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Il caso. Medjugorje, l’impegno del Papa a «tutelare» i fedeli
Giacomo Gambassi venerdì 3 marzo 2017

Al via la missione dell'inviato speciale di Francesco. Il mariologo Perrella: così Bergoglio vuole evitare strumentalizzazioni. Le parole del vescovo di Mostar-Duvno, Peric, sulle presunte apparizioni



Fedeli in preghiera nella parrocchia di Medjugorje (Ap)

È iniziata in questi giorni a Medjugorje la missione dell’inviato speciale di papa Francesco, l’arcivescovo polacco Henryk Hoser. Non entrerà nel merito delle presunte apparizioni della Vergine che sei ragazzi (oggi adulti) affermano di vedere dal 1981 e che viene chiamata con il titolo di “Regina della pace”. Il suo incarico avrà soltanto un carattere pastorale. «Il Papa ha il dovere di proteggere la pietà popolare e la fede delle folle che si recano nella cittadina della Bosnia ed Erzegovina, di preservarle e di educarle. Tutto ciò è al centro dell’impegno dell’arcivescovo Hoser», spiega padre Salvatore Maria Perrella, preside della Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma.


Il cammino cristiano

L' omosessualità
dal punto di vista cristiano

Siamo oggi sottoposti, in ogni ambiente, ad un intenso battage teso a far sì che anche nella chiesa cristiana si accetti ed si approvi l’omosessualità come uno stile di vita e una preferenza sessuale al pari di ogni altra. Coloro che, su base morale o religiosa, vi si oppongono, vengono di solito dipinti come ignoranti bigotti e razzisti, degli "omofobi", portatori di pregiudizi superati.

Sebbene sia vero che nel mondo sono esistite ed esistono persone che odiano gli omosessuali, ogni cristiano che sia veramente tale non odia gli omosessuali così come non odia nessun'altra persona. Secondo gli insegnamenti di Cristo non è mai ammissibile la derisione, la calunnia, la violenza o l’odio né verso l’omosessuale, né verso chiunque altro.

Sebbene un cristiano debba trattare l’omosessuale come ogni altra persona, egli deve anche essere biblicamente onesto con lui.


Il modello stabilito da Dio

Ai primordi dell’umanità, Dio crea un uomo ed una donna. Non crea due uomini, o due donne. La creazione di un uomo e di una donna per essere marito e moglie è il modello o paradigma di base di ogni rapporto approvato da Dio e secondo natura.

Gesù stesso cita questo modello (Genesi 2:24) quando spiega che poligamia e divorzio sono condannati da Dio, poiché Egli disapprova i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio monogamo ed eterosessuale - quindi anche i rapporti omosessuali, l’adulterio, e così via.

Nell'Antico Testamento, Dio dice al suo popolo: “Non avrai relazioni carnali con un uomo, come si hanno con una donna” (Lev. 18:22).

Il Nuovo Testamento conferma: “Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, poiché anche le loro donne hanno mutato la relazione naturale in quella che è contro natura. Nello stesso modo gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri, commettendo atti indecenti uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa dovuta al loro traviamento” (Romani 1:24-28).

Un passo particolarmente esplicito è 1 Corinzi 6:10: “Non v'ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio.”

Quanto è meraviglioso constatare però che il verso che segue subito dopo, mette in evidenza la possibilità e la grazia che è offerta a chiunque chiede al Signore di cambiare la propria vita. Il verso 11 continua: “E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo...”


Scelta o tendenza?

Vorrei discutere brevemente la questione della differenza fra atto ed orientamento. Molti omosessuali dicono: “Io sono nato omosessuale – Dio mi ha fatto così. Quindi, i miei pensieri, desideri, e stile di vita, devono essere riconosciuti”. Se vi sono delle persone che nascono con una predisposizione verso il comportamento omosessuale questo, davanti a Dio, non ne giustifica la pratica.

Tutti gli esseri umani nascono con una disposizione al peccato. Il primo uomo, Adamo, fu il capostipite della razza umana. Da quando egli preferì il peccato a Dio, ogni persona, ogni suo discendente, nasce con quella stessa propensione. È sbagliato dire: “Dio mi ha creato così”, perché il peccato non ha preso origine da Dio, ma dall’uomo.

Il fatto che ogni essere umano nasca con un orientamento o propensione a fare ciò che agli occhi di Dio è sbagliato, non giustifica quei desideri o comportamenti. La Bibbia dice che tutti nascono bugiardi (Salmo 58:3), eppure essa dice che la menzogna è un peccato (Esodo 20:16; Deuteronomio 5:20), e che i bugiardi non entreranno nel regno di Dio (Apocalisse 21:27).
L’argomentazione che la tendenza all’omosessualità la renda in qualche modo accettabile a Dio, potrebbe essere usata per giustificare qualsiasi altro comportamento. Questo ragionamento distrugge la responsabilità personale e priva di significato ogni comandamento di Dio. Tutti dovranno rendere conto di sé stessi a Dio per ogni loro pensiero, parola ed azione, indipendentemente dal loro “orientamento” di fondo. Accusare Dio di avere impresso in noi una certa tendenza e che per questo sia inevitabile, potrà forse far sentire meglio qualcuno, ma non reggerà di fronte al giudizio di Dio (1 Corinzi 6:9-10; Apocalisse 21:27).

La Bibbia, inoltre, dice chiaramente che Dio non tenta l’uomo. È dalle proprie passioni che uomini e donne vengono sospinti: “Nessuno, quando è tentato dica: «Io sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno. Ciascuno invece è tentato quando è trascinato e adescato dalla propria concupiscenza. Poi quando la concupiscenza ha concepito, partorisce il peccato e il peccato, quando è consumato, genera la morte” (Giacomo 1:13-15).

Alcuni sostengono che certi sentimenti o desideri sono innati, inevitabili, e quindi non peccaminosi. Certamente, essere tentati non è peccato (Gesù fu tentato come noi, eppure non commise peccato; v. Ebrei 2:18). Ciò che è peccato è quando una persona coltiva ciò a cui è tentata, fantastica e fa piani su come realizzare quel comportamento. La Bibbia chiaramente insegna che peccato non è solo commettere di fatto ciò che Dio proibisce, ma pure avere desideri e pensieri immorali. Come ebbe a dire Martin Lutero: “Non posso impedire agli uccelli di volarmi sopra la testa, ma posso far in modo che non nidifichino tra i miei capelli!”

Gesù Cristo chiama peccato anche il solo bramare rapporti sessuali illeciti (Matteo 5:27-29). Egli dice che quando un uomo guarda una donna desiderandola, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (verso 5:28). L’idea di condannare solo l’atto esteriore, ma non la bramosia interiore, era una dottrina farisaica che Cristo disapprova fermamente (Matteo 5:21,22; 15:19,20).

Quando il profeta Isaia dice: “Lasci l'empio la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni all'Eterno che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7), intende che il ravvedimento implica anche i pensieri. Dato che la Bibbia condanna i desideri illeciti insieme agli atti illeciti, non può esistere alcun “omosessuale cristiano” come non può esistere un bugiardo cristiano o un adultero cristiano che non sia cristiano solo di nome. Si può dire di credere in Dio, ma essere cristiani significa anche obbedire a Dio, non soltanto credere.

“Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni... Poi venite, e discutiamo, dice il Signore: Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana” (Isaia 1:16-18).


Omosessuali si nasce o si diventa?

Ciascuna delle 300 milioni di cellule che compongono il nostro corpo contiene dei cromosomi nei quali c'è scritto, o "maschio" (XY) oppure "femmina" (XX). A eccezione di rarissime anomalie cromosomiche, questo dato è fisso e inalterabile. Non c'è nulla di più tragico del cosiddetto "transessuale" - peggio ancora, chi si è fatto fare un intervento chirurgico irreversibile per apparire femmina, quando per la natura e per Dio rimane irrevocabilmente maschio, o viceversa.
Alcuni hanno ipotizzato che certi fattori biologici come la concentrazione di ormoni possano determinare gli orientamenti sessuali, ma queste idee non hanno trovato conferma.

La teoria che "si nasce omosessuali", se da una parte serve ad anestetizzare la coscienza di chi vuole restare così, dall'altra distrugge la speranza di chi vuole uscirne. Esistono moltissime testimonianze di persone che, a un certo punto della loro vita, hanno cercato e trovato liberazione da quella che consideravano, per sentito dire, una condizione irreversibile, e che oggi vivono con gioia la loro vita.

Lo psicoterapeuta Joseph Nicolosi scrive: “Nasciamo tutti eterosessuali, però sappiamo quanto l'immagine che abbiamo di noi stessi influenzi il nostro comportamento e, naturalmente, ciò vale in particolare per i giovani. Ora qualcuno obietterà: «Già nell'antica Grecia c'erano omosessuali...» Sbagliato. C'erano persone con un comportamento omosessuale, ma non erano «nati omosessuali». L'idea dell'identità omosessuale risale solo a circa cento anni fa. Si tratta di un concetto politico, che si sottrae ad ogni fondamento psicologico. Colin Cook, un ex-omosessuale, descrisse così questo fatto: «La nostra eterosessualità giace sepolta sotto mille paure»”.


