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Dziwisz: «Il crollo del Muro? È cominciato in Polonia»  1/6/2009

Si preannunciano grandi celebrazioni per il ventennale della caduta del comunismo in Europa. Rivendicando il proprio diritto di primogenitura la Polonia festeggerà tra pochi giorni l’anniversario delle elezioni semi- libere che si svolsero il 4 giugno del 1989 e segnarono il trionfo di Solidarnosc. Un terremoto politico che nel giro di pochi mesi avrebbe provocato la caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est. Il Muro però iniziò a crollare molto prima del 1989.

Dieci anni prima, per la precisione. Fu quando, nel giugno del 1979, milioni di polacchi si strinsero attorno a Giovanni Paolo II, tornato in patria per lanciare il suo guanto di sfida al comunismo. « Non vuole forse lo Spirito Santo che questo Papa slavo proprio ora manifesti l’unità spirituale dell’Europa? » disse a Gniezno, l’antica capitale polacca. Da qui partì l’onda lunga della storia che avrebbe cambiato faccia all’Europa.

Lo dice il cardinale Stanislaw Dziwisz che, da segretario personale di Giovanni Paolo II, è stato uno dei testimoni privilegiati di quel memorabile viaggio. In una lunga intervista rilasciata alla « Kai » , l’agenzia cattolica polacca, l’arcivescovo di Cracovia rievoca a distanza di trent’anni il primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II nella sua Polonia, rivelando fatti curiosi e inediti. Ne pubblichiamo ampi stralci per gentile concessione della « Kai » e degli autori Marcin Przeciszewski e Tomasz Krolak.

Eminenza, ci può dire quando Giovanni Paolo II cominciò a pensare ad una possibile visita nella sua patria?
Già da cardinale Karol Wojtyla dava grande importanza al  900mo anniversario della morte di san Stanislao (il vescovo-martire patrono di Cracovia, ndr) e da tempo preparava le celebrazioni. Aveva tramesso gli inviti a tutti i cardinali che partecipavano al conclave dell’agosto 1978 e subito dopo invitò a Cracovia anche Giovanni Paolo I. Perciò, fin dal momento della sua elezione al soglio di Pietro, è stato per lui ovvio fare tutto il possibile per venire in Polonia a celebrare l’anniversario. Lo sentiva come un dovere morale anche se si rendeva conto che non sarebbe stato facile da realizzare.

Pensava che le autorità comuniste polacche non avrebbero facilmente ingoiato un simile boccone?
Quando hanno saputo di questa richiesta i governanti polacchi hanno reagito negativamente. Ma intanto Giovanni Paolo II aveva ricevuto l’invito a visitare il Messico. E diceva: se posso andare in Messico, un Paese che ha la Costituzione più anticlericale del mondo, allora anche il governo polacco non potrà dirmi di no. Si ricordava bene che le autorità comuniste non avevano permesso la visita di Paolo VI. Intuiva però che a lui non avrebbero potuto impedirlo.

Quando iniziarono le trattative?
Abbastanza presto. Il negoziato fu condotto dal segretario della Conferenza episcopale polacca, monsignor Bronislaw Dabrowski. Alla fine Varsavia diede il via libera ma ad una condizione: la visita del Papa non doveva avvenire in coincidenza con l’anniversario di san Stanislao, a maggio. Il Santo Padre rispose: va bene, vuol dire che arriverò il mese dopo, a giugno.

E per quanto riguarda l’itinerario della visita, ci furono difficoltà?
Venne stabilito che il Papa non sarebbe potuto andare al di là della Vistola, nelle regioni della Polonia orientale. E fu esclusa anche la Slesia. In linea di massima le autorità volevano che la visita fosse il più breve possibile e molto limitata negli spostamenti.

Giovanni Paolo II pensava alle possibili ripercussioni del suo viaggio sugli eventi futuri?
Nessuno le poteva prevedere. Lui era convinto che la nazione polacca, così fortemente radicata nella fede, meritasse la visita del Papa. Oggi senza dubbio possiamo dire che il suo primo pellegrinaggio in Polonia è stato il più importante di tutti i viaggi papali perché ha innescato un processo di cambiamenti incredibili a livello mondiale. Tutto iniziò in quei giorni.

