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6 giugno 2010

INTERVISTA
«Divorziati e risposati
perché no e quando sì alla Comunione»


Separati e divorziati possono fare la Comunione? E se no, perché? Sono le domande che molti si fanno di fronte a una norma della Chiesa cattolica che spesso ha suscitato, anche tra i credenti, non pochi dubbi e dolorose lacerazioni di coscienza. Quando poi alcuni casi di cronaca ripropongono il problema a dimensione mediatica, la questione torna di grande attualità.

Avvenire ha girato le domande più diffuse a monsignor Eugenio Zanetti, patrono stabile presso il Tribunale ecclesiastico regionale lombardo e responsabile del gruppo «La Casa», che nella diocesi di Bergamo fa accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate, divorziate o risposate.

Monsignor Zanetti, qual è esattamente la posizione dei separati e dei divorziati di fronte all’accesso ai sacramenti?
È quella descritta molto bene nel Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia e in altri documenti. Occorre distinguere fra coloro che si trovano in una situazione di «separazione», di «divorzio», di «nuova unione». Per i separati (che non hanno in corso una convivenza), soprattutto per chi ha subito la separazione, di per sé non ci sono impedimenti oggettivi ad accedere a Confessione e Comunione. Tuttavia, se un separato ha avuto grosse responsabilità e magari ha fatto del male all’altro coniuge o ai figli, questi per accedere fruttuosamente ai sacramenti dovrà fare un cammino di pentimento e, per quanto possibile, di riparazione del male fatto. Inoltre non vengono meno i suoi doveri nei confronti dei figli. Non bisogna dimenticare che i sacramenti non sono degli atti magici, ma comportano degli autentici cammini di conversione e di fede. Se una persona separata, pur non convivendo, vivesse dissolutamente, non sarebbe nelle condizioni di poter ricevere i sacramenti.

E per chi, dopo la separazione, si trova ora divorziato, che cosa succede?
Parliamo per ora dei divorziati che non hanno avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. Per la Chiesa il matrimonio, una volta celebrato in modo valido, è per sempre, cioè non può esser cancellato da nessuna potestà umana. Per questo, se in certe occasioni e a certe condizioni la Chiesa può riconoscere la legittimità della separazione per evitare mali maggiori, ritiene invece negativo il ricorso al divorzio. Quindi, se una persona è ricorsa al divorzio volendo cancellare definitivamente il suo matrimonio e magari, così facendo, ha causato ulteriore male e dolore all’altro coniuge o ai figli, per accedere ai sacramenti essa dovrà attestare un sincero pentimento e, per quanto possibile, attuare qualche gesto riparatore. Per chi, invece, ha subito il divorzio o ha dovuto accedervi per tutelare legittimi interessi propri o dei figli (senza tuttavia disprezzo verso il matrimonio, ritenuto comunque ancora in essere davanti a Dio e alla Chiesa), non vi sono impedimenti oggettivi per accedere ai sacramenti.

Dunque qual è l’impedimento effettivo: il divorzio in sé o la convivenza con altra persona successiva al divorzio?
Per separati o divorziati ciò che impedisce l’accesso ai sacramenti, oltre a eventuali condizioni morali soggettive non adeguate, è il fatto oggettivo di aver avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. È questa scelta, ulteriore rispetto alla separazione o al divorzio, che pone in una condizione in grave contrasto con il Vangelo del Signore riguardante l’amore fra un uomo e una donna sigillato con il matrimonio. L’insegnamento cristiano che la Chiesa cattolica continua a trasmettere propone agli uomini una scelta matrimoniale unica e indissolubile, fedele e aperta alla vita, per il bene dei coniugi e quello dei figli: un amore che riflette e testimonia la stessa qualità di amore che Dio ha verso gli uomini e che trova nel rapporto di Gesù con la Chiesa il suo riferimento e la sua mediazione ecclesiale. Il matrimonio religioso è una realtà incancellabile, proprio come incancellabile ed eterno è l’amore divino per l’umanità. Chi avvia una nuova unione contraddice con la sua scelta quanto indicato dal Signore e quindi si pone in una condizione oggettiva cosiddetta irregolare. Ed è proprio questa condizione irregolare che non pone i presupposti sufficienti per accedere ai sacramenti. Ciò però non significa emettere un giudizio sulle coscienze, dove solo Dio vede. Inoltre, il fatto di non poter accedere ai sacramenti non è assolutamente un indice di esclusione dalla vita della Chiesa; anche i divorziati risposati possono continuare a fare cammini di fede che li rendano partecipi e attivi nella comunità ecclesiale.