L'attrazione omosessuale nel bambino e nell'adolescente

Alcune ragioni per cui ritengo che l'omosessualità inizi nell'infanzia sono le seguenti:

1) Esperienze omosessuali di qualsiasi sorta non volute (o accettate innocentemente senza sapere di che si trattassero) avute durante l'infanzia o l'adolescenza.

Coloro che hanno avuto queste esperienze sentiranno facilmente delle attrazioni (anche combattute e non volute) nei confronti di altri del proprio sesso. Questo perché volendo o non volendo (ad esempio in caso di abusi) hanno stabilito dei legami affettivi con il proprio sesso nella sfera della sessualità.
Spesso queste persone vivranno estremamente male la propria sessualità e potranno anche addentrarsi in forme peggiori di rapporti omosessuali.

Cosa puoi fare:
- Capisci e rifletti con calma su quello che è successo in passato per portarti fino a oggi.
- In preghiera perdona le persone che ti hanno coinvolto permettendo a Dio di mostrarti il Suo amore per te e la Sua volontà di guarirti dentro da tutto ciò che ti ha portato a oggi.
- Chiedi perdono a Dio per tutto ciò che hai capito di aver commesso.
- Prega per la guarigione nel nome di Gesù sapendo che è Sua volontà che tu guarisca dalle sofferenze che hai dentro.
- Inizia la tua nuova vita quando senza più odio o rancore guardi il tuo passato con la certezza della tua guarigione interiore o del percorso per arrivare alla guarigione completa. Agli occhi di Dio il tuo passato è cancellato e i tuoi peccati non esistono più.
- Abbandona l'omosessualità sapendo che non sei "destinato" ad essere omosessuale. Continua a chiedere a Cristo di essere vicino a te e di aiutarti ad iniziare una nuova esperienza libera da ogni legame.
- Non arrenderti mai, anche se ricadi, prega e rialzati.

2) Identificazione sin dall'infanzia nell'altro sesso.

Classicamente i maschi appartenenti a questo gruppo vengono chiamati "effeminati". Ci sono infinite possibilità perché questo avvenga, ad esempio:

- I genitori volevano una femmina, invece è nato un maschio e quindi lo hanno trattato sempre come una femmina o viceversa.
- Per un qualche gusto in comune con il sesso opposto la frequentazione si è poi sviluppata in una socializzazione sempre maggiore fino ad arrivare ad identificarsi col gruppo e ad acquisirne i comportamenti e i gusti.
- La figura paterna era del tutto assente dalla vita quotidiana (o perché non c'era o perché era sempre fuori), così il bambino si è identificato pienamente nella madre. Vengono ripresi anche vari gusti e atteggiamenti.

Cosa puoi fare:
- Analizza bene la strada del passato che ti ha portato da un semplice fatto di gusti o altro ad una identificazione completa portata agli eccessi di oggi.
- In preghiera chiedi a Dio di darti nel nome di Gesù una nuova vita, e di ristabilire in te un nuovo modello interiore di riferimento. Scoprirai di avere un'identità che ti era nascosta o sembrava perduta fino ad oggi.
- Non arrenderti, vincerai perché è Gesù che opera in te se lo lasci operare.


L'omosessualità in età adulta

C'è poi chi è arrivato all'omosessualità volontariamente in età adolescenziale-adulta. Anche in questo caso bisogna solo capire che la via di uscita c'è.

Cosa puoi fare:
- Capisci e analizza il tuo percorso fatto per arrivare a oggi.
- Chiedi a Dio di farti capire come Lui vede ciò che fai e che hai fatto.
- Segui gli ultimi consigli visti nel paragrafo precedente.


L'omosessualità è genetica?

Nel 1993 i media hanno diffuso la notizia che l'omosessualità è genetica perché, dissero, era stato trovato il "gene dell'omosessualità". Questa informazione apparve su prestigiosi quotidiani e riviste come Science, Time, The Wall Street Journal, The New York Times e su vari telegiornali e riviste nel mondo.

Moltissime persone dopo aver letto o sentito questa notizia molto probabilmente hanno spento la TV o chiuso il giornale con l'idea che l'omosessualità era genetica.

Vediamo i fatti:

L'autore dello studio era il genetista molecolare Dean Hamer che affermava di aver trovato il "linkage" dell'omosessualità nell'area q28 del cromosoma X per i maschi omosessuali. Con il suo studio affermava di aver dimostrato che l'omosessualità era genetica.

Pochi sanno che:
- Dean Hamer è lui stesso un gay.
- Un collegamento nei cromosomi relativo ad una caratteristica non è necessariamente genetico. Il colore degli occhi è una caratteristica puramente genetica.
- I tratti comportamentali non determinano il futuro della persona, e comunque possono essere vinti.
- Dimostrare che un tratto comportamentale non è solo biologico ma anche genetico va ben oltre le nostre capacità di ricerca data la complessità delle interazioni.
- Per fare una ricerca abbastanza seria sarebbero state necessarie almeno 8000 persone da studiare. Lo studio di Hamer è lontanissimo da questa cifra (aveva studiato solo 40 paia di gemelli).
- Quattro mesi dopo aver pubblicato lo studio di Hamer, Science si è corretta presentando l'errata interpretazione e conclusione basata sui dati ottenuti da Hamer.

L'articolo scritto in risposta ha dimostrato che i risultati dello studio di Hamer si soffermavano poco sull'evidenza scientifica. Hamer ha risposto dicendo che le sue ricerche non erano conclusive sulla correlazione tra Xq28 e la sessualità, ma che a lui "sembrava così" per alcune delle famiglie che aveva studiato.

Hamer è stato successivamente accusato dal mondo scientifico di aver fatto un uso improprio (parziale) di statistiche e citazioni.
Nel 1995 Hamer è stato indagato dall'Office of Research Integrity at the Department of Health and Human Services che lo ha accusato di aver citato solo risultati parziali dei suoi studi.

Uno studio al quale Hamer si rifaceva per dimostrare la sua conclusione era quello fatto in Canada da quattro ricercatori che sin dal 1989 avevano fatto studi sui gemelli per trovare il collegamento con l'omosessualità. Il loro studio era di gran lunga più vasto di quello di Hamer. Infatti questi ricercatori hanno concluso: "Non ci è chiaro come mai i nostri studi sono così diversi dallo studio iniziale di Hamer. Dato che il nostro studio è stato più vasto di quello di Hamer, avremmo sicuramente avuto capacità adeguate per determinare un effetto genetico così grande come è stato riportato da quello studio. Invece, i nostri dati non supportano la presenza di un gene di grande effetto da influenzare l'orientamento sessuale nella posizione Xq28" (Science, 1999).

Insomma una ricerca più vasta di quella di Hamer citata da lui stesso a suo favore, ha negato le sue conclusioni e anche il collegamento attestato da Hamer.

Il neurologo George Rice ha studiato il DNA delle 52 paia di gemelli omosessuali della ricerca citata da Hamer per vedere se i risultati di Hamer erano minimamente attendibili. Ha dovuto concludere che le loro sequenze del Xq28 non erano simili eccetto per elementi puramente casuali e non associabili.

Chiaramente la quasi totalità dei media, dopo aver annunciato che l'omosessualità era genetica non si è degnata di fare controinformazione per mostrare la verità... Forse era meno sensazionale?

L'omosessualità dunque non è genetica.

Pochi sanno che tutte le ricerche scientifiche serie hanno attestato non solo questo fatto, ma anche che chiunque può uscire dall'omosessualità. Tra questi il già citato Dr. Nicolosi, direttore dell'Associazione Nazionale Ricerca e Terapia dell'Omosessualità, ha attestato dopo 10 anni di esperienza che dall'omosessualità si può uscire (marzo 2003).

Spero di essere stato d'aiuto ai lettori e che possano trovare la vera forza in Cristo per uscire da qualsiasi problema della nostra vita.

Dio sia con voi.


Si vedano anche:
Testimonianze di due ex omosessuali
La pornografia: si può uscirne?
La sessualità e la bibbia
Quando la tolleranza diventa intollerante (link)
Qual è il messaggio del Vangelo?

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n. 13 del  28 marzo 2010 - Direttore: Antonio Sciortino

I GRANDI MAESTRI DELLO SPIRITO
"LA DIMENSIONE CONTEMPLATIVA DELLA VITA", DI CARLO MARIA MARTINI

IL RISCHIO DI CREDERE

Il testo allegato questa settimana a Famiglia Cristiana è la prima lettera pastorale scritta dal cardinale alla diocesi di Milano. E offre il rimedio profondo alle inquietudini di una società in cui il "fare" separato dall’"essere" corre il rischio di diventare causa di disordine civile e morale.



È sorprendente che la prima lettera pastorale indirizzata alla diocesi dal nuovo arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, a sei mesi dalla sua assunzione alla cattedra di sant’Ambrogio, fosse dedicata a La dimensione contemplativa della vita (1980).

Con questo scritto, uno dei più bei testi, pur nell’ampia pubblicistica che ne seguì, Martini offriva fin da subito il rimedio profondo alle inquietudini di una società in cui il "fare" separato dall’"essere"
corre il rischio di diventare causa di disordine civile e morale. Non per nulla il sottotitolo della lettera suona: Verso una esistenza ordinata. «Questo discorso sulla dimensione contemplativa della vita», scrive Martini, «si dirige a ogni uomo e donna che intenda condurre un’esistenza ordinata e sottrarsi a quella frattura tra lavoro e persona che minaccia oggi un poco tutti».