Come si preparava il Santo Padre a questo viaggio?
Scrisse da solo tutti i testi dei discorsi e delle omelie. Il ruolo della sezione polacca della Segreteria di Stato fu solo quello di controllare le citazioni. Non usava nessun appunto, gli bastava la memoria. Era organizzato in modo perfetto e scriveva molto velocemente: un lungo discorso non gli prendeva più di un’ora e mezzo di preparazione.

Ma Giovanni Paolo II si rendeva conto che il discorso pronunciato a Gniezno, là dove affermava che la missione del Papa slavo era quella di far riscoprire all’Europa l’unità fra Occidente ed Oriente, metteva in discussione l’Ostpolitik vaticana che di fatto accettava la situazione esistente?
Giovanni Paolo II ha sempre rifiutato la dottrina del "compromesso storico" secondo cui l’occidente ed anche la Chiesa avrebbero dovuto considerare il marxismo come un elemento decisivo dello sviluppo della storia. Lui era a favore dei diritti della persona e dell’intoccabile dignità dell’uomo. Il discorso di Gniezno segnò l’inizio della caduta della cortina di ferro che allora divideva l’Europa. Il crollo del Muro è cominciato lì, non a Berlino!

Ma non c’erano preoccupazioni anche in Vaticano per il fatto che Giovanni Paolo II stava andando troppo lontano?
Una così forte dichiarazione a favore di questi diritti in effetti ha spaventato alcuni, fra i quali anche uomini di Chiesa.

A Cracovia, nel corso di quel primo viaggio, il Papa si affacciò alla finestra dell’arcivescovado parlando con i giovani, un dialogo che si sarebbe poi ripetuto ad ogni sua visita in Polonia. Fu qualcosa di programmato?
No, fu un’iniziativa  assolutamente spontanea. Migliaia di persone aspettavano sotto la finestra e chiamavano il Papa. Bisognava in qualche modo farsi vedere. Il Santo Padre prese la decisione da solo, contro qualcuno del suo entourage che lo sconsigliava per motivi di sicurezza.

A suo avviso, qual è il senso più profondo del suo primo pellegrinaggio in Polonia?
Dopo questa visita la Polonia non è stata più la stessa. La gente ha rizzato la schiena, non aveva più paura. Giovanni Paolo II ha liberato l’energia interiore del popolo. In questo senso ha posto le basi spirituali per la nascita di Solidarnosc l’anno dopo.

Al suo rientro in Vaticano Giovanni Paolo II fece qualche commento sulla visita?
Non diceva nulla perchè aveva perso la voce. Al suo rientro era molto stanco, dormì per quattordici ore filate.

Parliamo dello stato di guerra, introdotto dal generale Jaruzelski nel dicembre 1981. Quale fu la reazione del Papa?
Giovanni Paolo II raramente dimostrava la sua preoccupazione. Però alzò forte la voce nella basilica di San Pietro alla presenza della delegazione polacca con alla testa il presidente Jablonski. Questo avvenne nell’ottobre del 1982 in occasione della canonizzazione di padre Kolbe. Il Papa disse: la nazione non si meritava quello che gli avete fatto.

Ma Giovanni Paolo II aveva preso in considerazione la possibilità di un’invasione sovietica della Polonia?
Nessuno la prendeva seriamente in considerazione, dato che i sovietici erano già impegnati in Afghanistan. Sapevamo che l’Urss non se lo poteva permettere. Su questo avevamo notizie precise direttamente dalla Casa Bianca, le abbiamo ricevute da Zbignew Brzezinski (all’epoca consigliere per la sicurezza nazionale, ndr) e dallo stesso presidente Reagan il quale chiamò personalmente il Papa.