Qualcuno si chiede: perché non può comunicarsi neanche il coniuge che, pur non avendo alle spalle un matrimonio religioso, ha sposato civilmente una persona divorziata?L’impedimento per accedere ai sacramenti è, come già detto, la scelta di avviare un’unione di tipo coniugale non fondata sul matrimonio religioso. Quindi le persone non sposate che decidono di avviare una convivenza o un matrimonio civile con persona separata o divorziata sanno che il loro partner è già legato ad un matrimonio e che quindi non potranno realizzare con esso un matrimonio cristiano; e tuttavia decidono di avviare un’unione con lui. La Chiesa, posta davanti a questa decisione, pur rispettando le persone, deve tuttavia esercitare un servizio di verità, che è anche un atto di carità, nel richiamare queste persone alle conseguenze della loro scelta. Ma anche queste persone possono continuare a fare un cammino nella Chiesa.

Ma perché l’omicida pentito e regolarmente confessato può comunicarsi e il divorziato risposato che eventualmente si riveli ottimo marito e buon genitore non può farlo?
Il giudizio sul fatto che una persona sia nelle condizioni oggettive di accedere o meno ai sacramenti non è da intendersi come un giudizio sulla sua coscienza: giudizio questo che spetta solo a Dio. Perciò, soffermarsi a fare confronti con gli altri non giova; al contrario dovremmo sempre avere a cuore, oltre alla nostra salvezza, anche quella degli altri, come Gesù ci insegna.

Non dobbiamo allora scandalizzarci se un nostro fratello, che ha commesso anche gravi delitti come per esempio l’omicidio, compiendo un autentico cammino di pentimento, revisione e riparazione, riceve il perdono di Dio anche attraverso la Confessione. Anche a chi vive in una situazione matrimoniale irregolare Gesù propone un cammino di conversione; e certamente in questo cammino ha il suo valore un serio impegno nel voler bene alle persone vicine, nell’educare bene i figli, nel partecipare alla vita della comunità, nell’essere attivo nella carità e nell’impegno sociale.

Quanto poi ai mezzi spirituali che la Chiesa è chiamata ad amministrare, coloro che vivono in queste situazioni matrimoniali potranno usufruirne nella misura in cui le loro scelte di vita lo permettono. Se essi decidono di non modificare il loro stile di vita di indole coniugale, contrario quindi all’insegnamento cristiano, non potranno accedere ai sacramenti, poiché i sacramenti per essere ricevuti con frutto esigono appunto il proposito di vivere secondo tale insegnamento. Per loro però ci saranno altri mezzi e cammini penitenziali e di comunione che, sia pur non arrivando attualmente alla pienezza sacramentale, comunque tendono all’incontro con la misericordia e l’amore di Dio.

Che cosa succede se il divorziato risposato cessa la convivenza con la persona sposata in seconde nozze civili? Inoltre può accostarsi alla comunione una persona che pur trovandosi nelle condizioni della domanda precedente abbia notoriamente relazioni extraconiugali o si trovi in una situazione di notorietà personale tale da suscitare scandalo nella comunità ecclesiale?
Non dovremmo mai porci di fronte ai nostri fratelli con un atteggiamento giudicante o condannante; questo, anche perché dall’esterno non sempre è possibile conoscere e valutare la complessità della vita di una persona. Ciò non significa però lasciare tutto al giudizio e alle decisioni private o individualistiche; al contrario tutti devono confrontasi con l’insegnamento della Chiesa ed anche affidarsi all’accompagnamento di sapienti guide spirituali. Se quindi, a un certo punto chi vive una situazione matrimoniale irregolare decide di continuare a vivere insieme, ma astenendosi dai rapporti sessuali; o se cessa la convivenza, c’è separazione o divorzio dal matrimonio civile, o morte di uno dei partner, viene meno un impedimento oggettivo per accedere ai sacramenti.