Il cardinale Carlo Maria Martini (nato a Torino il 15 febbraio 1927)
in un momento di preghiera (foto Ansa).


È un "ritorno alle radici", alla preghiera silenziosa quello a cui il nuovo arcivescovo chiamava ogni persona della diocesi lombarda, un richiamo che oggi, a trent’anni di distanza, torna, più attuale che mai e al di là di ogni confine, non «per diminuire l’impegno ma per renderlo più cosciente e attuale». Sulla condizione umana, individuale e pubblica, dell’uomo di oggi di fronte all’impegno della contemplazione e della preghiera, ho interrogato il cardinale.

La prima riflessione nasce dalle parole che chiudono il suo libro: «Ti chiediamo, Signore, di imprimere nel nostro cuore quella forza… che permetterà a noi di guardare con coraggio i rischi della nostra esistenza quotidiana». La condizione umana è una condizione di rischio. Dio stesso non è forse, per l’uomo, parte di questo rischio?

«La vita umana è rischio: chi non rischia non vive. La vita è fondata sull’amicizia e sulla collaborazione: ma tutto ciò va rischiato. Non possiamo avere la prova matematica che questo o quella saranno buoni collaboratori. Non possiamo neppure pretendere di avere la certezza matematica che ciò che mangiamo non contenga veleno. La vita è fiducia e il rischio è parte della fiducia. Perciò anche chi crede in Dio rischia la sua fiducia nella bontà del Signore. È un rischio "ragionevole", ma sempre un rischio».

La contemplazione non può essere vista come un rifugio, un allontanamento dall’assumere il rischio quotidiano?


«La contemplazione può divenire un rifugio per l’uomo pigro. Perciò è necessario che la contemplazione, momento necessario per un’azione incisiva, sia seguita dai fatti».

L’uomo è spesso fragile, precario, elementare: non è troppo alto lo stato spirituale richiesto per la contemplazione e, a volte, perfino per la preghiera?


«L’uomo è chiamato continuamente a superarsi. Come diceva Pascal: "L’uomo supera infinitamente l’uomo". Perciò bisogna saper stare in silenzio e contemplare, avvicinandosi ogni giorno di più alla meta. Non è tanto importante raggiungere un alto stato di preghiera, ma di tendervi con tutte le forze».

La preghiera più umile, per le piccole e grandi grazie, è in genere più per il corpo che per lo spirito. I Vangeli sono pieni di queste preghiere che Gesù esaudisce. L’uomo è carne: come non rimanere carne anche nel nostro rapporto con Dio?



«Preghiamo anche per le necessità materiali, che però sono simbolo e segno di più grandi nostre necessità. Sono queste che chiediamo incessantemente. Gesù nel Padre nostro ci fa chiedere anche il pane. Egli poi sa quale è in quel singolo momento ciò di cui abbiamo più bisogno».

Non crede che nella società moderna ci sia una inattualità del monoteismo per cui l’uomo di oggi, anche il cristiano, stenta a rivolgersi al Dio delle Scritture che sente più lontano del Cristo, di Maria, dei santi?



«Un rigido monoteismo non rende, a mio avviso, ragione del mistero della Trinità, che è il modo con cui si rivela il Dio cristiano. Il secondo millennio è stato caratterizzato da questa tensione verso l’unità. Occorre moderarla e inserirla in una visione plurale e aperta».

Interessante e perfino sorprendente la "tensione" che lei auspica tra la vita contemplativa e la morale politica. Non le sembra un’utopia specie nell’odierna situazione della vita politica?



«Questa tensione tra contemplazione e politica è di tutti i tempi. Ma vi sono tempi, e il nostro mi pare che lo sia, in cui tutto sembra avvolto da una fitta nebbia. Beato colui che capirà almeno quale è il passo successivo!».



Ferruccio Parazzoli

RIMINI – MEETING RIMINI 1980-2009
IL CALENDARIO DEGLI INCONTRI DA NON PERDERE

LA CONOSCENZA È SEMPRE
UN AVVENIMENTO


La mostra su sant’Agostino. La testimonianza di Harry Wu, prigioniero nei lager cinesi. Il concerto di Enzo Jannacci.

Le mostre sono senz’altro il fiore all’occhiello del Meeting e le visite guidate, condotte dai volontari, si susseguono con continuità dal mattino fino a sera inoltrata, diventando un vero e proprio luogo di incontri, approfondimenti, amicizie. Mentre nelle varie sale si sussegue il fitto calendario di incontri, con gli ospiti del Meeting si visitano le mostre e nel Villaggio dei ragazzi si susseguono i tornei di calcio, volley, basket per i più grandi, giochi e intrattenimento per i più piccini.

Nel sito www.meetingrimini.org trovate il calendario completo di tutto quanto accade al Meeting dal 23 al 29 agosto. Noi vi segnaliamo qui di seguito una nostra personale selezione di mostre e incontri da non perdere.

Innanzitutto sul tema del Meeting "La conoscenza è sempre un avvenimento" la mostra Sant’Agostino. Si conosce solo ciò che si ama sarà un’autentica sorpresa sia perché le visite saranno guidate dagli stessi monaci agostiniani, sia perché per l’occasione è stata riprodotta in scala reale l’arca marmorea di sant’Agostino custodita nella chiesa di San Pietro in ciel d’oro a Pavia.

Nell’anno galileiano, la mostra Cose mai viste. Galileo, fascino e travaglio di un nuovo sguardo sul mondo consentirà al visitatore di sperimentare, attraverso simulazioni e modelli, cosa significò nell’anno 1609 vedere per la prima volta il cielo attraverso un cannocchiale.

Se volete conoscere il "Leonardo da Vinci" russo, uomo, sacerdote, filosofo, scienziato e padre di famiglia fucilato nel 1937 nei lager sovietici, visitate la mostra Nulla va perduto. L’esperienza di Pavel Florenskij. Padre Aldo Trento, da vent’anni missionario della Fraternità San Carlo in Paraguay, domenica 23 agosto presenterà la mostra Una vita felice per Dio e per il re. L’avventura quotidiana delle riduzioni in Paraguay. La risurrezione del quartiere Sanità a Napoli sarà documentata dalla mostra Napoli. Nessun dono di grazia più vi manca attraverso incontri, storie e canzoni.




Per i più piccoli al Villaggio dei ragazzi attività sportive e creati.



Incontri, testimonianze, spettacoli

Domenica 23 agosto Harry Wu, dopo vent’anni di prigionia nei lager cinesi (i terribili laogai) presenterà il suo libro Controrivoluzionario (edizioni San Paolo) e parlerà della Cina dai fatti di Tienanmen a oggi. Sul tema dei conflitti dimenticati in Africa il ministro degli Esteri Franco Frattini incontrerà capi di Stato e primi ministri di Sierra Leone, Kenya ed Etiopia. Lo psicoanalista Claudio Risè introduce il suo ultimo libro La crisi del dono (San Paolo). In serata lo spettacolo teatrale Miguel Manara di Oscar Milosz racconta la parabola del Dongiovanni spagnolo che si converte. Lunedì 24 agosto Cleuza Ramos e Marcos Zerbini parleranno di sussidiarietà e sviluppo in America latina; in serata, incontro-concerto con Ennio Morricone e le sue ultime composizioni.

Martedì 25 agosto Asfa Mahmou, presidente della casa della cultura islamica di Milano, e Souad Sbai, deputato al Parlamento italiano, tratteranno il tema del dialogo tra islam e Occidente. Monsignor Massimo Camisasca presenterà il suo saggio: Don Giussani. La sua esperienza del mondo, dell’uomo, di Dio (edizioni San Paolo). Rose Busingye, responsabile del centro di accoglienza di Kampala, parla di Aids in Africa come problema culturale. A conclusione dell’anno paolino Julián Carrón, presidente di Comunione e liberazione, tiene una lezione su "Avvenimento e ragione in san Paolo". In serata concerto negro spiritual con i Mnogaja leta Quartet.

Mercoledì 26 agosto monsignor Antonio Marìa Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, tratta il tema "Chiesa, società e politica"; in serata grande concerto di Enzo Jannacci.

Giovedì 27 agosto Tony Blair è atteso a parlare sul tema "Persona comunità e Stato"; in serata il musicista David Horowitz eseguirà le canzoni di Claudio Chieffo interpretate dai figli del cantautore scomparso.

Venerdì 28 agosto Enrico Letta e Giulio Tremonti interverranno sul tema "Oltre la crisi"; Mario Mauro, deputato del Parlamento europeo, parlerà dei cristiani perseguitati con alcuni rappresentanti delle minoranze in Pakistan e Irak; a chiusura del Meeting, sabato 29 agosto il presidente del Senato Renato Schifani interverrà sul tema "L’Italia al cuore dell’Europa".


Alfredo Tradigo

2 Agosto 2009
INTERVISTA
Bagnasco: «Ru486, così prevale
il diritto del più forte»

«Ho provato tristezza, amarezza, preoccupazione. Penso che questa decisione rappresenti una discesa di civiltà per il nostro Paese». Il commento del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al via libera dell’Agenzia del farmaco per la pillola abortiva Ru486 esprime anzitutto un dolore profondo, anche per qualche quotidiano che ieri mattina s’è maldestramente fatto beffe del Papa (Secolo XIX e Stampa in testa). Ma le riflessioni del presidente della Cei e arcivescovo di Genova vanno ben oltre queste miserie, e recano al dibattito sull’aborto chimico argomenti pacati quanto fermi.