Qual era il rapporto di Giovanni Paolo II con il generale Jaruzelski? Lui continua a dire che lo stato di guerra fu il male minore rispetto all’invasione sovietica...
Il Papa non ha mai accolto una simile interpretazione. Rispettava l’intelligenza e la cultura di Jaruzelski ma non era d’accordo con lui su nulla. Il generale Jaruzelski guardava esclusivamente ad Est. Al contrario di Edward Gierek (l’allora segretario del partito comunita polacco, ndr), il quale salutando il Papa alla fine del suo viaggio disse: qui a Varsavia soffiano i venti dell’Est e dell’Ovest. Santo Padre, lei sostenga quelli dell’Ovest.

Passiamo all’attualità. Per quando ci possiamo aspettare la canonizzazione di Giovanni Paolo II?
Questo dipende direttamente da Benedetto XVI. Mi sembra comunque che  le cose vadano molto bene. il procedimento per il miracolo è già in moto. E sarà decisivo il riconoscimento dell’eroicità delle virtù di Karol Wojtyla. Speriamo che il diavolo non ci metta la coda.

Lei Eminenza ha sentito qualche volta la presenza del diavolo?
Sì, l’ho sentita. Nel modo più forte quando il diavolo è stato scacciato da una giovane donna. Ero presente, so cosa vuol dire. E’ terribile avvertire la presenza di una forza così grande e incontrollabile. Ho visto come la maltrattava fisicamente, ho sentito la voce con cui lei gridava. Accadde dopo un’udienza generale. Giovanni Paolo II recitò gli esorcismi, ma niente. Allora disse che il giorno dopo avrebbe celebrato la Messa secondo le intenzioni di questa ragazza. E dopo questa Messa lei improvvisamente si è ritrovata come fosse un’altra persona, tutto era sparito. Prima non ci credevo, pensavo che si trattasse di una malattia psichica. Invece Satana esiste.

E come riconoscere la sua presenza nel mondo?
Satana esiste, anche se l’ideologia dominante ritiene che siano tutte favole. Oggi il demonio  lavora affinchè gli uomini credano che lui non esiste. È un metodo quanto mai perfido.

Marcin Przeciszewski e Tomasz Krolak

fonte: www.avvenire.org


La speranza di Benedetto XVI «Prego per Wojtyla beato»  
2/4/2009

Il Papa chiede «nella preghiera» il «dono della beatificazione» di Giovanni Paolo II». Parole semplice, quelle di Benedetto XVI, ma certo significative, pronunciate ieri mattina al termine dell’udienza generale nel saluto rivolto al gruppo di pellegrini polacchi, presenti in piazza San Pietro nel quarto anniversario della morte di papa Wojtyla, avvenuta come noto il 2 aprile 2005. «So – ha detto papa Ratzinger, che oggi alle 18 celebrerà in San Pietro una Messa in memoria del suo predecessore – che state arrivando in gran numero alla sua tomba. Che l’eredità spirituale del vostro grande connazionale ispiri la vostra vita personale, familiare, sociale e nazionale. Insieme con voi chiedo nella preghiera il dono della sua beatificazione».

Sullo stato della causa è intervenuto ieri il prefetto della Congregazione delle cause dei santi monsignor Angelo Amato, che in una intervista alla Radio Vaticana ha precisato che «la causa del grande servo di Dio ricevette una grande accelerazione quando il 9 maggio del 2005 il Santo Padre Benedetto XVI dispensò dai cinque anni previsti per la sua introduzione. Ciò – ha spiegato il presule – ha messo la causa su una corsia preferenziale, che la farà procedere speditamente», e ciò «significa che non ci sarà il suo inserimento nella speciale graduatoria delle cause, in attesa di giudizio». Del resto, ha osservato in risposta alla domanda se dunque si sia prossimi o meno alla beatificazione, «trattandosi di una causa di un Papa così conosciuto e amato, la speditezza obbliga a una grande accuratezza metodologica e contenutistica, nel rispetto delle procedure previste. Speditezza non significa fretta o superficialità, ma, al contrario, essa implica sollecitudine e professionalità».