Tuttavia, occorrerà valutare la globalità della vita morale e religiosa della persona, l’effettivo cammino di conversione in atto, così che l’essere riammessi ai sacramenti si inserisca in un autentico cammino di fede e in una rispettosa vita ecclesiale. In tutto ciò la Chiesa ha a cuore sia il singolo, sia l’attenzione ad evitare che il cammino di questi sia di scandalo per gli altri fedeli. Questo vale per tutti, anche (e forse con maggiore attenzione) per coloro che ricoprono un particolare ruolo pubblico.
Mimmo Muolo

n. 51 del  20 dicembre 2009  - Direttore: Antonio Sciortino
DOPO I CROCIFISSI, SALVIAMO Il PRESEPE DALLE STRUMENTALIZZAZIONI

GLI ULTIMI DELLA TERRA
I PIÙ VICINI A GESÙ BAMBINO

Il presepe è l’icona di Dio che mette la tenda tra gli uomini. Gesù è nato per spiegare cos’è l’amore, senza discriminare nessuno, come sottolinea il cardinale Dionigi Tettamanzi. Farebbe bene a ricordarlo chi inaugura i presepi, ma dimentica che gli ultimi della terra sono i più vicini alla grotta di Betlemme.

Dopo i crocifissi e i minareti, speriamo non si apra il fronte del presepe. Non vorremmo che la battaglia dell’identità cristiana, in salsa leghista ed etnica, trasformasse la capanna di Betlemme in "carroccio" e i Re Magi (di cui uno nero) in vassalli celti che portano in dono l’acqua del Po.

Innalzare i simboli religiosi al ruolo di bandiere ideologiche è pericoloso. E c’è chi ancora insiste, proponendo in Parlamento una legge sul crocifisso, con tanto di sanzioni per chi lo staccherà dalle pareti. O imponendo allo Stato l’acquisto di crocifissi per migliaia di euro.


Foto Ansa.


È questo il modo di difendere il cristianesimo? Non si possono avere dubbi tra chi brandisce il crocifisso come una clava e chi, invece, ne segue l’esempio di amore verso ogni essere umano. Senza discriminare nessuno.

Come ha invitato a fare l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi. O come fanno, ogni giorno, migliaia di volontari della Caritas o delle parrocchie italiane, accogliendo lo "straniero" che è tra noi. Come, anche, «il presepe è pieno di extracomunitari, a cominciare dai Re Magi», ce l’ha ricordato il presidente della Camera. Aggiungendo che «Gesù era forestiero», costretto a chiedere asilo politico in Egitto.

La Lega è, forse, il partito più popolare d’Italia. Nel senso che ha il rapporto più stretto con il territorio e il "suo" popolo.

Ma davvero la nostra gente cristiana, i tanti fedeli delle parrocchie del Nord, possono condividere gli attacchi di due ministri al mite cardinale di Milano, che ha a cuore il bene di tutti? E che ha detto parole di verità e carità, ispirate soltanto al Vangelo?

Come può chi invoca il dio Po e si sposa con rito celtico (questa è la formula: «...sarai la mia sposa. Giuro davanti al fuoco che mi purifica. Esso fonderà questo metallo come le nostre vite nuovamente generate») impartire lezioni di teologia e dottrina cristiana a uno dei più apprezzati e stimati cardinali della Chiesa italiana? Non c’è più rispetto. Quanto al pudore s’è perso già da tempo. Per non parlare della coerenza.

Chi un tempo accusava il Vaticano d’essere «il vero nemico da affogare nel water della storia», ora e lì a inaugurare presepi! Questi, i nuovi difensori della fede cristiana! E c’è anche chi li accredita.

Oggi, la fede è usata come arma da scagliare contro altri. Riguarda ogni credo. I fondamentalismi sono in agguato in tutte le religioni. Quando le ragioni del credere smarriscono verità e giustizia, si rischia di finire sull’orlo del baratro. E si giustifica la lotta contro il diverso per pelle, lingua, cultura. E, appunto, religione. Ha detto monsignor Luigi Stucchi, vicario episcopale di Varese: «La comunità cristiana aiuta chi ha più bisogno e non guarda al passaporto». Il tempo di Dio è la storia intera. Il luogo di Dio è il mondo intero.

Le offese al cardinale di Milano devono inquietare tutti coloro che provano orrore davanti a ogni "strage di innocenti" che, oggi, si consuma nel mondo. E sulle cui ferite si chinano solo i cristiani. A ogni latitudine della terra, immolando anche la vita.