Eminenza, perché parla di «discesa di civiltà»?
«Là dove la vita nella sua integra dignità non è riconosciuta ma ulteriormente offesa e ferita di certo non si può dire che la civiltà cresca».

In questi mesi si sono rincorse notizie negative sul fronte della vita: dalla morte di Eluana alla sentenza della Corte costituzionale sulla legge 40. Ora l’adozione dell’aborto chimico. Cosa rivelano?
«L’indirizzo prevalente verso una libertà dell’individuo che si pretende assoluta, cioè sciolta da ogni rapporto con altre libertà e altri diritti. Non esiste, invece, un solo diritto, ma tanti che devono dialogare tra loro. Da una parte c’è la donna, certo, ma di fronte a lei c’è il diritto di una nuova vita umana che ha tutta la dignità della persona. Le libertà devono dialogare, e i diritti contemperarsi. Dove non c’è il rispetto integrale della vita umana nel suo concepimento, nella sua fragilità, e poi nel suo tramonto, la società è meno umana. È amaro che così prevalga il diritto del più forte».

Si sostiene che la Ru486 non è altro che una possibilità di scelta in più per abortire. È così?
«Il criterio della libera scelta è solo apparentemente buono, umano, rispettoso. Nelle diverse questioni relative alla vita non si tratta solo di voler fare o meno una certa cosa: è piuttosto questione di saper riconoscere valori e diritti oggettivi cui corrispondono doveri altrettanto oggettivi, una dignità umana che precede qualsiasi opzione. A ben vedere, il discorso della libertà di scegliere ciò che si preferisce afferma solo il diritto del più forte».

Nuove misure in materie tanto nevralgiche inducono, di solito, mentalità e costumi nuovi. Sarà così anche con l’aborto chimico?
«La pillola abortiva rende tutto più facile, anche se le disposizioni dettate per l’adozione del farmaco ne prevedono l’uso esclusivo in àmbito ospedaliero. Intrinsecamente, mi pare che la mentalità che si rafforza è sempre più quella di un fatto privato, puramente individuale: il rapporto del soggetto con una vita nuova. Ma la differenza è che il soggetto adulto è certamente più forte del concepito, che non ha alcuna possibilità di affermare se stesso».

La Ru486 rilancia l’apparente competizione tra il diritto della madre e quello del figlio. Come si scioglie questo nodo?
«La cultura oggi dominante sempre più afferma l’assolutezza dell’individuo e non della persona. Questa invece è costitutivamente in dialogo con gli altri soggetti, la loro libertà, i loro diritti e doveri. Una cultura centrata sull’individuo concepisce l’uomo in termini di libertà e autodeterminazione assolute, un’isola accanto ad altre che sembrano entrare in rapporto tra loro più per convenienza che non per solidarietà. Il rapporto personalista ha in sé, invece, l’idea forte del farsi carico, del prendersi cura dell’altro perché lo si vede come un dono, anche quando la relazione costa e chiede di giocarsi in prima persona».

L’aborto farmacologico tende a far "scomparire" l’interruzione di gravidanza nascondendola dietro l’apparente banalità di una pillola da ingoiare. Che effetto può avere?
«Rendendo tutto più facile, la nuova modalità abortiva certamente aumenta una mentalità che sempre più induce a considerare l’aborto come un anticoncezionale, cosa che la legge 194 – nella sua prima parte – assolutamente esclude».

A questo proposito si è parlato in questi giorni di «clandestinità legale», una condanna alla solitudine per la donna che abortisce e che deve patire un surplus di sofferenza.
«Anche questo fa parte della cultura individualista, nascosta sotto la maschera del rispetto della libertà della donna, che in realtà è consegnata a se stessa, al suo dramma, alla sua sofferenza, alla preoccupazione contingente in cui vive e che in una cultura veramente umana implicherebbe invece una presa in carico.

I vincoli fissati sulla carta dall’Aifa per l’uso ospedaliero della Ru486 in regime di ricovero fino ad aborto avvenuto possono ridimensionare gli effetti dell’aborto chimico?
«L’offesa alla vita resta, così come la tragedia ulteriore nella tragedia dell’aborto. La facilitazione introdotta dal ricorso a una semplice pillola non agevola certo una riflessione o un possibile ripensamento. Le condizioni fissate dall’Aifa possono ottenere un certo contenimento di queste derive a livello psicologico, emotivo e operativo. Ma – ripeto – anche questi paletti non tolgono assolutamente il male oggettivo della soppressione di una vita concepita».

Cresce l’obiezione di coscienza tra i medici, ormai sopra al 70%. Questo fenomeno cosa segnala?
«È un dato oggettivo che dovrebbe far riflettere sulla sensibilità ancora fortemente radicata nel cuore degli italiani, e in modo particolare di una buona parte della classe medica. È auspicabile che l’obiezione nata da profondi convincimenti cresca ancora, sia come dato in sé sia come testimonianza per l’opinione pubblica sulla persistenza di una consapevolezza profonda».

Come valuta i dati ministeriali che parlano di una progressiva diminuzione degli aborti in Italia, anche se il loro numero è ancora oltre i 121 mila?
«Spero sia il segnale di una maggiore consapevolezza della sacralità della vita e quindi di un rapporto più rispettoso verso ogni sua forma».

La decisione dell’Aifa arriva proprio mentre l’Italia prende l’iniziativa per una moratoria internazionale degli aborti coatti. Come giudica questo paradosso?
«È una contraddizione che stride. Penso che il mondo cattolico dovrebbe far sentire di più e meglio le proprie convinzioni profonde, per l’interesse della società».

Eminenza, cosa si aspetta oggi dai laici cattolici sul fronte della vita?
«Una voce più coraggiosa, chiara, argomentata, a tutti i livelli. Sui temi della vita umana, decisivi, non si può procedere per mediazioni: su valori fondamentali mediare significa negare. La vita non è opinione: è un valore invalicabile, sul quale non si può reclamare il vecchio argomento di un’asserita indipendenza rispetto al magistero della Chiesa. L’autonomia di cui parla il Concilio non è assoluta ma relativa a una coscienza retta e formata».

Ancora una volta una decisione importante sulla vita umana viene presa da un organismo tecnico-giuridico. La politica ha fatto tutto il possibile per frenare questa deriva?
«Non credo. Si può ragionevolmente fare di più, nel rispetto dei meccanismi democratici. Anche l’allineamento alle raccomandazioni europee non è un criterio corretto».

L’Europa viene invocata come giustificazione all’apparente inesorabilità dell’adozione della Ru486...
«L’Europa è solo un grande pretesto usato secondo convenienze e interessi. Invocare l’adeguamento all’Europa è un argomento pretestuoso. Gli obiettivi indicati da organismi sovranazionali vanno considerati solo quando sono orientati al bene, all’ordine morale. Diversamente, un Paese membro deve discostarsi, dando il buon esempio agli altri e diventando capofila di una inversione di marcia».

Ha fatto clamore che sia stata ricordata la scomunica "latae sententiae" per chi coopera all’aborto. Un punto fermo che è da sempre dottrina della Chiesa, ma che qualcuno è sembrato "scoprire" oggi...
«La prassi della Chiesa prevede censure canoniche non fini a se stesse ma in chiave pedagogica e formativa, finalizzate al ripensamento sulla gravità di un’azione. La sanzione è una "medicina". Il valore fondamentale della vita umana, come ricorda il Papa nella Caritas in veritate, rappresenta oggi una delle nuove povertà, soprattutto quand’è più fragile».

Molti sottolineano che occorre "prevenire" gli aborti. Ma com’è possibile farlo efficacemente?
«Come per tanti mali della cultura attuale, "prevenire" significa educare all’amore, al senso della persona, a un esercizio responsabile e non arbitrario della sessualità, un grande tesoro da custodire e non da sperperare o consumare in una dimensione solo corporea. Ma è difficile prevenire gli aborti se il contesto generale della cultura va nella direzione opposta».

Perché la Chiesa si sente così impegnata sulle questioni bioetiche?
«Perché ama l’uomo, lo ama integralmente e non solo per alcuni aspetti. È la questione antropologica che ricorda anche il Papa nell’ultima enciclica: tutto ciò che riguarda l’uomo non può non interessare la Chiesa. Gesù è venuto a salvare tutti gli uomini, e tutto l’uomo. Per questo la Chiesa non può tacere né disinteressarsi di ciò che riguarda la persona, e di conseguenza la società e lo Stato. Non ha nessun altro interesse: solo il servizio all’uomo».
Francesco Ognibene

La gloria di Dio risplende sul volto di ogni persona
dolore e orrore perchè il razzismo è ormai “a norma di legge”

“Ero straniero e mi avete accolto”
(Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della
Scrittura dal Levitico 19,33-34 –“Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato
fra voi; tu l’amerai come te stesso”
, al Deutoronomio 10,19 – “Amate lo straniero perché anche
voi foste stranieri nel paese d’Egitto”
, alla Lettera agli Ebrei 13,2 – “Non dimenticate l’ospitalità,
perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli”.