Andando nello specifico, Amato ha ricordato come, dopo la conclusione nel maggio del 2007 della fase diocesana del processo, «si è potuta approntare e consegnare alla Congregazione delle cause dei santi, alla fine di novembre del 2008, la cosiddetta Positio, per il primo esame dei Consultori teologi. Superato questo esame, e non possiamo prevedere i tempi precisi, la causa passerà al giudizio della Sessione ordinaria dei cardinali e dei vescovi, per giungere infine alla decisione del Santo Padre per il decreto di Venerabilità». Anche il «presunto miracolo», ha ancora precisato Amato, «viene sottoposto a una accurata procedura, che prevede i seguenti passaggi: parere di due periti medici, esame collegiale della Consulta medica, esame dei teologi e sessione ordinaria dei cardinali e dei vescovi. Il risultato viene riferito al Santo Padre per la sua decisione finale. Concluso questo procedimento, che, ripeto, proprio per rispetto alla grandiosa figura del Servo di Dio deve essere fatto in modo particolarmente accurato, si potrà prospettare un’eventuale data per la Beatificazione».

Detto questo, ha sottolineato il prefetto, «l’interesse non solo della nobile nazione polacca, ma di tutta la Chiesa per il sollecito avanzamento della causa è condiviso anche dal Santo Padre Benedetto XVI e dalla nostra Congregazione. Per questo procediamo con comprensibile sollecitudine». Giovanni Paolo II d’altra parte «con la sua esistenza e con il magistero di Sommo Pontefice continua a illuminare la Chiesa con la sua grandezza. Ma soprattutto continua a ispirare in tutti i fedeli, soprattutto nei giovani, propositi di santità e di apostolato. L’attesa per la sua beatificazione è quindi un momento propizio per promuovere la conversione di tutti i fedeli alla Buona Novella del Vangelo di Gesù».

Salvatore Mazza

Fonte: www.avvenire.it

noicattolici.it : portale cattolico italiano

Benedetto XVI parla a un gruppo di bambini: nella Prima Comunione, l`importante è Gesù, non la festa -  


Incontrando questa domenica un gruppo di bambini che si preparano a ricevere la Prima Comunione, Benedetto XVI ha detto loro sorridendo che la cosa importante è ricevere Gesù nel cuore, non la festa o il pranzo.

Al termine della sua visita alla parrocchia del Santo Volto di Gesù alla Magliana, dove molte famiglie - tra cui non mancano gli immigrati - sperimentano duramente gli effetti della crisi, il Pontefice ha voluto rivolgersi ai più piccoli.

"Cari bambini, innanzitutto una buona domenica! Sono felice di essere con voi, anche se il tempo è brutto e ci siamo alzati oggi un'ora prima...", ha detto riferendosi all'arrivo dell'ora legale nella notte tra sabato e domenica.

"Sento che vi preparate alla Prima Comunione, all'incontro con Gesù... naturalmente, buone feste per la Prima Comunione", ha detto loro.

"Il centro non è il pranzo, ma il centro sarà Gesù stesso - ha sottolineato -. Poi anche il pranzo può essere buono...Auguri a tutti voi! Pregate per me, io prego per voi!".

ROMA, domenica, 29 marzo 2009 (ZENIT.org).-



ll cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, è nato a Salerno nel 1932. Ordinato sacerdote nel 1957, ha conseguito la laurea in Diritto canonico. È entrato nella diplomazia vaticana nel 1962 ed ha lavorato nelle Nunziature di Nicaragua, Filippine, Libano, Canada e Brasile. Nel settembre 1980 è stato promosso arcivescovo e pro-nunzio in Thailandia, delegato apostolico in Singapore, Malaysia, Laos e Brunei, e ha ricevuto l'ordinazione episcopale dal cardinale Agostino Casaroli. Nel 1986 diviene osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York. In questa veste ha partecipato attivamente alle maggiori Conferenze internazionali promosse dall'Onu. Nell’ottobre 2002 è stato chiamato da Giovanni Paolo II a guidare il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ed è stato creato cardinale nel concistoro del 21 ottobre 2003.