Il presepe è l’icona di Dio che mette la tenda tra gli uomini. Tutti gli uomini. Gesù è nato per spiegare cos’è l’amore. Farebbe bene a ricordarlo chi inaugura i presepi, ma dimentica che gli ultimi della terra sono i più vicini alla grotta e al Bambino.

n. 43 del  25 ottobre 2009  - Direttore: Antonio Sciortino
E MONDO CATTOLICO: DAL CORTEGGIAMENTO AI DURI ATTACCHI

LA CHIESA DEL SILENZIO
E IL SILENZIO DEI CATTOLICI

Come ha detto in un’intervista monsignor Mogavero: «In altri Paesi si è cominciato a piccole dosi, con le norme antiomofobia e si è arrivati al riconoscimento legale delle unioni omosessuali».


La scorsa settimana la Camera, approvando una pregiudiziale di incostituzionalità dell’Udc, ha bloccato l’iter di approvazione della legge che inseriva tra le aggravanti previste dall’art. 61 del Codice penale i fatti commessi «per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato» (ne parla anche Il teologo, a pag. 129).

Chi si opponeva al testo sollevava un’obiezione tutt’altro che infondata. Non si capisce perché l’aggravante debba riguardare solo i casi imputabili all’omofobia e non, invece e più correttamente, tutti quelli previsti dal Trattato di Lisbona, condannando qualsiasi forma di discriminazione fondata su «sesso, razza, colore della pelle o origine etnica o sociale, caratteristiche genetiche, lingua, religione o convinzioni personali, opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, appartenenza a una minoranza nazionale, patrimonio, nascita, handicap, età o tendenze sessuali».

Sarebbe bastato trasferire in toto queste indicazioni come aggravanti nel nostro Codice penale e il caso sarebbe stato chiuso prima ancora di aprirsi. Ma si è voluto, cavalcando l’indignazione suscitata da recenti e gravissimi fatti di cronaca (ai gay vittime di aggressioni va tutta la nostra solidarietà), forzare la mano, con una scelta ideologica, primo passo verso successivi riconoscimenti in fatto di matrimoni tra omosessuali e adozione per le coppie gay.

Il Centrodestra ha assorbito senza eccessivi traumi il dissenso di alcuni suoi esponenti che hanno votato contro la pregiudiziale di incostituzionalità. Nel Centrosinistra il voto favorevole di Paola Binetti ha scatenato un inutile putiferio, la caccia alla dissidente cattolica come capro espiatorio di ben altri gravi problemi del Pd. Su questi temi «non c’è la libertà di coscienza», s’è detto. Siamo proprio sicuri che fosse solo una questione di metodo, senza alcun riferimento ai valori? Viene il dubbio che nel Pd, per sanare presunte discriminazioni, si discriminino i cattolici. E non solo su questo tema.

Nel Centrodestra i cattolici navigano nell’anonimato, fanno sentire la loro voce solo quando sono in ballo temi bioetici, per zittirsi quando si affrontano questioni altrettanto fondamentali, come il diritto di asilo, di fatto messo in discussione con i respingimenti generalizzati.

Nel Centrosinistra, i cattolici sembrano svolgere un compito più da gregari, per raccogliere voti nell’area moderata degli elettori, che da veri protagonisti. Come una foglia di fico a copertura. Una volta esaurito il loro compito, sono invitati alla "clandestinità", cui si stanno rassegnando. Hanno poca voce in capitolo, quasi mal sopportati. Si evidenzia così la fusione a freddo delle due anime che hanno dato vita al Pd, senza aver ancora trovato una sintesi accettabile. Come s’è visto nell’acceso confronto tra i tre candidati aspiranti alla Segreteria del partito.

Ma c’è un problema ancor più vasto e complesso. È il rapporto della politica nei confronti del mondo cattolico e della Chiesa, corteggiati come riserva di voti e consenso, aspramente tacitati (se non irrisi, come antiquati e fuori del mondo) quando parlano di temi scottanti: legge sul fine vita, pillola abortiva del giorno dopo, equiparazione delle unioni di fatto ai matrimoni, immigrazione, attenzione alle fasce più deboli della società e alle famiglie, coerenza tra valori dichiarati e stili di vita. Ai nostri politici, in maniera trasversale e a corrente alterna, piace molto ora la Chiesa del silenzio, talora il silenzio dei cattolici.