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l’unità della famiglia umana e ne offende
la dignità, prende piede l’idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un popolo di “nonpersone”,
di esseri umani, uomini e donne invisibili. E’ una perdita totale di senso morale e di sentimento
dell’umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge “porterà solo
dolore”, osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.
Il dolore nasce dall’orrore giuridico e civile del “reato di clandestinità”, dall’idea del povero
come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra
Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l’essere
straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una condizione anagrafica.
Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e
di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si
rivolgeranno, se vittime della “tratta”,ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi
messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette “ronde”? Quanti stranieri andranno a far registrare una
nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla
salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici. Siamo il paese di
Caino?Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l’unità delle famiglie. Si introduce il divieto
per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati
che diverranno “figli di nessuno”, potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello
Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi
razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la
confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice
di combattere, favorirà il “si salvi chi può”, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l’insicurezza
di tutti.
Non c’è futuro senza solidarietà. La legge, tra l’altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa
tornare ai tempi della discriminazione razziale. E’ una forma di accanimento contro i poveri anche se la
povertà più grande, oggi, è la nostra: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli
altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per
norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della
crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La
tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell’esistenza.
“Non c’è futuro senza solidarietà” scrive il cardinal Tettamanzi. Non c’è sicurezza senza l’aiuto reciproco, senza
l’esercizio dei diritti e dei doveri dentro un’azione comune per il bene comune.
Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a
diventare “casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana”. Per il Papa
ogni comunità cristiana deve “aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di
intolleranza e di esclusione […]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato
da autentica giustizia e pace vera” (Angelus 17 agosto 2008).
Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita
quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.
La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa
che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia
umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. “Dio non
fa preferenze di persone” (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13;
Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché
sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a
fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144).
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. E' stata oscurata la gloria di Dio.
Pax Christi, Domenica 5 luglio 2009
www.paxchristi.it info@paxchristi.it


6 Luglio 2009
OMELIA
Crociata (Cei): «Il disprezzo
del pudore non è libertà»

Non è un segno di reale progresso sociale e culturale il fatto che "oggi si sia arrivati ad agire e a parlare con sfrontatezza senza limiti di cose di cui si dovrebbe veramente arrossire e vergognare". Lo afferma il segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, nell'omelia della messa celebrata a Latina in occasione della memoria liturgica di Santa Maria Goretti, la ragazza che nell'Agro pontino preferì afrontare la morte pur di preservare la sua purezza.

"Non è in gioco - spiega Crociata - un moralismo d'altri tempi, superato; è in pericolo il bene stesso dell'uomo". "La festa di santa Maria Goretti - rileva il presule - fa affiorare alle nostre labbra parole desuete, come purezza, castità, verginità, che facciamo fatica a pronunciare, che ci fanno forse arrossire. Ed è questo il paradosso: si arrossisce per 'tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lodè, per dirla con san Paolo".

Secondo il segretario della Cei, "l'esempio di santa Maria Goretti ci riporta ad alcune verità umane e cristiane fondamentali: la dignità e l'identità della persona, la grandezza del corpo, la bontà della sessualità, la natura della libertà". E tutto questo, spiega, "non ci spinge alcun disprezzo del corpo, alcuna tabù circa la sessualità, alcun timore della libertà; ci sollecita la pena che suscita lo spettacolo quotidiano di degrado morale che si consuma in tante immagini proiettate dai mezzi di comunicazione e nelle cronache di vite senza fine devastate". "Abbiamo bisogno - esorta mons. Crociata - di riscoprire che il corpo non è un oggetto di cui usare dissennatamente, che anche il corpo è persona; e la sessualità ne è la dimensione più profonda e intima, che orienta e dirige all'amicizia, all'amore e alla comunione. Abbiamo bisogno di riscoprire che siamo fatti per amare nel rispetto di noi stessi e degli altri, secondo l'ordine scritto nella nostra natura prima che nelle pagine della Bibbia. A questa capacità di amare autenticamente, cioè nella logica del dono e non del consumo egoistico e dello sfruttamento, abbiamo bisogno di educarci e lasciarci continuamente rieducare".

È sotto gli occhi di tutti, sottolinea Crociata, il fatto che "la libertà intesa come sfrenatezza e sregolatezza non porta affatto all'autentica espressione di sè e alla gioia dell'amore, ma all'uso dell'altro, alla sua sottomissione e all'annullamento come persona".

"Assistiamo - lamenta il segretario della Cei - ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria, con cui fin dall'antichità si è voluto stigmatizzare la fatua esibizione di una eleganza che in realtà mette in mostra uno sfarzo narcisista; salvo poi, alla prima occasione, servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere".

Secondo mons. Crociata, "nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio. Dobbiamo interrogarci tutti sul danno causato e sulle conseguenze prodotte dall'aver tolto l'innocenza a intere nuove generazioni. E innocenza vuol dire diritto a entrare nella vita con la gradualità che la maturazione umana verso una vita buona richiede senza dover subire e conoscere anzitempo la malizia e la malvagità. Per questa via - osserva il presule - non c'è liberazione, come da qualcuno si va blaterando, ma solo schiavizzazione da cui diventa ancora più difficile emanciparsi".

In proposito, mons. Crociata ha citato anche quanto detto di recente dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco: 'Le responsabilità sono di ciascuno ma conosciamo l'influsso che la cultura diffusa, gli stili di vita, i comportamenti conclamati hanno sul modo di pensare e di agire di tutti, in particolare dei più giovani che hanno diritto di vedersi presentare ideali alti e nobili, come di vedere modelli di comportamento coerentì. "Abbiamo dinanzi a noi - conclude il vescovo - un compito educativo enorme, che è anche e anzitutto autoeducativo, se non in tanti casi autocorrettivo: purezza e castità riappaiono come valori costitutivi di un tale percorso formativo, in cui ci sono responsabilità di genitori ed educatori, e responsabilità di istituzioni e della società intera".

Il Vaticano: «Sapevamo che il Cavaliere non è De Gasperi», Bertone irritato con Famiglia Cristiana / di Franca Giansoldati


CITTA’ DEL VATICANO (25 giugno) - Chi, ieri mattina, ha avuto modo di sentirlo al telefono, riferisce di un cardinale Bertone a dir poco «furibondo». Pare che il durissimo intervento di Famiglia Cristiana - la richiesta di dimissioni al presidente Berlusconi - abbia finito per mettere in una posizione difficile il collaboratore numero uno di Papa Ratzinger, al quale spetta il compito di gestire i rapporti con i politici e le autorità italiane.

La vicenda delle feste a Palazzo Grazioli se da una parte suscita disagio all’interno dei Sacri Palazzi, dall’altra induce ad una «doverosa» prudenza, come del resto sta dimostrando l’Osservatore Romano. In questi giorni, in assenza di notizie penalmente rilevanti a carico del premier, ha scelto di tacere ai lettori i risvolti dell’affaire D’Addario probabilmente in attesa di vedere se ci saranno sviluppi alle indagini in corso. E così, a parte il recente editoriale dell’Avvenire e l’ultimo intervento di don Sciortino sul settimanale dei Paolini, nessun esponente di curia si è apertamente manifestato a esprimere riserve sulla condotta morale del presidente del Consiglio. Perché? «Attualmente la situazione è tutt’altro che chiara. Non è, infatti, un caso se nemmeno il Quirinale ha detto una parola fino ad ora. Siamo preoccupati per quello che succede, potrebbe prendere una piega incontrollabile».

Dietro anonimato ai piani alti del Palazzo Apostolico, si commenta con amarezza: «I cattolici non dovevano aspettare queste vicende per capire che Berlusconi non è De Gasperi». Ci si chiede anche perché queste notizie escono fuori proprio alla vigilia del G8 e delle elezioni. «Forse una Italia forte dà fastidio?».

Il linguaggio felpato e la cautela dei vertici si discosta dalla base cattolica, di per sè assai diversificata nelle posizioni, ma decisamente più propensa a far notare che chi è al governo e ha una vita pubblica dovrebbe essere il primo a dare il buon esempio. «Sono troppi quelli che hanno depenalizzato nella loro coscienza i reati» ha detto don Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, durante un intervento al Convegno nazionale delle Caritas a Torino, mentre monsignor Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, conferma che «il disagio va montando»; si sta «determinando uno sbandamento e una confusione che esigono un chiarimento» da parte del Presidente del Consiglio. Medesimo parere ha padre Bartolomeo Sorge: «E' un problema di fondo. Certe ombre corrodono la credibilità della persona. Il comportamento di una personalità pubblica ha incidenza sul costume, sul senso della legalità e della moralità della gente. Il punto è che si faccia chiarezza».

La questione morale non smette di interrogare la Chiesa, tanto i parrochi che semplici fedeli. Don Paolo Farinella, battagliero prete genovese, ha diffuso una lettera al presidente della Cei Bagnasco, criticando i vertici dell’episcopato «di trattare troppo bene il presidente Berlusconi, assolvendo il premier da ogni immoralità» mentre, scrive, «avete fatto il diavolo a quattro sui Dico e sul Family Day. Ma nè lei nè i vescovi - scrive ancora don Farinella - avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale».


Famiglia Cristiana: «Superata la decenza, trarre le conclusioni» / di Franca Giansoldati

di Franca Giansoldati
CITTA’ DEL VATICANO (24 giugno) - «A tutto c’è un limite. Quel limite di decenza è stato superato. Qualcuno ne tragga le debite conseguenze». Famiglia Cristiana si fa portavoce del disagio che serpeggia all’interno del mondo cattolico per le vicende legate alle feste private del Premier Berlusconi, chiedendo le sue dimissioni.