L’intervista di Martino su Gaza:

ISRAELE/ Card. Martino: raccogliamo i frutti dell’egoismo. L’unica speranza è il dialogo
INT.
Renato Raffaele Martino

mercoledì 7 gennaio 2009



Mentre il conflitto tra Israele e Hamas va avanti con rinnovata ostilità, il Papa è tornato ad invocare il dialogo come unica strada possibile per costruire la pace in Terra Santa. Secondo il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, la soluzione più ragionevole rimane quella del dialogo tra israeliani e palestinesi. Essi sono fratelli, figli della stessa terra. Purtroppo «nessuno vede l’interesse dell’altro. Ma le conseguenze dell’egoismo sono l’odio per l’altro, la povertà e l’ingiustizia. E a pagare sono sempre le popolazioni inermi. Impariamo dall’Iraq».



Eminenza, nella sua omelia del 1° gennaio Benedetto XVI ha affermato che la vera pace è “opera della giustizia” e che «anche la violenza, l’odio e la sfiducia sono forme di povertà – forse le più tremende – da combattere». Perché il dialogo è l’unica condizione della pace?



L’alternativa al dialogo è solamente il ricorso alla forza e alla violenza. Ma la violenza non risolve i problemi e la storia è piena di conferme. L’ultimo esempio è quello della guerra in Iraq. Cosa ha risolto? Ha complicato le cose. La diplomazia della Santa Sede sapeva bene che Saddam era pronto ad accettare le richieste delle Nazioni Unite. Ma non si è voluto aspettare. In Terra Santa vediamo un eccidio continuo dove la stragrande maggioranza non c’entra nulla ma paga l’odio di pochi con la vita. Abbiamo appena celebrato i trent’anni della mediazione tra Cile e Argentina, di cui la Santa sede a suo tempo fu grande promotrice. Quello è stato un frutto del dialogo.



Che cosa manca nello scenario mediorientale per intraprendere la strada del dialogo?



Un senso più acuto della dignità dell’uomo. Nessuno vede l’interesse dell’altro, ma solamente il proprio. Ma le conseguenze dell’egoismo sono l’odio per l’altro, la povertà e l’ingiustizia. A pagare sono sempre le popolazioni inermi. Guardiamo le condizioni di Gaza: assomiglia sempre più ad un grande campo di concentramento.



Eminenza, durante l’Assemblea plenaria del Consiglio Giustizia e Pace, commentando la Populorum progressio, Lei affermò «non c’è sviluppo senza un disegno su di noi e senza noi come disegno»; e che per questo lo sviluppo non è «qualcosa di facoltativo, ma un dovere da assumere». Alla luce degli ultimi avvenimenti che compiti impone questa considerazione?



Abbiamo appena celebrato i quarant’anni della stupenda enciclica di Paolo VI Populorum progressio, dove Paolo VI ha detto che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Benedetto XVI non ha mancato di richiamarlo nel suo Messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace. Se si vuole costruire la pace occorre favorire lo sviluppo, non solo lo sviluppo dei paesi ma quello personale, di ogni uomo. La stessa assistenza alle nazioni in via di sviluppo non può essere un’elemosina, ma dev’essere un partenariato, un aiuto a far divenire tutti protagonisti del proprio sviluppo. Solo così l’aiuto a tutti può diventare aiuto allo sviluppo di ciascuno. Questo vale naturalmente anche e soprattutto per il Medio Oriente.



Come interroga la coscienza di un cristiano quello che accade in Terra Santa? Come mai questa terra, molto più di altre, appare lontana dalla pace e ogni tentativo di raggiungerla sembra frustrato in partenza?



Non siamo solamente noi cristiani a chiamarla Terra Santa, ma anche ebrei e i musulmani. E sembra una disdetta che proprio questa terra debba essere il teatro di tanto sangue. Ma occorre una volontà da tutte e due le parti, perché tutte e due sono colpevoli. Israeliani e palestinesi sono figli della stessa terra e bisogna separarli, come si farebbe con due fratelli. Ma questa è una categoria che il “mondo”, purtroppo, non comprende. Se non riescono a mettersi d’accordo, allora qualcun altro deve sentire il dovere di farlo. Il mondo non può stare a guardare senza far nulla.



Nonostante le continue esortazioni delle diplomazie, prevale una sensazione generalizzata di impotenza.



