativo avanzamento
verso l’umanizzazione della cura.



Professione per il malato e vocazione per il malato



L’atteggiamento di coloro che operano in campo sanitario dovrebbe coniugare professione e vocazione. È questo un traguardo non facile da conseguire, che chiede un impegno da parte di tutti. Basti pensare, ad esempio, al dovere per i curanti di spiegare al paziente con chiarezza e semplicità diagnosi, terapia e prognosi, e di informarlo sulla verità del suo stato. Ciò vale per medici e gli operatori sanitari ma anche per gli operatori pastorali,“chiamati a crescere non solo a livello del sapere, ma anche a quelli del saper
essere e del saper fare. Ne deriva che, nel processo formativo, spiritualità e professionalità vanno perseguiti con uguale attenzione e intensità”1.



3. La famiglia luogo di cura e di costruzione di speranza



La famiglia subisce l’impatto della malattia e della disabilità, ne viene segnata e trasformata, e spesso, purtroppo, anche indebolita nei suoi equilibri.
Essa è tanto più vulnerabile e risente di questo impatto quanto più è lasciata sola e non trova orizzonti di senso e di speranza. Per spendersi nella fatica della cura la famiglia deve, perciò, essere aiutata a trasformarsi in luogo di produzione di senso e di costruzione di speranza.



Sentire il dolore dell’altro



Accanto al malato è necessario educarsi a sentire la sofferenza dell’animo, in un sentire che, diversamente dal dolore fisico, è anche condividere. Le dinamiche che derivano dal prestare cura verso chi soffre, chiamano ciascuno a fare i conti con le proprie paure riguardo all’esperienza della malattia e del dolore e impongono una maturazione spirituale. “Frequentando le persone sofferenti si impara ad ascoltare di più, a incoraggiare, a compiere anche i servizi più umili per aiutare l’altro, a non fuggire dalla realtà quotidiana”2.




Compagni di viaggio nella malattia e nella cura



La famiglia chiede compagni di viaggio nella malattia e il dolore. Chi accompagna i sofferenti deve rinascere ogni giorno, cioè rileggere i propri atteggiamenti e vissuti alla luce dell’altro che con il suo sguardo, il suo
volto, interpella e interroga. Entrando in un rapporto di empatia con la famiglia è possibile offrirle il “messaggio di gioiosa speranza, fondata sulla certezza della risurrezione di Gesù Cristo e, quindi, dell’amore e della fedeltà sanante e salvatrice di Dio”3.



Il ruolo della comunità cristiana



La solitudine relazionale è la prima malattia da sconfiggere e questo vale soprattutto per le famiglie nelle quali si trovano situazioni di cronicità.
Una catechesi sull’accompagnamento delle famiglie con situazioni gravi di malattia può diventare uno strumento pastorale importante per sensibilizzare la comunità cristiana a compiere gesti di carità. La comunità
non è chiamata solo ad essere attenta, ma anche ad essere in relazione con quelli che, a causa della malattia, faticano ad esserlo. Coloro che svolgono questo servizio abbiano sempre a cuore la loro formazione spirituale
e mantengano la consapevolezza del grande privilegio di servire Cristo nei sofferenti.



4. Una famiglia col volto di Madre



All’interno della famiglia il ruolo della donna ha una specificità del tutto peculiare e non sembri azzardato affermare che ne è in qualche modo il centro. Il talento femminile è elemento decisivo e insostituibile che sostiene la sensibilità dell’accoglienza, la concretezza del prendersi cura e la tenerezza della consolazione. La donna, in virtù del suo speciale rapporto con il mistero e la sacralità della vita, può rappresentare il fattore determinante nel garantire la tenuta della
famiglia provata dalla malattia.



Il ruolo della donna: maternità e servizio

Il ruolo della donna dentro le strutture sanitarie è da sempre di fondamentale importanza. La donna è madre e la maternità, fisica o spirituale che sia, genera, se vissuta nelle logica della donazione, un servizio straordinario
in ogni ambito della cura. Contro la cosiddetta “ideologia del genere” bisogna imparare a valorizzare il ruolo delle donne e pensare al femminile le modalità della cura.

A Lourdes, dove la speranza ha il nome della preghiera a Maria



Nell’anno 2008 si celebra il 150° anniversario della prima apparizione dell’Immacolata Concezione a Bernadette Soubirous alla grotta di Massabielle, presso Lourdes; lì la speranza, “dono di Dio, dinamico e creativo”
4, ha il volto della preghiera, perché pregando Maria la sofferenza diventa offerta silenziosa e abbandono fiducioso a Dio e crea occasioni di gratuità, condivisione e riconciliazione. Il miracolo dell’apparizione non è
finito, ma continua nel peregrinare alla Grotta di quegli uomini e donne in situazioni di fragilità che, ascoltando


il cuore di madre di Maria, desideranoarrivare a Gesù.