Mentre prosegue la linea del silenzio dell’Osservatore Romano, orientato a dedicare spazio solo in caso di notizie penalmente rilevanti, il settimanale più diffuso in tutte le parrocchie ha deciso di scendere in campo. «Il Presidente del Consiglio non si deve illudere che la Chiesa taccia» ha scritto padre Antonio Sciortino rispondendo alle domande che ha ricevuto dai suoi lettori. Sono parecchi coloro che via email si sono rivolti al direttore per chiedergli lumi sulla condotta morale dei politici al governo.

Il giornale dei Paolini ha scelto una decina di lettere, tra le tante giunte in redazione, per aprire una riflessione pubblica su quello che sta accadendo. Quali sono i valori da rispettare? Anche la moralità può attendere? Che ne sarà del senso religioso della nostra gente? La correzione fraterna non è un dovere per i cristiani? Don Antonio inizia subito col dire che di fronte «all’Italia che arranca, di fronte al polverone mediatico sulle vicende del premier, i problemi reali del Paese (famiglia, lavoro, immigrati, riforme) sono passati in secondo ordine. C’è da augurarsi, quanto prima, che da una politica da camera da letto si passi alla vera politica delle camere del Parlamento, restituite alla loro dignità e funzioni. Prima che la fiducia dei cittadini verso le istituzioni prenda una via senza ritorno».

Questo è il punto, la sfiducia. Da tempo i vescovi denunciano la progressiva distanza tra il Paese reale e la politica, il pericoloso allontanamento della gente dalle istituzioni, la presenza di modelli diseducativi per i giovani.

Nell’ultima assemblea della Cei, il presidente Bagnasco, proprio mentre scoppiava il caso Noemi, ha evidenziato questa preoccupazione senza però fare cenno alcuno a situazioni precise o a fatti concreti: «Possiamo dire che, in certa misura, il problema dei giovani sono gli adulti! Il mondo adulto non può gridare allo scandalo, esibire sorpresa di fronte alle trasgressioni più atroci che vedono protagonisti giovani e giovanissimi, e subito dopo spegnere i riflettori senza nulla correggere dei modelli che presenta ed impone ogni giorno. Sono modelli che uccidono l’anima».

Ciò che sta accadendo con l’inchiesta di Bari viene sintetizzato in poche frasi da Famiglia Cristiana: «Il problema dell’esempio personale è inscindibile per chiunque accetta una carica pubblica. In altre nazioni se i politici vengono meno alle regole (anche minime)o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni».

E ancora. «L’autorità senza esemplarità di comportamenti non ha alcuna autorevolezza e forza morale. E’ ipocrisia o convenienza di interessi privati. Chi esercita il potere anche con un ampio consenso di popolo, non può pretendere una zona franca dell’etica, nè pensare di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla chiesa. E’ il classico piatto di lenticchie da respingere al mittente».

L’intervento di don Sciortino ha immediatamente scatenato la tempesta nei palazzi della politica. Il ministro Sacconi critica la singolare tempestività del giornale cattolico, mentre per Quagliariello si tratta di pregiudizio ideologico («a furia di sostituire il moralismo alla morale si rischia di fare la fine dei farisei». A difendere la testata dei Paolini ci pensano però il portavoce del Pd, Orlando: «un attacco scomposto» e Sgobio del Pdci: «Famiglia Cristiana fa quello che dovrebbe fare il Tg1».




«Nella Chiesa aumenta il disagio». Parlano il vescovo di Mazara e don Ciotti


ROMA (24 giugno) - Mentre si susseguono le «indiscrezioni, le smentite e le dichiarazioni» sulle vicende private del premier Berlusconi, nella Chiesa «sempre di più va montando il disagio» e in molti aspettano quel chiarimento che, richiesto anche da Avvenire, il quotidiano dei vescovi, per il momento non arriva.

Lo dice il capo della diocesi di Mazara Del Vallo, mons. Domenico Mogavero che, unendosi al giudizio di Famiglia Cristiana, ha parlato di «vicenda difficilmente gestibile, con ampi riflessi politici non lievi» e sulla quale «non ci sono conte da fare» tra i vescovi perché «il disagio c'è. Un uomo politico - ha spiegato mons. Mogavero all'Ansa - deve essere al di sopra di qualunque sospetto anche se questo riguarda la sfera privata». Ecco perché il vescovo che già nei giorni scorsi aveva chiesto una pubblico chiarimento da parte del premier in modo da «rassicurare il Paese» non esclude nemmeno «un passo indietro» del presidente del consiglio. «Se ci siano le condizioni per delle dimissioni nel superiore interesse del Paese - ha osservato - dovrebbe valutarlo Berlusconi stesso. È una decisione soggettiva». Certo è, ha aggiunto, che «in altre circostanze persone delle istituzioni sono state invitate a fare un passo indietro sia in Italia sia all'estero», come avvenne per «il caso Leone ricordato dalla stampa».

Mogavero ha parlato «a titolo personale» ma non si sente solo.«Non credo di essere una voce isolata nel panorama dei vescovi». D'altronde, ha ricordato, Avvenire ha espresso il disagio con la sua autorevolezza, Famiglia Cristiana lo ha espresso come organo di opinione e questo - ha sottolineato - dovrebbe poter bastare».

Un disagio sicuramente condiviso da don Paolo Farinella prete genovese che, in una lettera aperta al presidente della Cei e arcivescovo di Genova, il card. Angelo Bagnasco, accusa i vertici della Chiesa «di trattare bene Berlusconi, assolvendo il premier da ogni immoralità» mentre, scrive, «avete fatto il diavolo a quattro sui Dico e sul caso Englaro. Nè lei nè i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale».

Alle posizioni di Famiglia Cristiana si è unito in serata don Luigi Ciotti, le cui parole, pronunciate al convegno torinese delle Caritas, sono state riportate dal Sir, il servizio informazioni religiose promosso dalla Cei. A proposito dell'inchiesta di Bari don Ciotti ha rilevato che si tratta di «una questione pubblica» mentre, ha aggiunto, «sono troppi quelli che hanno depenalizzato nella loro coscienza i reati».


n. 26 del  28 giugno 2009  - Direttore: Antonio Sciortino

LA REAZIONE DEI LETTORI SU COMPORTAMENTI DISCUTIBILI


PER UNA VALUTAZIONE
MENO "DISINCANTATA"

Chi ha l’onore e l’onere di servire il Paese, per di più con una così larga maggioranza, ha il dovere di dedicare tutto il suo tempo al "bene comune" dei cittadini. Senza tante "distrazioni".

Le scrivo su quanto sta emergendo, in questi giorni, sul nostro presidente del Consiglio. Non le nascondo che non sono mai riuscita ad averne stima, perché l’ho trovato una figura lontana da un padre di famiglia, poco coerente con i princìpi cristiani. Non nascondo neppure d’essermi sentita usata da lui e da altri politici, che hanno strumentalizzato le associazioni cristiane per farsi propaganda politica. Oggi per me la misura è colma. Perché la Chiesa non ha il coraggio della verità e la forza di proclamare che la famiglia è un grande valore, e che nei rapporti con le donne (ma anche con gli extracomunitari) ci vuole il massimo rispetto? Vorrei che la Chiesa prendesse le debite distanze da chi non rispetta questi valori. Molti cristiani la pensano come me. Ma il silenzio delle gerarchie ci lascia molto confusi, e finisce col farci credere che alla Chiesa stia bene una simile situazione. Ma non è così.

Francesca V.
 

Anche la moralità può attendere?

Credo che, come me, anche i lettori di Famiglia Cristiana siano delusi dall’atteggiamento eccessivamente prudente (è vero, la prudenza è una virtù, ma non bisogna esagerare nemmeno con le virtù!) sui comportamenti del presidente del Consiglio. Che non sono un fatto privato, poiché è un uomo pubblico, ha un importantissimo ruolo politico. Non dimentichiamo che è stato lui a fondare la sua popolarità facendo leva sulla famiglia e i valori cristiani. Non crede che sarebbe auspicabile una chiara e severa presa di posizione anche della stampa cattolica? Oppure, esistono ragioni di convenienza che consigliano di non inimicarsi il potente di turno, per cui anche la moralità "può attendere"? Purtroppo, in passato ciò è accaduto tante volte, e a distanza di anni o secoli la Chiesa è stata costretta a fare ammenda. Oggi i fedeli guardano con molta più attenzione alle prediche della gerarchia cattolica ma anche ai loro comportamenti concreti.

Giuseppe
 

Quali sono i valori da rispettare

Finalmente la Chiesa ha aperto gli occhi su chi ci governa. Ormai siamo lo zimbello del mondo. Come si può accettare tanta immoralità da parte di chi guida le istituzioni (l’ha evidenziato anche la stessa moglie!). Ha fatto bene Casini a staccarsi da questa maggioranza, stava perdendo la sua dignità. Adesso, però, la Chiesa deve dare indicazioni ai fedeli e far capire quali sono i valori da rispettare. Come può accettare certe "libertà" di comportamento o provvedimenti irrispettosi delle persone umane? Io spero tanto nel suo giornale, non si preoccupi se qualcuno l’accusa di "cattocomunismo", tanto non sa quel che dice, non ha argomenti.