Si mandano missioni di pace in tutto il mondo, lì si sono fatte tante proposte ma i veti hanno sempre prevalso. Ora ho sentito che anche il presidente Bush ha cominciato a pensare che forse una missione di pace sarebbe auspicabile. Per cominciare sarebbe una misura efficace. Se venisse la pace tra palestinesi e israeliani, sarebbe un beneficio inestimabile per tutto il Medio oriente.



Quale compito spetta ai cristiani in quella terra martoriata?



Testimoniare la loro unità. In tutto il Medio Oriente i cristiani stanno perdendo la speranza e hanno cominciato ad andarsene, soprattutto dall’Iraq. Quando ero a New York, alle Nazioni Unite, ho incontrato moltissimi rifugiati negli Usa che mi dicevano: che futuro potevo io assicurare ai miei figli? È un grido di dolore al quale è difficile dare una risposta. Lo può fare solo la speranza che viene dalla fede. Ma al mondo questo non importa e sta a guardare.



I cristiani, ai quali quella terra appartiene al pari di ebrei e musulmani, pagano un prezzo alto ma silenzioso. Perché?




Ogni anno sono troppi i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i missionari, i laici che perdono la vita nell’esercizio della missione più cristiana di tutte, quella di aiutare i sofferenti e i bisognosi. Perché i cristiani alla fine soffrono più degli altri? Per l’apertura del cristianesimo a considerare tutti come fratelli, mentre l’estremismo islamico non ammette né conversioni né altra religione che la propria. E questo è fonte di inimicizie e violenza.





A Gaza il Vaticano alza bandiera bianca

Hamas nega a Israele il diritto di esistere. Ma per la diplomazia pontificia lo stato ebraico sbaglia a difendere con le armi la propria vita. Il Custode della Terra Santa svela le ragioni che sottostanno alla politica della Chiesa nel Vicino Oriente

di Sandro Magister



ROMA, 4 gennaio 2009 – Nei giorni delle festività natalizie Benedetto XVI è intervenuto più volte contro la guerra che ha per epicentro Gaza.

Ma le sue parole sono cadute nel vuoto. Insuccesso non nuovo per le autorità della Santa Sede, ogni volta che si confrontano con la questione di Israele.

In più di tre anni di pontificato, Benedetto XVI ha innovato in ciò che riguarda i rapporti tra le due fedi, la cristiana e l'ebraica. Ha innovato anche a rischio di incomprensioni e contrarietà, sia tra i cattolici sia tra gli ebrei.

Ma nel frattempo poco o nulla sembra essere cambiato nella politica vaticana nei confronti di Israele.

La sola variante, marginale, è negli accenti. Fino a un paio d'anni fa, con il cardinale Angelo Sodano segretario di stato e con Mario Agnes direttore dell'"Osservatore Romano", le critiche a Israele erano incessanti, pesanti, a tratti sfrontate. Oggi non più. Col cardinale Tarcisio Bertone la segreteria di stato ha ammorbidito i toni e sotto la direzione di Giovanni Maria Vian "L'Osservatore Romano" ha cessato di lanciare invettive e ha allargato gli spazi del dibattito religioso e culturale.

Ma la politica generale è rimasta la stessa. Di certo le autorità della Chiesa cattolica non difendono l’esistenza di Israele – che i suoi nemici vogliono annientare ed è la vera, ultima posta in gioco del conflitto – con la stessa esplicita, fortissima determinazione con cui alzano la voce in difesa dei principi “innegoziabili” riguardanti la vita umana.

Lo si è visto nei giorni scorsi. Le autorità della Chiesa e lo stesso Benedetto XVI hanno levato la loro voce di condanna contro "la massiccia violenza scoppiata nella striscia di Gaza in risposta ad altra violenza" solo dopo che Israele ha iniziato a bombardare in quel territorio le postazioni del movimento terroristico Hamas. Non prima. Non quando Hamas consolidava il suo dominio feroce su Gaza, massacrava i musulmani fedeli al presidente Abu Mazen, umiliava le minuscole comunità cristiane, lanciava ogni giorno missili contro le popolazioni israeliane dell'area circostante.