Il dono di Maria: restare sotto la croce nella luce della risurrezione



L’esempio di Maria è scuola di vera umiltà, la virtù più preziosa per chi è chiamato ad accettare il limite della malattia e per chi è chiamato a curare.
La sua visita alla cugina Elisabetta che, avanzata in età necessitava di assistenza, ha evidenziato nei legami familiari il primo luogo di cura e di solidarietà fra le generazioni. Rimanendo sotto la croce, Maria insegna con
l’esempio a rimanere saldi nell’amore e diviene Madre di ogni famiglia visitata dal dolore, perché ne condivide la sofferenza, la consola e la presenta al suo Figlio, nell’attesa della luce del mattino di Pasqua.



5. Per un cammino pastorale



Al termine di queste considerazioni riguardo la famiglia nella realtà della malattia, è utile porre alcune priorità pastorali all’attenzione delle comunità cristiane e di quanti lavorano nel mondo della sanità, come base per ulteriori approfondimenti e nella consapevolezza che è compito di ogni cristiano declinare il Vangelo nell’umano.



Progetti integrati che accompagnino la famiglia nel tempo deldolore.



“Una strada da percorrere con coraggio è quella dell’integrazione pastorale fra i diversi soggetti ecclesiali”5. Questa indicazione sollecita tutti a lavorare con il metodo dell’integrazione pastorale, superando dicotomie, chiusure e particolarismi e imparando a valorizzare le risorse, nella logica della condivisione
e della collaborazione. E’ necessario elaborare progetti pastorali che, partendo da quanto esiste nelle realtà ecclesiali e nel territorio, diano sostegno ai nuclei familiari degli ammalati. Sono opportune l’integrazione, tra il
ministero della consolazione e quello della comunione agli ammalati, tra cappellania ospedaliera e parrocchia, e il coordinamento delle associazioni ecclesiali attraverso il Forum delle associazioni socio-sanitarie.



Il ruolo delle istituzioni sanitarie cattoliche



Le istituzioni sanitarie cattoliche sono il segno della Chiesa che, nel nome di Cristo, si prende cura di ogni uomo che soffre. Mantenere in esse la tradizione antichissima dell’ospitalità e della cura è un segno di profezia e di speranza in un contesto che sollecita ad investire nell’“industria” della sanità e a trarre benefici dalla malattia altrui. Collaborazione, Ricerca e Formazione sono obiettivi chiave per offrire un rinnovato slancio alle istituzioni sanitarie cattoliche.



Una cultura di umanizzazione della sofferenza



“La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società.
Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana”6. Avere a cuore la famiglia in queste circostanze è un passo decisivo per costruire una cultura della com-passione e prevenire la deriva “crudele e disumana” per certi versi già in atto nella nostra società. Nei confronti del dilagare della cultura individualistica del business, la struttura familiare rimane punto di ancoraggio e risorsa culturale per l’etica della dignità della persona, dell’equità e del servizio.



Una solida formazione spirituale



Bisogna affermare con decisione l’importanza per tutte le famiglie di coltivare un cammino di spiritualità. L’attenzione costante ai valori irrinunciabili dello spirito costituisce una palestra per prepararsi alle inevitabili
prove della vita e una riserva di speranza e di forza morale nei momenti di tribolazione. La preghiera e la frequenza ai sacramenti sono condizione necessaria per incontrare nella sofferenza Cristo nostra speranza. La relazione pastorale d’aiuto è strumento utile per accompagnare malati e famiglie e per annunciare la buona novella nel tempo della sofferenza.



Conclusione: alla scuola dell’Eucaristia per diventare samaritani di speranza.



Culmine e fonte della vita della Chiesa è sempre il Cristo, presente nell’Eucarestia. Il Verbo fatto carne si è fatto innanzitutto carico della fragilità dell’uomo: prima ancora di sanare e salvare, Egli è stato presenza.
Gesù ha condiviso, da compagno di viaggio, il dolore e la solitudine dell’uomo: Egli è Viatico nell’Eucaristia, il Sacramento della presenza di Cristo.
Attraverso di essa ci insegna ad entrare nella sofferenza dei fratelli e a condividerla, strappandola dalla solitudine e dal vuoto e inserendola nella realtà del mistero pasquale, e fa sì che anche noi possiamo diventare prossimocome il samaritano. La famiglia, nella malattia, ha bisogno di donne e di uomini “eucaristici”, radicati nell’Eucaristia, che si prendano cura delle sofferenze di chi è malato e delle fragilità e delle paure di chi è sano, annunciandocosì la verità della speranza che salva.



1 Commissione Episcopale della CEI per il servizio della carità e la salute, Op. Cit., 67 b.
2 Commissione Episcopale della CEI per il servizio della carità e la salute, Op. cit., n. 54.
3 Commissione Episcopale della CEI per il servizio della carità e la salute, Op. cit., n. 19.
4 Conferenza Episcopale Italiana, Op. cit., n. 7.
5 Conferenza Episcopale Italiana, Op. cit., n. 25.
6 Benedetto XVI, Spe Salvi, Lettera Enciclica, 30 novembre 2007, n. 38.



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