Mario V.
 

Che ne sarà del senso religioso della nostra gente?

Leggo le sue note settimanali sempre con grande interesse. Ieri abbiamo appreso delle ultime vicende che riguardano il nostro presidente del Consiglio, e non può immaginare che cosa, io e mio marito, abbiamo provato di fronte a tutte queste "performances". Mi preme, però, che lei sappia anche del mio forte disappunto (e uso un termine particolarmente tenue) perché nessun cardinale abbia avuto nulla da ridire su queste autentiche porcherie. Io sono cattolica e praticante, ma se le gerarchie ecclesiastiche non hanno la forza di prendere una posizione di totale e assoluta disapprovazione sul comportamento privato (che è anche pubblico) di questo personaggio, ne soffrirà terribilmente anche la stessa immagine della Chiesa. Se essa non alza la voce in modo forte e inequivocabile, tra qualche anno il sentimento religioso del nostro popolo andrà perso per sempre. Lo scriva lei, con la chiarezza che la distingue, perché se aspettiamo che vescovi e cardinali alzino un semplice dito, ci sarà ancora tanto da attendere.

Anna B.
 

Il Paese in cattiva luce davanti a tutto il mondo

So che questa mia lettera verrà cestinata, ma provo ugualmente a mandargliela. Quel che sta succedendo, in questi ultimi tempi, in Italia mette in cattiva luce il nostro Paese davanti a tutto il mondo. Le vicende in cui è coinvolto chi ci governa con ragazze più o meno circondate dal mistero, più o meno fotografate e filmate, suscitano negli italiani una serie di domande, che non hanno ancora ricevuto risposta. Mi chiedo: perché sono poche le voci che cercano di aprire gli occhi agli italiani? Perché sono pochi i giornali (spero che il vostro continui sempre su questa linea!) che vanno controcorrente nel fare informazione? Sarebbe bello che, in circostanze simili, anche la Chiesa si facesse sentire per aiutare chi è debole e confuso. Chi alzerà la voce come Mosè e i profeti per richiamarci a non essere cristiani solo di nome ma anche nei fatti e nei comportamenti?

Annamaria M.
 

La "correzione fraterna" è un dovere per i cristiani

Sono ormai al limite della sopportazione per i comportamenti di chi ci governa. Ora ha toccato il fondo della sua "piccolezza" con una barzelletta su Dio che diventa un suo dipendente, violando così il primo e il secondo comandamento, che ci ricordano di «Non nominare il nome di Dio invano...». Spero che lei, il suo giornale e, stavolta, anche la Chiesa diciate una parola forte contro chi non rispetta i valori cristiani e osa parlare di Dio con irriverenza. Spero che si facciano sentire tutte le persone religiose, e che anche i suoi stessi sostenitori si interroghino sulla fiducia che gli hanno abbondantemente concesso. E non mi dica che non si deve giudicare nessuno! Costui, con i suoi comportamenti, sta dando scandalo, dev’essere indotto a un ripensamento e a una giusta riflessione, per noi cristiani la "correzione fraterna" è un dovere. Qui non si tratta di pregiudizio o di essere schierati con un partito o con un altro, non è una faccenda di destra, sinistra, centro o "estremità"! Le auguro tutta la forza necessaria per i suoi interventi. Che Dio la benedica!

Giuseppina M.
 

I giovani e il grande fascino dell'uomo di successo

Acquisto da molti anni la sua rivista e spesso ho desiderato scriverle, ma non ho mai dato seguito al mio impulso. Ora, però, il cuore trabocca. Nell’ultima campagna elettorale – in cui si è toccato il fondo dello squallore – si è levata una domanda drammatica: «Vi sentireste di far educare i vostri figli da chi è alla guida del Governo oggi?». Domanda arrivata troppo tardi, perché potesse far riflettere seriamente. Ormai le nuove generazioni sembrano subire il fascino dell’uomo di successo e sperano solo, a qualunque prezzo, di poter assomigliare a lui. Da oltre trent’anni le sue televisioni stanno minando le coscienze con messaggi che esaltano l’edonismo, il facile successo, il consumismo sfrenato: dai lontani Drive in allo sdoganamento mediatico di tanti comportamenti viziati, conditi da commozioni plateali o rivendicazioni civili per oscurare ogni senso etico. Nella corsa al consenso (e anche alla pubblicità) è finito nel degrado anche il servizio pubblico della Rai, un tempo tanto attento al valore educativo delle sue trasmissioni. Solo Famiglia Cristiana ha protestato contro la cattiva televisione e non s’è lasciata affascinare dallo charme di quest’uomo che ci governa. Ma, purtroppo, non basta. Mi sconvolge il silenzio degli organi ufficiali della Chiesa, né mi basta l’affermazione che «ognuno ha la propria coscienza per giudicare». Il fatto che chi ci governa si dichiari paladino della Chiesa (ci crederà davvero?) e finanzi le sue opere, basta a cancellare le perplessità nei confronti dei suoi comportamenti? Ci siamo chiesti quanti disvalori ha trasmesso negli anni con soap opera e siparietti televisivi, stravolgendo ogni senso della dignità umana? Talvolta, mi capita di sentire persino onorabili nonnine incitare le nipotine a comportamenti trasgressivi, come quelli visti in Tv: «Che male c’è», dicono, «non è più come una volta!». Sbaglio se dico che abbiamo barattato i princìpi cristiani con un piatto di lenticchie? Oggi, i valori evangelici si scontrano con una società che li deride e li mette in crisi. Se non troviamo nella Chiesa una parola chiara e inequivocabile, a chi dobbiamo rivolgerci? Mi perdoni per la durezza di queste espressioni, ma la mia amarezza è grande. Com’è possibile predicare e chiedere alle persone d’essere coerenti con la fede se poi la Chiesa tace ed è accondiscendente verso chi calpesta valori cristiani non solo nella vita privata, ma anche nella scelta dei candidati? Non sono una integralista, ma stavolta agli uomini di Chiesa chiedo più coerenza, per il bene delle nuove generazioni. Le esprimo una profonda stima per il lavoro coraggioso che svolge e i messaggi di speranza che ci trasmette.

Loredana R.
 

È necessario un serio e rapido cambiamento

Leggo volentieri il suo giornale, che interpreta una visione del sociale che mi è affine. Sono rimasta sconcertata dalla protervia con cui chi ci governa di chiara d’essere vittima di calunnie, anziché dare una spiegazione dei suoi comportamenti, quanto meno "inusuali" per una figura istituzionale. Mi ha dato fastidio che anche i giovani industriali, all’incontro di Santa Margherita Ligure, abbiano manifestato un clima di simpatica "collusione", battendo le mani e ridendo alle discutibili battute e barzellette del presidente del Consiglio. Certo, poi, hanno potuto incontrare Gheddafi e avviare con lui probabili affari. Ma c’è un limite a tutto. Sono solo io a vedere la schizofrenia e l’ambiguità in cui sta scivolando il Paese? Non ci accorgiamo della realtà ogni giorno più drammatica, che tocca fasce sempre più larghe di persone? Credo sia necessario un serio e rapido cambiamento, prima che si disfi il tessuto economico e sociale del Paese. Mi scusi per lo sfogo, ma siete tra i pochi che ancora sapete dare le notizie, senza cedere ai compromessi della politica, ma mettendo sempre al centro l’uomo e la sua dignità.

Rita C.
 

Perché i preti non dicono "qualcosa di cristiano"?

Sono Liliana, sposata con Luigino da 36 anni e ho tre figli. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerla durante l’indimenticabile pellegrinaggio dei lettori di Famiglia Cristiana "Sulle orme di san Paolo", e le abbiamo espresso il nostro pieno appoggio per il suo coraggio nel proclamare il Vangelo. Le scrivo perché mi sono ritrovata in sintonia con il pensiero di Pina ’53 (FC n. 24/2009) e con la sua risposta, che ho fotocopiato e dato ai sacerdoti del mio paese. Lei chiede un "minimo di moralità" ai politici che ci governano, eppure i nostri bravi cattolici appoggiano persone poco trasparenti, che non hanno uno stile di vita sobrio e avversano l’accoglienza degli stranieri. Il loro individualismo si esprime nella frase: «Io sto bene, degli altri non mi interessa nulla». Perché i nostri sacerdoti non dicono "qualcosa di cristiano" di fronte a tanta immoralità? La situazione oggi è davvero pesante. Ci senta vicini con la preghiera e l’appoggio al suo proclamare con coraggio il Vangelo di Gesù.

Liliana
 

«Il presidente del Consiglio non deve illudersi che la Chiesa taccia. La Chiesa non rinfaccia nulla a nessuno, per carità cristiana, ma è evidente che i vescovi hanno una precisa morale da difendere». Così comincia l’intervista a monsignor Ghidelli, vescovo di Lanciano e Ortona, noto biblista, apparsa domenica 21 giugno sul Corriere della Sera, a proposito delle vicende che hanno investito una delle più alte cariche istituzionali del Paese.

Il suo disagio e quello di altri vescovi hanno fatto eco all’editoriale di Avvenire, in cui si chiedeva al presidente del Consiglio «un chiarimento sufficiente a sgomberare il terreno dagli interrogativi più pressanti, che non vengono solo dagli avversari politici ma anche da una parte di opinione pubblica non pregiudizialmente avversa al premier».