Nei confronti di Hamas e della sua ostentata "missione" di cancellare lo stato ebraico dalla faccia della terra, di Hamas come avamposto delle mire egemoniche dell'Iran nel Vicino Oriente, di Hamas come alleato di Hezbollah e della Siria, le autorità vaticane non hanno mai acceso l'allarme rosso. Non hanno mai mostrato di giudicare Hamas un rischio mortale per Israele, un ostacolo alla nascita di uno stato palestinese, oltre che un incubo per i regimi arabi dell'area, dall'Egitto alla Giordania all'Arabia Saudita.

Su "L'Osservatore Romano" del 29-30 dicembre, in un commento di prima pagina firmato da Luca M. Possati e controllato parola per parola dalla segreteria di stato vaticana, si è sostenuto che "per lo stato ebraico la sola idea di sicurezza possibile deve passare attraverso il dialogo con tutti, persino per chi non lo riconosce". Leggi: Hamas.

E sullo stesso numero del giornale vaticano – in una dichiarazione anch'essa concordata con la segreteria di stato – il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, dopo aver deplorato la "sproporzionata" reazione militare di Israele, ribadiva lo stesso concetto: "Dobbiamo avere l'umiltà di sederci attorno a un tavolo e di ascoltarci l'uno con l'altro". Non una parola su Hamas e sul suo pregiudiziale rifiuto di accettare la stessa esistenza di Israele.

Nessun rilievo, invece, ha dato "L'Osservatore Romano" alle contemporanee dichiarazioni del capo del governo della Germania, Angela Merkel, secondo cui "è un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio" e la responsabilità dell’attacco israeliano a Gaza è "chiaramente ed esclusivamente" di Hamas.

Affermando ciò, il cancelliere tedesco ha rotto il coro di deplorazione che si è levato puntualmente anche questa volta da molte cancellerie – e dal Vaticano – dopo che Israele aveva esercitato con le armi il suo diritto all'autodifesa. In Italia, l'esperto di geopolitica che più ha dato risalto alla presa di posizione di Angela Merkel, sul quotidiano "La Stampa", è stato Vittorio E. Parsi, professore di politica internazionale all'Università Cattolica di Milano e fino a pochi mesi fa commentatore di punta di "Avvenire", il giornale della conferenza episcopale italiana. Su "Avvenire", Parsi aveva scritto due anni fa, all'epoca della guerra in Libano, un editoriale dal titolo "Le ragioni di Israele", nel quale diceva:

"L'amara realtà è che, nella regione mediorientale, la presenza di Israele è ritenuta 'provvisoria', e la garanzia della sopravvivenza dello stato ebraico è riposta – per quanto sia amaro dirlo – nella sua superiorità militare".

Il problema è che la "provvisorietà" dello stato di Israele è pensiero condiviso da una parte significativa della Chiesa cattolica. Ed è questo pensiero a influire sulla politica vaticana nel Vicino Oriente, a bloccarla su vecchie opzioni prive di efficacia e a impedirle di afferrare le novità che pur sono divenute evidenti in questi giorni, tra le quali la crescente, fortissima avversione ad Hamas dei principali regimi arabi e degli stessi palestinesi dei Territori, oggettivamente più vicini oggi alle ragioni di Israele di quanto non lo sia il Vaticano.


* * *

Sul concetto della "provvisorietà" di Israele e sul suo influsso nella Chiesa cattolica è illuminante un libro-intervista uscito in questi giorni in Italia con il Custode della Terra Santa, il francescano Pierbattista Pizzaballa.

Padre Pizzaballa, in carica dal 2004, è assieme al nunzio e al patriarca latino di Gerusalemme uno dei più autorevoli rappresentanti della Chiesa cattolica in Israele. Ed è anche quello che si esprime con più libertà.

Ebbene, premesso che i cristiani in Terra Santa sono oggi solo l'1 per cento della popolazione e sono quasi tutti palestinesi, padre Pizzaballa ricorda che "i cristiani sono stati protagonisti fino a pochi decenni fa delle cosiddette lotte risorgimentali arabe" in Palestina, in Libano, nella Siria. Oggi essi "non contano più nulla, politicamente, nel conflitto israelo-palestinese", dove hanno molto più peso le componenti islamiste. I cristiani hanno però conservato quel "rifiuto ad accettare Israele" che persiste in una larga parte del mondo arabo.