L’ESIGENZA DI UNA NUOVA GENERAZIONE DI LAICI CRISTIANI IMPEGNATI
n. 32 del  9 agosto 2009  - Direttore: Antonio Sciortino
SE SI ACCORCIANO ANCHE
LE OMBRE DEI CAMPANILI

Scrive Carlo Cardia su Avvenire: «Se a pochi giorni dall’approvazione della legge sulla sicurezza si sono creati già tanti problemi, vuol dire che le critiche ai suoi punti più controversi, quelli delle ronde e del reato di clandestinità, erano più che motivate».

Tutti siamo chiamati a un serio esame di coscienza (nessuno pensi d’esserne escluso), prima che sia troppo tardi. Il Paese fatica a trovare il bandolo d’una matassa sempre più intricata. L’etica pubblica è ai minimi storici. Persa com’è tra cattivi esempi dall’alto e rassegnata comprensione dal basso, che sfiora la complicità. «Si deve avere il coraggio di pronunciare parole di verità», scrive Franco Monaco su un quotidiano. E dire con chiarezza – aggiungiamo noi – quel che è bene e quel che è male. A tempo debito e senza balbettii.

Come cristiani ci siamo distratti, nonostante l’osservanza dei precetti e la recita del Padre nostro. Va diffondendosi l’idea di un Dio indifferente e della religione come affare privato. Ci sono nel Vangelo frasi che imbarazzano e fanno vergognare (alcune su tutte), come: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare... ero straniero e mi avete accolto». Esse, però, sembrano non avere quasi più cittadinanza, oggi, nel cuore dei cattolici, distratti da parole d’ordine come sicurezza e legalità. Che tutti invochiamo, ma con più umanità e rispetto.

Di fronte a crisi economica, a schegge impazzite dell’intolleranza, a leggi miopi e pasticciate (siamo ormai al ridicolo), e anche difficili da applicare (vedi pacchetto sicurezza e difficoltà delle famiglie con badanti), i politici cattolici (più di altri) pensano solo a galleggiare e a salvarsi dalla tempesta. Accoglienza, solidarietà e anche "obiezione morale" sono considerate deplorevoli. Al massimo da lasciare ad alcuni "profeti", ai soliti "preti di strada" che operano nel sociale. Come se il Vangelo non riguardasse tutti; come se nessuno dovesse, un giorno, rendere conto a Dio della giustizia o dell’amore dato o negato.

Il vescovo di Alba Sebastiano Dho ha scritto, mesi fa, un’accorata lettera: «Com’è possibile che molti cristiani (almeno quelli che si dicono tali e ci tengono a esibire questa qualità) sostengano in maniera determinante e si glorino di propugnare e attuare, quale programma di governo, teorie razziste e xenofobe, chiaramente in diretto contrasto con i princìpi evangelici?». Il richiamo a non separarsi dal Vangelo non vale solo per i preti. Davanti ai drammi di povertà delle famiglie e degli immigrati monta non solo un senso di indifferenza, ma anche quello, ben più pericoloso, della noia. O dell’assuefazione indispettita, che aggiusta i princìpi evangelici al ribasso, ignorando ciò che scomoda e disturba.

Le speranze che mettiamo in campo sono corte, sempre meno collettive. Dov’è la «nuova generazione di laici cristiani impegnati, ricchi di competenza e rigore morale» invocata da Benedetto XVI, un anno fa, nel suo viaggio in Sardegna? Oggi le ombre dei campanili, soprattutto nelle regioni più ricche del Nord, si sono sempre più accorciate. Fin quasi a sparire del tutto in tante città e paesi che hanno partorito fantasie e sentimenti xenofobi, di rigetto e non di accoglienza dello straniero.

Forse è l’ora di un nuovo impegno e una più attiva presenza dei cristiani nella società. Non più passivi, a subire e rincorrere altri che modellano la nostra vita con disvalori. Ma attivi, col Vangelo in mano, a diffondere mentalità nuova e una diversa visione del mondo, dove non alberghi paura e ostilità: cristiani compagni di strada di ogni essere umano e una Chiesa cardine dell’annuncio di un Vangelo intero. Senza labbra cucite e con il cuore e la mente liberi, colmi solo della potenza del Vangelo. Quella che sa "moltiplicare pane e pesci". E parlare con chiarezza.


Da Famiglia Cristiana un nuovo servizio:
a partire dall'Avvento, sono disponibili i Commenti alle Letture Domenicali
secondo il Rito Ambrosiano. A cura di Don Alberto Fusi.