Il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Mogavero, ha aggiunto: «Tra il livello pubblico, di governo, e quello privato e inviolabile, di coscienza, c’è un terzo piano: quello dell’immagine. I comportamenti di chi governa possono determinare maggiore credibilità oppure una delegittimazione, parziale o totale. Certi comportamenti possono incrinare la fiducia fino a una delegittimazione di fatto».

Chi ha l’onore e l’onere di servire il Paese (senza servirsene), per di più con una larga maggioranza, quale mai si era vista nella storia della Repubblica, è doveroso che si dedichi a questo importante compito senza "distrazioni", che un capo di Governo non può permettersi. L’alta responsabilità comporta restrizioni di movimenti e comportamenti adeguati alla carica, per servire a tempo pieno il Paese e dedicarsi totalmente al "bene comune" dei cittadini.

A maggior ragione oggi, che il Paese è alle prese con una delle più gravi crisi economiche (ma anche morali) che abbia mai affrontato, con moltissime famiglie sulla soglia della povertà, lavoratori senza più occupazione e giovani precari a vita, senza futuro e speranza. Che esempio si dà alle giovani generazioni con comportamenti "gaudenti e libertini", o se inculchiamo loro i valori del successo, dei soldi, del potere: traguardi da raggiungere a ogni costo, anche tramite scorciatoie e strade poco limpide?

Oggi il Paese più che di polveroni e distrazioni, necessita di maggiore sobrietà, coerenza e rispetto delle regole. E, soprattutto, chiarezza. Non solo a parole, ma concretamente, con i fatti. A poco servono imbarazzanti e deboli difese d’ufficio dei vari "corifei", "caudatari" o "maschere salmodianti" (come li ha definiti qualcuno), che ci propinano a ogni ora ritornelli e moduli stantii, a difesa dell’indifendibile. Onel tentativo "autolesionista" di minimizzare tutto, spostando la mira su altri bersagli. Ancora peggio, poi, quando "la pezza è più grande dello sbrego" come si dice, e si definisce il presidente del Consiglio «l’utilizzatore finale» di un giro di prestazioni a pagamento (ammesso che sia vero), e si considerano le donne "merce", di cui «si potrebbe averne quantitativi gratis». Naturalmente.

Non basta la legittimazione del voto popolare o la pretesa del "buon governo" per giustificare qualsiasi comportamento, perché con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l’"immunità morale". La morale è uguale per tutti: più alta è la responsabilità, più si ha il dovere del buon esempio. E della coerenza, che è ancora una virtù, e dà credibilità alle persone e alle loro azioni.

Sull’operato del presidente del Consiglio oggi fanno riflettere certi silenzi "pesanti", anche all’interno della stessa maggioranza. La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese. Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia. I cristiani (come dismostrano le lettere dei nostri lettori) sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell’Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione etica meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare.

Il problema dell’esempio personale è inscindibile per chiunque accetta una carica pubblica. In altre nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia? L’autorità senza esemplarità di comportamenti non ha alcuna autorevolezza e forza morale. È pura ipocrisia o convenienza di interessi privati. Chi esercita il potere, anche con un ampio consenso di popolo, non può pretendere una "zona franca" dall’etica. Né pensare di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla Chiesa: è il classico "piatto di lenticchie", da respingere al mittente.

Parlando di De Gasperi, grande statista trentino, Benedetto XVI l’ha indicato come modello di moralità per i governanti: «Il ricordo della sua esperienza di governo e della sua testimonianza cristiana siano di incoraggiamento e stimolo per coloro che reggono le sorti dell’Italia, specialmente per quanti si ispirano al Vangelo». «De Gasperi», ha aggiunto il Papa, «è stato autonomo e responsabile nelle sue scelte politiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scendere a compromessi con la sua retta coscienza».

In una nota pubblicata dal Sir (Servizio informazione religiosa, cioè l’agenzia di notizie dei vescovi) del 26 maggio scorso, Riccardo Moro afferma che le vicende personali del premier offrono «un contributo sgradevole al sereno sviluppo dei rapporti democratici». E al premier che assicura di "chiarire in futuro" i dubbi sollevati dalla stampa nazionale ed estera, chiede: «Ma se nulla di quanto è ignoto è riprovevole, perché rinviare? Se non vi è nulla da nascondere, alimentare i misteri rinviando spiegazioni, rivela una considerazione della stampa e dell’opinione pubblica particolarmente irriguardosa». E aggiunge: «La libera stampa indipendente è uno dei fondamenti della democrazia per il controllo sull’azione del Governo e per veicolare informazione e dialogo democratico tra i cittadini, non un disturbo nell’azione democratica».

Di fronte all’Italia che arranca, di fronte al polverone mediatico sulle vicende del premier, i problemi reali del Paese (famiglia, lavoro, immigrati, riforme...) sono passati in secondo ordine. C’è da augurarsi, quanto prima, che da una "politica da camera da letto" si passi alla vera politica delle "camere del Parlamento", restituite alla loro dignità e funzioni. Prima che la fiducia dei cittadini verso le istituzioni prenda una via senza ritorno. A tutto c’è un limite. Quel limite di decenza è stato superato. Qualcuno ne tragga le debite conseguenze.

D.A.


nr.51 dic 2008


di padre Bartolomeo Sorge                   
Direttore di Aggiornamenti sociali

LA "QUESTIONE MORALE" ORMAI RIGUARDA L’INTERA POLITICA ITALIANA

COME RESTITUIRE UN’ANIMA
ALLA "CASTA" DEI POLITICI


Se la politica perde l’anima, muore, marcisce e si decompone. Vengono da qui gli scandali, la corruzione, l’anteporre l’interesse particolare o personale al bene comune.


La "questione morale" ormai non riguarda più solo l’uno o l’altro politico, l’uno o l’altro partito, ma l’intera politica italiana. Perciò, più che insistere sulla cronaca dei fatti e nel deprecarli, occorre chiederci perché certi episodi si verificano e come restituire un’anima alla politica.

Infatti, anche la politica ha un’anima: gli ideali e i valori, su cui si fondano le scelte e a cui s’ispirano i politici che le compiono. Se la politica (o il partito o il politico) perde l’anima, muore, marcisce e si decompone. Vengono da qui gli scandali, la corruzione, l’anteporre l’interesse particolare o personale al bene comune, l’intreccio tra mafia, affari e poteri pubblici, la partitocrazia, i metodi meschini di lotta politica, fatta di colpi bassi, di insinuazioni, di delazioni, di volgarità.


Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati (foto La Presse).


Quando questo avviene – e in Italia avviene – vuol dire che la politica è morta. Se poi questo avviene in un partito, come il Pd, che vorrebbe presentarsi come "nuovo", vuol dire che non è ancora nato o che è nato morto.

È urgente, dunque, affrontare la "questione morale" sul terreno dove affonda le radici: sul piano dei valori, nelle istituzioni, ma soprattutto nella "casta" dei politici intramontabili.

In primo luogo, vanno recuperati i valori etici e ideali, oggi offuscati. Ciò non dovrebbe essere impossibile, visto che essi sono richiamati esplicitamente dalla nostra Costituzione. Ripartiamo dunque dalla Costituzione! Non basta, però, ribadirli in astratto. Bisogna cercare piste concrete per tradurli in pratica. E ciò va fatto insieme, senza che qualcuno si chiuda nel rifiuto di collaborare e di dialogare, che porterebbe solo a irrigidimenti sterili e controproducenti.

Nello stesso tempo che si recuperano gli ideali e i valori, occorre rinnovare i canali della partecipazione democratica. L’interruzione del dialogo con la gente è un altro aspetto, gravissimo, della morte della politica. Ecco perché non è possibile risolvere la "questione morale", senza le necessarie riforme istituzionali.

Ancora una volta, però, queste riforme (dalla scuola alla giustizia, al federalismo) vanno fatte d’accordo e non a colpi di maggioranze mutevoli; altrimenti nasceranno morte, perché generate da una politica senz’anima. Tuttavia, il passaggio decisivo per risolvere la "questione morale" resta il rinnovamento della classe dirigente.

Non esistono politici intramontabili, uomini per tutte le stagioni. Senza togliere nulla ai meriti di quelli di ieri, occorrono politici nuovi, spiritualmente motivati e professionalmente preparati. È questione di vita o di morte.

La "questione morale" non si risolverà finché la politica non si aprirà veramente all’apporto di energie nuove, pulite e competenti, finché la comunità civile non si riapproprierà della partecipazione attiva alla politica, di cui è stata espropriata dalla "casta".

E il cristiano? La "questione morale" lo interpella due volte, come cittadino e come credente. Perciò, mentre si impegnerà con tutti gli uomini di buona volontà per restituire un’anima alla politica, si sforzerà di precederli con un limpido esempio di stile evangelico: «Operare secondo una logica di servizio al bene comune, quindi con umiltà e mitezza, competenza e trasparenza, lealtà e rispetto verso gli avversari, preferendo il dialogo allo scontro, rispettando le esigenze del metodo democratico, sollecitando il consenso più largo possibile per l’attuazione di ciò che obiettivamente è un bene per tutti»
(Cei, Con il dono della carità dentro la storia, 2006, n. 33).


padre Bartolomeo Sorge


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