Una prova di questo rifiuto, aggiunge Pizzaballa, è stata l'opposizione agli accordi fondamentali e allo scambio di rappresentanze diplomatiche stabiliti nel 1993 tra la Santa Sede e lo stato d'Israele:

"Non è stato facile per la Chiesa locale accettare la svolta. Il mondo cristiano di Terra Santa è prevalentemente arabo-palestinese, quindi non era così scontato il consenso. E questo rende il gesto della Santa Sede ancor più coraggioso. Ricordo molto bene i problemi che ci furono, le paure, i commenti che non erano affatto entusiastici. Sembrava quasi un tradimento delle ragioni dei palestinesi, perché da parte palestinese si è sempre vista la storia di Israele come la negazione delle proprie ragioni".

E ancora:

"Nel febbraio 2000 c'è stato l'accordo della Santa Sede anche con l'Autorità Palestinese, che ha un po' calmato quella paura".

Ma un'idea di fondo è rimasta:

"Quando si dice che se Israele non ci fosse non ci sarebbero tutti questi problemi, sembra quasi che Israele sia la fonte di tutti i mali del Medio Oriente. Non credo che sia così. È un dato di fatto, comunque, che Israele non è ancora stato accettato dalla stragrande maggioranza dei paesi arabi".

* * *

Se Israele non ci fosse, o se comunque non agisse come agisce... Va tenuto conto che simili pensieri corrono non soltanto tra i cristiani arabi, ma anche tra esponenti di rilievo della Chiesa cattolica che vivono fuori della Terra Santa e a Roma.

Uno di questi, ad esempio, è il gesuita Samir Khalil Samir, egiziano di nascita, islamologo tra i più ascoltati in Vaticano, che in un suo "decalogo" di due anni fa per la pace in Medio Oriente ha scritto:

"La radice del problema israelo-palestinese non è religiosa né etnica; è puramente politica. Il problema risale alla creazione dello stato d’Israele e alla spartizione della Palestina nel 1948 – a seguito della persecuzione organizzata sistematicamente contro gli ebrei – decisa dalle grandi potenze senza tener conto delle popolazioni presenti in Terra Santa. È questa la causa reale di tutte le guerre che ne sono seguite. Per porre rimedio a una grave ingiustizia commessa in Europa contro un terzo della popolazione ebrea mondiale, la stessa Europa, appoggiata dalle altre nazioni più potenti, ha deciso e ha commesso una nuova ingiustizia contro la popolazione palestinese, innocente rispetto al martirio degli ebrei".

Detto questo, padre Samir sostiene comunque che l'esistenza di Israele è oggi un dato di fatto che non può essere rifiutato, indipendentemente dal suo peccato d'origine. Ed è questa anche la posizione ufficiale della Santa Sede, da tempo favorevole ai due stati israeliano e palestinese.

In subordine all'accettazione di Israele, permane tuttavia, in Vaticano, una ulteriore riserva. Non sull'esistenza dello stato, ma sui suoi atti. Tale riserva è espressa nelle forme e nelle occasioni più varie e consiste nel ripetere, ogni volta che scoppia un conflitto, il giudizio che gli arabi sono vittime e gli israeliani oppressori. Anche il terrorismo islamista è ricondotto a questa causa di fondo:

"Molti problemi attribuiti oggi quasi esclusivamente alle differenze culturali e religiose trovano la loro origine in innumerevoli ingiustizie economiche e sociali. Ciò è vero anche nella complessa vicenda del popolo palestinese. Nella Striscia di Gaza da decenni la dignità dell'uomo viene calpestata; l'odio e il fondamentalismo omicida trovano alimento".

Ad esprimersi così – ultimo tra le autorità vaticane – è stato il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace, in un'intervista a "L'Osservatore Romano" del 1 gennaio 2009.

Non una parola sul fatto che Israele si è ritirato da Gaza nell'estate del 2005 e che Hamas vi ha preso il potere con la forza nel giugno del 2007.

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