Puoi accedere direttamente CLICCANDO QUI:

IL VANGELO DELLA COMUNITA'


n. 51 del  21 dicembre 2008 - Direttore: Antonio Sciortino

COME MIGLIORARE IL MONDO ED EVITARE LO SCONTRO DI CIVILTÀ

LA FORZA DELLA PREGHIERA
PER LA PACE E LA GIUSTIZIA

«Quale enorme responsabilità hanno i leader religiosi! Essi devono permeare la società con un profondo timore e rispetto per la vita umana e la libertà; garantire che la dignità umana sia riconosciuta e apprezzata; facilitare la pace e la giustizia; insegnare ai bambini ciò che è giusto, buono e ragionevole».
(Benedetto XVI)



Non si stupiscano i lettori se in copertina vedono insieme bambini in preghiera a rappresentare le tre grandi religioni monoteistiche. Oggi, davanti a troppi muri, che qualcuno ancora insiste a innalzare tra uomini e religioni, noi ci affidiamo ai bambini (gli adulti di domani) e alla loro preghiera.

Così si potrà abbattere l’indifferenza che affonda le radici nel fanatismo religioso o nell’ignoranza del messaggio di Dio. La conoscenza purifica le memorie e favorisce l’incontro.

La Chiesa di Roma lo fa da secoli. Ogni anno, la celebrazione del Natale ci aiuta a purificare la memoria della famiglia umana. L’annuncio della nascita di Gesù si trasforma in dialogo su Dio, l’uomo, la pace e la giustizia. Subito dopo l’"evento", i Magi che venivano da lontano, simboli di culture e fedi diverse, lo stanno a dimostrare, lì attorno alla grotta di Betlemme.

La Chiesa riconosce le altre religioni (soprattutto quelle del "Libro": ebraismo e islam) come interlocutori, senza per questo mettere in discussione la sua identità profonda. I cattolici abitano insieme con gente di ogni fede, operando come artigiani della Parola e operatori di pace. È il destino del nostro tempo, che sposta i popoli e li fa incontrare. La forza delle religioni e della preghiera sta nel far diventare rilevante il fatto religioso nella vita degli Stati e della comunità internazionale.

Non in forza di «un imprecisato diritto alla tolleranza», come ha osservato il cardinale Bertone, alla commemorazione in Vaticano dei 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani. Ma in forza «della dignità che è comune a ogni essere umano», perché «quando viene meno il riconoscimento del diritto alla vita e alla libertà religiosa, anche il rispetto per gli altri diritti vacilla». E papa Ratzinger sui diritti umani ha ammonito: «Se non sono fondati in Dio creatore, sono fragili perché privi di solido fondamento».

Nell’epoca della globalizzazione, tra minacce fondamentaliste e suggestioni della cattiva politica, nessuno può mettersi al di sopra o contro gli altri. Lo spiegò bene Paolo VI all’Onu nel 1965: «Che nessuno sia superiore all’altro. Non si può essere fratelli, se non si è umili. È l’orgoglio che provoca le tensioni e le lotte: rompe cioè la fratellanza». Purtroppo, c’è ancora chi ragiona in termini di scontro di civiltà, a troppe latitudini del mondo.

È quello che Dio non voleva, quando mandò la stella a indicare ai Magi la strada verso Betlemme. Gesù è venuto per sconvolgere pregiudizi e sanare diseguaglianze. È bene ricordarlo ogni tanto, almeno a Natale. Non si tratta di ridefinire identità, o fondere le religioni in un pericoloso sincretismo; né attrezzarsi per nuove guerre sante, o sentirsi travolti da senso di impotenza perché il mondo d’oggi vuol fare a meno della fede. La paura non nutre mai buoni sentimenti.

La Bibbia ci invita a non aver paura, ad «aprire porte e cuore al Signore», come ci ricordava Giovanni Paolo II all’inizio del suo straordinario pontificato.

La paura si motiva con scenari nuovi. Ma chi ha fede non teme, perché confida in Dio e nella forza della preghiera. Per migliorare il mondo ed evitare lo scontro di civiltà, occorrono pazienza e tempo. Benedetto XVI, di recente, ci ha indicato la strada: «Una volta accolta la diversità come dato positivo, occorre fare in modo che le persone accettino non soltanto l’esistenza della cultura dell’altro, ma desiderino anche riceverne un arricchimento».

È questo, cari lettori, il nostro augurio di Buon Natale.



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